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Il casting del Presidente

(reuters)

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La sfida del Quirinale
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Siamo già alla quinta votazione, dove pochi pensavano che saremmo arrivati. Chi sostiene che la democrazia, dopotutto, ha i suoi tempi e in passato si era arrivati anche molto più lunghi, ha ragione solo in parte. È certamente vero che il Parlamento non ha scadenze da rispettare per questa grande liturgia repubblicana, eppure fuori da Montecitorio c'è un Paese che aspetta e guarda ai bizantinismi tattici di questi giorni con crescente sconcerto. Basta parlare con la gente "normale", non gli addetti ai lavori, per rendersi conto di quanto grande sia la distanza da quello che succede - anzi che non succede - dentro i palazzi della politica. A prevalere è la noia, quando non la rabbia per certi infantilismi d'aula come i voti dati a personaggi dello spettacolo.


In questo quadro generale, che colpisce tutti indiscriminatamente, spicca tuttavia chi per scelta e per ambizione ha cercato di ritagliarsi il ruolo di regista: Matteo Salvini…

Siamo già alla quinta votazione, dove pochi pensavano che saremmo arrivati. Chi sostiene che la democrazia, dopotutto, ha i suoi tempi e in passato si era arrivati anche molto più lunghi, ha ragione solo in parte. È certamente vero che il Parlamento non ha scadenze da rispettare per questa grande liturgia repubblicana, eppure fuori da Montecitorio c'è un Paese che aspetta e guarda ai bizantinismi tattici di questi giorni con crescente sconcerto. Basta parlare con la gente "normale", non gli addetti ai lavori, per rendersi conto di quanto grande sia la distanza da quello che succede - anzi che non succede - dentro i palazzi della politica. A prevalere è la noia, quando non la rabbia per certi infantilismi d'aula come i voti dati a personaggi dello spettacolo.


In questo quadro generale, che colpisce tutti indiscriminatamente, spicca tuttavia chi per scelta e per ambizione ha cercato di ritagliarsi il ruolo di regista: Matteo Salvini. Anziché tirare fuori "un coniglio dal cilindro", come ha detto due sere fa, il segretario della Lega continua a sfornare un'intera galleria di personaggi più o meno credibili. Senza capire che è il metodo ad essere sbagliato. Qual è questo metodo? Matteo Renzi, che sette anni fa fece l'unica scelta che nessuno gli ha ancora contestato (quella di Sergio Mattarella), l'ha detto bene con una battuta: "Ha scambiato l'elezione del presidente della Repubblica con le audizioni di X Factor". Contando anche Berlusconi, dal centrodestra sono usciti infatti almeno 9 nomi: la triade Moratti-Pera-Nordio, Casellati, Crosetto, Frattini, Cassese, Massolo. Tutti più o meno bruciati nel falò delle vanità, senza creare prima un minimo di consenso fra chi dovrebbe poi condividerli e votarli. Quasi fosse un casting anziché la scelta del supremo garante dell'unità nazionale.


Del resto non sarebbe la prima volta che il metodo viene applicato e, come dire, l'insuccesso è quasi garantito. A questo punto anche i meno scaltri l'avrebbero compreso. Ricordiamoci la sofferta scelta dei candidati del centrodestra a Roma e Milano, caduta su due persone altamente improbabili come sindaci di grandi metropoli. Oppure, andando ancora più indietro, i "provini" per scegliere il presidente del Consiglio ai tempi del governo giallo-verde, con Salvini, Di Maio, Spadafora e Giorgetti che avevano incoronato il professor Giulio Sapelli, salvo poi svirgolare all'ultimo sull'allora sconosciuto Giuseppe Conte a causa di un'improvvida intervista radiofonica dello stesso Sapelli già in grisaglia ministeriale (tutto vero, raccontato da Di Maio nel suo libro). Insomma, l'improvvisazione è la regola della casa.


A meno che non ci sia un disegno, a meno che Salvini non abbia una hidden agenda, un piano nascosto per mascherare il suo vero obiettivo. Che non sarebbe soltanto intestarsi il nome del nuovo Presidente della Repubblica, ma anche arrivare a far saltare la maggioranza di governo e andare a elezioni anticipate. Riproporre infatti il nome di Franco Frattini, sapendo già che per il Pd, per Italia Viva e anche per un pezzo di Cinque Stelle (significativa ieri la presa di posizione contraria di Laura Castelli) il nome del presidente del Consiglio di Stato equivale a una provocazione, può significare soltanto che Salvini ormai guarda oltre la maggioranza ed è già in modalità campagna elettorale. Che ha scelto cioè un'altra strada, quella di imporre un nome non condiviso sperando nella spallata d'aula. Magari con i voti di una parte dei Cinque Stelle. D'altra parte anche sul nome di Elisabetta Casellati Giuseppe Conte era parso tentennare, quasi propendere per un sì in solitaria, lasciando di stucco gli alleati del Pd. Lo schema si ripete ora con Frattini? Se così fosse, bisognerebbe concludere che anche Conte è tentato dal voto anticipato, prima che i sondaggi scendano ancora. Il M5S diventerebbe finalmente la lista Conte, con gruppi parlamentari meno numerosi ma fedeli al capo. È evidente a tutti infatti che, saltata la maggioranza sul Colle, Draghi non potrebbe che prenderne atto e rassegnare le dimissioni. Ecco come diverse partite si sovrappongono. Anzi, quella della scelta del successore di Mattarella diventa quasi secondaria rispetto ai disegni di supremazia sul proprio schieramento (Salvini) o sul proprio partito (Conte). Si vedrà presto se questi sono soltanto retroscena della notte, spazzati via dalla fresca brezza del mattino su Roma. Intanto i voti per Mattarella crescono...