In politica il caos non è mai generatore di ordine. Semmai produce esiti irrazionali e imprevisti. Che in questo caso possono assumere la forma pericolosa delle elezioni anticipate. Perché quel che sta accadendo a Montecitorio per la scelta del nuovo presidente della Repubblica sta dimostrando che tutto sta andando fuori controllo. E che l'unica soluzione che questo Paese non può tollerare, ossia il voto prima della scadenza naturale della legislatura, rischia di trasformarsi in un'opzione possibile. Magari cercata da qualcuno e subita in via preterintenzionale da tutti gli altri. In una sorta di commedia dell'inconsapevolezza.
Il senso di responsabilità dovrebbe invece cancellarla dal novero delle soluzioni praticabili. Eppure non è così. Anzi oggi, quando centrosinistra e centrodestra si siederanno al tavolo per provare a discutere una candidatura unitaria, tutto si svolgerà sotto l'imponente ombrello dell'ipocri…
In politica il caos non è mai generatore di ordine. Semmai produce esiti irrazionali e imprevisti. Che in questo caso possono assumere la forma pericolosa delle elezioni anticipate. Perché quel che sta accadendo a Montecitorio per la scelta del nuovo presidente della Repubblica sta dimostrando che tutto sta andando fuori controllo. E che l'unica soluzione che questo Paese non può tollerare, ossia il voto prima della scadenza naturale della legislatura, rischia di trasformarsi in un'opzione possibile. Magari cercata da qualcuno e subita in via preterintenzionale da tutti gli altri. In una sorta di commedia dell'inconsapevolezza.
Il senso di responsabilità dovrebbe invece cancellarla dal novero delle soluzioni praticabili. Eppure non è così. Anzi oggi, quando centrosinistra e centrodestra si siederanno al tavolo per provare a discutere una candidatura unitaria, tutto si svolgerà sotto l'imponente ombrello dell'ipocrisia e soprattutto alla presenza di un convitato di pietra che tutti nascondono e nessuno accetta di svelare: le elezioni nella prossima primavera.
Del resto, il filo razionale che ha portato alla nascita del governo Draghi e alla costituzione della maggioranza delle larghe intese si sta impigliando e sempre più attorcigliando intorno al gomitolo del Quirinale. Il groviglio si autoalimenta con i sospetti e le ambizioni personali, con le paure e le aspettative. E, appunto, può diventare inestricabile. Si sta scherzando con il fuoco. Esagerare con gli strappi e le provocazioni può produrre un esito esiziale per questo Paese.
Pensare di poter realizzare un blitz su un candidato di parte senza conseguenze, significa infatti aver smarrito il principio di realtà. Salvini, invece, questo tentativo lo sta compiendo. È un disegno politico. Non è e non può essere frutto del caso. Vuole sostituire Sergio Mattarella con la presidente del Senato Casellati. Non è in discussione il diritto di una formazione politica ad avanzare nomi e suggestioni. Ma la Lega e Forza Italia fanno parte di una maggioranza di governo. Eleggere un capo dello Stato contro gli altri che sostengono l'esecutivo, non sarebbe senza conseguenze: equivale a provocare una rottura. In questo contesto difficilmente sanabile. Anzi, sarebbe l'apertura formale di una crisi che difficilmente offrirebbe una via alternativa alle elezioni. Questo è il nucleo più profondo del problema.
Il segretario leghista, però, lo ha messo nel conto. Interrompere la legislatura viene considerata una convenienza. Una utilità. A prescindere dall'interesse del Paese. Il centrodestra è ormai a trazione Salvini-Meloni. Il capo del Carroccio vive con disagio la concorrenza della sua alleata. Deve starle al fianco per non perdere la competizione. Sa che il suo "canone" politico si basa sulla protesta. Avere quindi alla destra una protagonista che può protestare più di lui e più liberamente perché all'opposizione, lo innervosisce. Dopo il passo indietro di Berlusconi, poi, il pacchetto di voti di Forza Italia è stato di fatto messo all'incanto. Lega e Fratelli d'Italia se lo vogliono accaparrare. E hanno bisogno delle urne. Scommettere sulla Casellati offre anche questa opportunità. Il giorno dopo l'ascesa al Colle, il governo Draghi non esisterebbe più. Sullo sfondo ci sarebbe solo la resa dei conti finale.
Ma l'Italia si può permettere tutto questo? Si può permettere di paralizzare l'attività per almeno tre, quattro o cinque mesi in attesa che si formi un altro governo? Può farlo con tutte le difficoltà che la sfida del Pnrr presenta ogni mese se non ogni giorno? Chiamare i cittadini ad esprimersi in anticipo, significa perdere il prossimo treno del Recovery Fund: 19 miliardi solo tra luglio e agosto. E altri 21 tra un anno. Significa avallare tutti i sospetti e i pregiudizi europei nei nostri confronti. Equivale a indurre la Commissione a ripristinare il protocollo di valutazione severo sull'Italia. Ricordare che noi abbiamo sottoscritto un "mutuo" di oltre cento miliardi con Bruxelles e che dobbiamo dimostrare di poterlo restituire. Draghi e Mattarella sono stati una sorta di prestatori di ipoteca. Senza di loro quell'ipoteca passa all'incasso.
Si possono inoltre mettere in fila milioni di italiani mentre il Covid continua a mietere contagi? E soprattutto si può sospendere il Paese mentre l'Europa e la Nato sono sotto pressione per la crisi in Ucraina che potrebbe volgere al peggio se la Russia decidesse di invadere? Anzi, proprio nel momento in cui i rapporti tra Washington e Mosca stanno raggiungendo il picco più basso, è davvero prudente scegliere per il Quirinale e per Palazzo Chigi figure che potrebbero non essere considerate pienamente affidabili all'interno dell'Alleanza Atlantica? O almeno non del tutto scevre da cedevolezze nei confronti di Mosca? In un contesto di questo tipo il sistema-Italia è insomma in grado di reggere l'urto perdendo contemporaneamente i due "piloti" - Mattarella e Draghi - che hanno guidato il convoglio in una delle fasi più travagliate e complicate della storia repubblicana? Il Parlamento e i parlamentari hanno il dovere di porsi queste domande infilando nel bussolotto le loro schede. E forse dovrebbero farlo liberandosi anche di una certa "invidia sociale" che in questi giorni ha mosso una parte della classe dirigente verso i "tecnici". Una specie di rivincita dopo la caduta dell'ultimo gabinetto Conte. La politica, però, riconquista il suo ruolo e il suo prestigio se compie le scelte giuste. Se i cittadini ne percepiscono l'affidabilità. Se semplicemente dimostrano di agire per il bene del Paese e non per quello proprio.