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Il Palazzo lontano dal Paese

(ansa)

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Questa elezione presidenziale può essere un'occasione perduta: per i cittadini che forse erano orientati a riconciliarsi con la politica; e per la politica, che avrebbe avuto la possibilità di manifestare la propria efficienza
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L'elezione del presidente della Repubblica, ai suoi inizi, era seguita da molti con partecipazione e curiosità. Una Repubblica sceglie il proprio capo, e non se lo trova già preconfezionato per via dinastica come nei regimi monarchici; il che consente di valutare, di soppesare, di partecipare almeno emotivamente. Spesso si sono sentite nei primi giorni frasi come "io voglio Tizio", "io voto Caio". Benché espressioni improprie, che parevano aspirazioni a una elezione diretta del Capo dello Stato, sembrava un'inversione del trend anti-politico che ha dominato gli ultimi anni.


È stata una breve fiammata. Già predomina il fastidio per bizantinismi, per tatticismi incomprensibili se non agli analisti di professione. Un fastidio che sta evolvendo verso l'indifferenza, l'estraneità. Il germe dell'antipolitica, del qualunquismo, non è stato eradicato; serpeggia nelle menti e nella società, ed &eg…

L'elezione del presidente della Repubblica, ai suoi inizi, era seguita da molti con partecipazione e curiosità. Una Repubblica sceglie il proprio capo, e non se lo trova già preconfezionato per via dinastica come nei regimi monarchici; il che consente di valutare, di soppesare, di partecipare almeno emotivamente. Spesso si sono sentite nei primi giorni frasi come "io voglio Tizio", "io voto Caio". Benché espressioni improprie, che parevano aspirazioni a una elezione diretta del Capo dello Stato, sembrava un'inversione del trend anti-politico che ha dominato gli ultimi anni.


È stata una breve fiammata. Già predomina il fastidio per bizantinismi, per tatticismi incomprensibili se non agli analisti di professione. Un fastidio che sta evolvendo verso l'indifferenza, l'estraneità. Il germe dell'antipolitica, del qualunquismo, non è stato eradicato; serpeggia nelle menti e nella società, ed è forse in via di riemersione. Questa elezione presidenziale può essere un'occasione perduta: per i cittadini che forse erano orientati a riconciliarsi con la politica; e per la politica, che avrebbe avuto la possibilità di manifestare la propria efficienza.
Nessuno nega la difficoltà del momento. Questa elezione non è come le altre. Non è in gioco solo il Quirinale ma anche palazzo Chigi: e non solo la figura del presidente del Consiglio ma anche la maggioranza partitica che gli dà vita; inoltre, è a rischio la stessa prosecuzione della legislatura - e non è alle viste la pur indispensabile nuova legge elettorale -. Tutti i nodi della politica - trascurati anche a causa della pandemia - sono venuti, insieme, al pettine.


In questa condizione la prudenza, in linea di principio, è comprensibile - anche se la scadenza elettorale non si può certamente dire inaspettata -. Né, d'altra parte, le lungaggini delle votazioni sono una novità: anche quando la politica era forte, e fortissimi erano i partiti, sono state a volte necessarie più di venti votazioni per venire a capo dell'aspra contesa interna ai vari partiti (soprattutto la Dc). Ma non la prudenza quanto la chiusura nel proprio particolare è oggi la guida delle forze politiche, una chiusura tanto più tenace e cieca quanto più queste sono deboli, esauste, e abitano un parlamento balcanizzato, frammentato, incapace di esprimere un governo se non quello in carica, di quasi unità nazionale, presieduto da un non-politico.


Il punto è che il partito di maggioranza relativa è inerte, ingovernabile, e interessato prevalentemente alla prosecuzione della legislatura. Che le destre, dopo essersi colpevolmente immolate all'incredibile candidatura di Berlusconi, ora non stanno marciando unite (Salvini vuole un ministero, Meloni le elezioni, Berlusconi il Quirinale per interposta persona). Che il Pd non ha le idee chiare, non è unanime su Draghi e, sulla difensiva, deve minacciare la crisi di governo se il presidente venisse eletto tra i nomi avanzati dalla destra.


Senza evocare soluzioni traumatiche come quella che nel 1992 sbloccò le votazioni portando Scalfaro al Quirinale in risposta alla strage di Capaci, lo stallo potrebbe essere superato da un nome super partes. Ma non sarà facile trovarlo, anche perché il candidato deve poter esibire caratura internazionale - il custode della Costituzione è anche garante dell'Italia davanti a importanti istanze sovranazionali - e, in più, un'autentica capacità politica. È infatti l'arbitro di una partita in cui ai giocatori devono spesso essere ricordate le regole del gioco (democratiche, non oligarchiche) e le sue finalità (pubbliche, non particolaristiche). E quindi del gioco deve essere buon conoscitore, il che di solito significa che deve averlo giocato.


In ogni caso, se non verrà dai partiti un soprassalto di responsabilità, se non esprimeranno una capacità politica, quel gioco - non solo l'individuazione del prossimo inquilino del Quirinale ma l'intera dimensione politica - interesserà sempre meno i cittadini, che, non potendone essere i protagonisti, nemmeno indirettamente, e comprendendo sempre meno le mosse dei giocatori, probabilmente si rifiuteranno, esasperati, di ridursi a spettatori di un'attività inutile. E sarà una nuova stagione di anti-politica, benché la prima non abbia prodotto nulla di buono.