Il secondo tempo del governo
di Stefano Folli , di Stefano FolliQuella che viviamo è probabilmente la seconda fase del governo; o meglio, il suo avvio. Non si può parlare di un esecutivo Draghi-2 perché non c'è stata - per fortuna - alcuna crisi e nemmeno un rimpasto di ministri. Certo, la rinuncia a un pur modesto ricambio ministeriale non rappresenta di per sé un punto di forza, anzi potrebbe voler dire il contrario: non si tocca nulla perché altrimenti il castello di carte rischia di crollare.
In fondo, come ha raccontato questo giornale in un pezzo molto informato, il presidente del Consiglio non sarebbe contento di come lavorano alcuni responsabili dei dicasteri, soprattutto quelli affidati ai cosiddetti "tecnici". Come è ovvio, è inutile cercare in questi casi conferme ufficiali: se ci fossero, vorrebbe dire che la procedura del rimpasto è già in moto. Il che non è vero o verosimile per il motivo appena detto.
Dunque nessun Draghi-2, ma qualcosa che …
Quella che viviamo è probabilmente la seconda fase del governo; o meglio, il suo avvio. Non si può parlare di un esecutivo Draghi-2 perché non c'è stata - per fortuna - alcuna crisi e nemmeno un rimpasto di ministri. Certo, la rinuncia a un pur modesto ricambio ministeriale non rappresenta di per sé un punto di forza, anzi potrebbe voler dire il contrario: non si tocca nulla perché altrimenti il castello di carte rischia di crollare.
In fondo, come ha raccontato questo giornale in un pezzo molto informato, il presidente del Consiglio non sarebbe contento di come lavorano alcuni responsabili dei dicasteri, soprattutto quelli affidati ai cosiddetti "tecnici". Come è ovvio, è inutile cercare in questi casi conferme ufficiali: se ci fossero, vorrebbe dire che la procedura del rimpasto è già in moto. Il che non è vero o verosimile per il motivo appena detto.
Dunque nessun Draghi-2, ma qualcosa che nella sostanza gli assomiglia: un "nuovo inizio" del governo in carica dopo le settimane convulse in cui ci si era bloccati in attesa che si concludesse la corsa disordinata verso il Quirinale. In quei giorni si è avvertito un bisogno di stabilità che è alla base del secondo mandato affidato a Mattarella. Un sistema debole e sfilacciato ha trovato questa via d'uscita - tutt'altro che imprevedibile - per cavarsi d'impaccio e garantirsi, almeno sulla carta, un anno di relativa tranquillità prima del voto nel 2023.
Tuttavia la stabilità, è noto, non è una conquista definitiva: in un certo senso, va riconquistata ogni giorno. Come dire che la tenuta del governo dipende dalla sua capacità di riprendere con passo spedito un percorso virtuoso. Sotto tale aspetto la migliore garanzia, anzi l'unica, è la permanenza a Palazzo Chigi di Mario Draghi.
Con lo spread che si avvicina ai 200 punti, la prospettiva di un rialzo dei tassi, il Pnrr da non sprecare e un Patto di Stabilità da rivedere, senza che peraltro siano chiari i termini, nessuno come l'attuale premier è in grado di rivolgersi alle forze politiche della maggioranza con un linguaggio di verità e di parlare all'Europa in difesa degli interessi italiani.
Naturalmente il compito è di estrema difficoltà. Quanti consigliano a Draghi di battere il pugno sul tavolo, forse non valutano a sufficienza che esercitare una leadership non significa gridare più forte: specie in una fase in cui tutto sembra in procinto di disarticolarsi.
Proprio perché gli assetti sono precari - dalle nevrosi dei Cinque Stelle ai tormenti del centrodestra - il premier è il primo a sapere che guidare un esecutivo nell'anno elettorale significa dialogare e mediare, ma sempre allo scopo di spingere i partiti verso compromessi "alti", senza mai rassegnarsi a vivacchiare in attesa che la legislatura finisca. Se così fosse, altro che stabilità: lo scenario sarebbe quello di un drammatico fallimento.
Ecco perché lo stesso Draghi è atteso a una prova anche più incisiva di quella dimostrata nella seconda metà del '21. L'uomo ha l'autorità e il prestigio per ottenere il meglio dalle forze politiche, per un verso, e dai partner europei, per l'altro. Non è un caso che abbia riaperto il capitolo della riforma della giustizia, tema che richiede periodiche spinte per non arenarsi, considerate le forti resistenze da parte dei magistrati, o di una parte di essi. Non è l'inizio della fine, come disse Churchill dopo le prime vittorie alleate in Nord Africa, ma forse è la fine dell'inizio.