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La Chiesa alla finestra

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Il voto per il Quirinale
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Nella storia italiana l'elezione del presidente della Repubblica è stata oggetto di una attenzione, occhiuta e discreta da parte ecclesiastica, simmetrica a quella americana. Come era impensabile che il futuro capo dello Stato non avesse agrément della Casa Bianca, allo stesso modo era improbabile che la "Chiesa" si trovasse a subire scelte politiche che, piaccia o no, ne percorrono il corpo ecclesiale e ne circondano il centro.
Il consenso o l'interesse ecclesiastico poteva avere varie forme. Una di queste è stato l'avallo all'usanza di alternare presidenti cattolici e non cattolici, salvo che nel drammatico passaggio del 1992. Un'altra è stata l'immissione di pulsioni ecclesiali come quelle che nel 1948 permettono di sbarrare la strada all'uomo scelto da De Gasperi ed eleggere Einaudi coi voti decisivi dei dossettiani coperti da Montini, che in economia pensavano l'opposto di lui. Spazio lo hanno avuto le diffiden…

Nella storia italiana l'elezione del presidente della Repubblica è stata oggetto di una attenzione, occhiuta e discreta da parte ecclesiastica, simmetrica a quella americana. Come era impensabile che il futuro capo dello Stato non avesse agrément della Casa Bianca, allo stesso modo era improbabile che la "Chiesa" si trovasse a subire scelte politiche che, piaccia o no, ne percorrono il corpo ecclesiale e ne circondano il centro.
Il consenso o l'interesse ecclesiastico poteva avere varie forme. Una di queste è stato l'avallo all'usanza di alternare presidenti cattolici e non cattolici, salvo che nel drammatico passaggio del 1992. Un'altra è stata l'immissione di pulsioni ecclesiali come quelle che nel 1948 permettono di sbarrare la strada all'uomo scelto da De Gasperi ed eleggere Einaudi coi voti decisivi dei dossettiani coperti da Montini, che in economia pensavano l'opposto di lui. Spazio lo hanno avuto le diffidenze clericali: come quella capace di fermare Moro, a cui nel 1971 non basta l'amicizia del Papa, o quella ruiniana contro Prodi nel 2015.


Ad oggi, invece, sembra che la "Chiesa" - il Papa, la Cei, la Santa Sede - non abbiano opinioni né canali. Come se nell'inesauribile ricircolo di vizi e virtù fra Chiesa e Stato, il cattolicesimo fosse stato risucchiato nel Caos Calmo di una maggioranza così grande da non sapere più se esiste (e sa fare un presidente) o se non esiste (e lascia ad un altro governo).
D'altronde il Papa guarda l'Italia come un oggetto distante e da tenere a distanza.
La Chiesa italiana sa riconoscere con generosità il valore morale dei propri uomini migliori solo da morti, come nel caso di David Sassoli, oaccettare di vederli ridotti a bandiera come Andrea Riccardi; e non è nemmeno stata in grado di deprecare la crudeltà di chi ha convinto un anziano imprenditore di poter riscattare la propria vita privata e politica andando al Quirinale.


Il Segretario di Stato ha altri orizzonti: la sua politica "cinese" deve sopravvivere alla stretta fra la cultura neo-imperiale di Pechino e l'idea di Washington di allineare gli alleati; la politica russa è appesa alle decisioni di Putin di giocare alla guerra sui bordi dello scisma ortodosso e sull'incontro fra Francesco e Kyril.
Risultato nessuno ha avuto animo di chiedere a Sergio Mattarella l'heroísmo patriótico con cui Francesco salutò la rielezione di Napolitano. E il primo ad usare l'espressione "profilo morale" per il prossimo presidente non è stato un vescovo, ma Roberto Fico.


Un vuoto: colmabile, temporaneo, forse attendista. Ma ad oggi un vuoto. Che non è segno di un Paese più laico, ma la prova di un Paese più povero di quella intelligenza spirituale, morale, civile con cui il cattolicesimo ha nutrito la democrazia italiana per decenni. Basterebbe un economista come Andreatta per mostrare cosa costerebbe o costerà all'Italia l'uscita di scena di un Draghi (impallinato da una maggioranza sleale o deluso da un presidente scelto nelle retrovie). Ci vorrebbe uno storico come Scoppola per spiegare che la collera sociale con cui giochicchiano i giornalisti in tv potrebbe diventare un fascio di collere e aprire le porte all'avventura. Ci vorrebbe un magistrato come Livatino per ricordare che ben prima di Capaci le mafie hanno mostrato di saper aggredire il sistema democratico nei passaggi istituzionali più delicati: e che, al di là delle montagne di balle che i cialtroni chiamano strategia, teme solo la verità, le verità.
Ma non ci sono né Andreatta, né Scoppola né Livatimo. Altri sono stati espunti evocando "veti vaticani" con cui nullità hanno tagliato le gambe ai migliori. Oppure sono stati stritolati dalla divisione dei vescovi.
Così, mentre il Paese gioca a mosca cieca sull'orlo dell'abisso, la "Chiesa" si trova la responsabilità di certificare se quel vuoto la rappresenta o meno.


Dopo il delitto Matteotti l'Osservatore Romano si assunse una responsabilità incancellabile: anziché attaccare dare la spallata al duce, mise in guardia contro il "salto nel buio", senza capire che il buio c'era già ed era regime. Adesso siamo nelle condizioni opposte: le istituzioni democratiche avrebbero bisogno di un richiamo di verità. Perché giocare a mosca cieca sul ciglio dell'avventura non è affare che riguardi un ceto politico stralunato e sfarinato: riguarda il Paese, riguarda le istituzioni democratiche che hanno sconfitto quel buio che la Chiesa non seppe riconoscere.