Quel vantaggio finito in farsa
di Stefano Cappellini , di Stefano CappelliniLa farsa del centrodestra in vantaggio nei numeri per l'elezione del capo dello Stato è finita. Questo è il non banale risultato della giornata di ieri. Non a caso, quando Salvini ha realizzato che le velleità di kingmaker lo stavano portando allo sfascio della sua carriera politica, è subito decollata una trattativa vera che non è ancora chiusa, ma pare stavolta indirizzata alla ricerca di una figura condivisa ed eleggibile con un consenso largo. Si vedrà, nulla è ancora scontato, soprattutto quando protagonista è il leader della Lega, apparso in queste ore confuso e smarrito come nei giorni del dopo Papeete.
Alla vigilia del quarto scrutinio, quello dal quale è sufficiente la maggioranza semplice per eleggere il capo dello Stato, non è più possibile barare con la propaganda o cullarsi nelle false illusioni: o hai i voti o non li hai. Il centrodestra non li ha - non serviva un politologo, bastava …
La farsa del centrodestra in vantaggio nei numeri per l'elezione del capo dello Stato è finita. Questo è il non banale risultato della giornata di ieri. Non a caso, quando Salvini ha realizzato che le velleità di kingmaker lo stavano portando allo sfascio della sua carriera politica, è subito decollata una trattativa vera che non è ancora chiusa, ma pare stavolta indirizzata alla ricerca di una figura condivisa ed eleggibile con un consenso largo. Si vedrà, nulla è ancora scontato, soprattutto quando protagonista è il leader della Lega, apparso in queste ore confuso e smarrito come nei giorni del dopo Papeete.
Alla vigilia del quarto scrutinio, quello dal quale è sufficiente la maggioranza semplice per eleggere il capo dello Stato, non è più possibile barare con la propaganda o cullarsi nelle false illusioni: o hai i voti o non li hai. Il centrodestra non li ha - non serviva un politologo, bastava una calcolatrice e una scolastica conoscenza dell'antropologia dei peones - e adesso finalmente si può uscire dal teatrino che ha contribuito a frenare la ricerca di una soluzione e ha esposto i leader della destra a una figuraccia: hanno prima presentato una rosa di tre nomi (Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera) bruciata già due ore dopo l'annuncio, hanno quindi cercato voti su un quarto candidato ufficioso (Elisabetta Casellati) che non solo non ha trovato consensi dall'altra parte ma ne perdeva anche in casa, infine uno dei tre partiti, Fratelli d'Italia, è arrivato al terzo scrutinio con un quinto nome, Guido Crosetto, presentato al solo fine di marcare e contare l'insofferenza verso la strategia, o presunta tale, di Salvini. Al quarto scrutinio, salvo colpi di scena, un nome di centrodestra da portare alla conta nemmeno c'è. Oggettivamente, una disfatta.
Certo, nello spingere la coalizione contro il muro, molto ha contribuito anche la surreale candidatura di Berlusconi, fintamente assecondata dagli altri leader, che forse non hanno calcolato le conseguenze reali della pantomima, cioè l'autoillusione di rivendicare un diritto di prelazione e scelta del nuovo presidente della Repubblica, una sorta di opzione privilegiata fin qui rivendicata con una sicumera a metà tra il malcelato complesso d'inferiorità ("Basta presidenti di sinistra!") e un'ansia di rivincita che anima soprattutto Salvini, il quale ha iniziato la legislatura da dominatore e rischia di concluderla con una sconfitta e forse senza più una coalizione unita da guidare.
Pesa eccome, nell'approssimazione con cui è stata condotta la partita, il revanscismo personale di alcuni dei protagonisti. Qualunque giudizio si dia dell'ambizione di Mario Draghi di trasferirsi da Palazzo Chigi direttamente al Quirinale, non è un caso che i suoi principali avversari siano coloro che nel corso della legislatura hanno perso ruolo e posizioni e ora sperano di riguadagnarle fermando la sua corsa al Colle, Salvini e Conte su tutti. Nulla di anomalo o disdicevole in questa ambizione, ma quando dietro alla battaglia personale non c'è un'idea o un disegno generale il rischio è sempre quello di produrre un danno generale per inseguire un interesse particolare.
Nella conferenza stampa di fine anno Draghi aveva lanciato un chiaro avviso ai partiti: non è pensabile che una maggioranza di unità nazionale si frantumi sull'elezione del capo dello Stato e il giorno dopo torni a governare il Paese come nulla fosse. Ammesso che il presidente del Consiglio abbia espresso il concetto per tirarsi la volata, resta comunque una verità oggettiva. Se tutti i partiti l'hanno compreso, è un grosso passo avanti. L'unico, peraltro, che permette anche di non eleggere Draghi, se l'accordo cadrà su un nome diverso, ma confidare che resti alla guida del Paese fino alle prossime elezioni.