Affascinano nella stessa misura con la quale preoccupano. Xi, Putin ed Erdogan agitano il sonno degli Occidentali ma, lungi dall’essere forti quanto vorrebbero far credere, di fatto barcollano e scivolano perché sulle loro teste il cielo si fa sempre più cupo.
Con un’inflazione dilagante, dopo aver sfiorato il 40 per cento l’anno scorso, con una valuta che ben presto avrà dimezzato il suo valore, e con un potere d’acquisto in caduta libera, oggi potremmo chiederci come farà il presidente turco a non perdere le elezioni presidenziali e legislative fissate l’anno prossimo. Lo Stato Islamico terrorizza e incute orrore, ma il “sultano” — come lo chiamano in Turchia — sembra incarnare una risurrezione della potenza ottomana messa al servizio di un desiderio di rivalsa dell’Islam sulla cristianità. La situazione farebbe paura anche con meno, ma l’economia non è il suo unico punto debo…
Affascinano nella stessa misura con la quale preoccupano. Xi, Putin ed Erdogan agitano il sonno degli Occidentali ma, lungi dall’essere forti quanto vorrebbero far credere, di fatto barcollano e scivolano perché sulle loro teste il cielo si fa sempre più cupo.
Con un’inflazione dilagante, dopo aver sfiorato il 40 per cento l’anno scorso, con una valuta che ben presto avrà dimezzato il suo valore, e con un potere d’acquisto in caduta libera, oggi potremmo chiederci come farà il presidente turco a non perdere le elezioni presidenziali e legislative fissate l’anno prossimo. Lo Stato Islamico terrorizza e incute orrore, ma il “sultano” — come lo chiamano in Turchia — sembra incarnare una risurrezione della potenza ottomana messa al servizio di un desiderio di rivalsa dell’Islam sulla cristianità. La situazione farebbe paura anche con meno, ma l’economia non è il suo unico punto debole.
Il presidente turco suscita le preoccupazioni di tutta la terra; preoccupa Vladimir Putin che non ha apprezzato affatto l’appoggio militare dato da Ankara all’Ucraina; preoccupa l’Alleanza Atlantica di cui la Turchia è membro dal 1952 e che non ha gradito per niente che egli abbia acquistato nuove armi dalla Russia; preoccupa l’Unione europea alla quale fa rimpiangere di aver fatto intravedere al suo Paese la possibilità di aprirgli un giorno le porte; preoccupa le capitali arabe, che non gli perdonano di aver sognato di ricostituire l’impero ottomano grazie alla connivenza con i Fratelli Musulmani; e adesso preoccupa l’Iran, che gli rimprovera di volersi riconciliare con Israele per sentirsi meno solo.
Finché non muore fisicamente, un uomo politico non è mai morto, ma Recep Erdogan non ha più amici disposti ad aiutarlo ad affrontare le difficoltà a livello interno ed esterno, che non potranno che peggiorare.
Vladimir Putin non è messo così male. Con più di 620 miliardi di dollari nelle casse, un’opposizione con la museruola, una stampa imbavagliata, un parlamento ai suoi ordini, un esercito modernizzato e considerevoli riserve energetiche a disposizione, è di gran lunga meno fragile del presidente turco, ma sembra in ogni caso aver perso il senso della realtà.
La sola spiegazione possibile delle condizioni che ha posto agli Stati Uniti e all’Alleanza Atlantica è che sperava che fossero respinte per poter procedere subito all’invasione dell’Ucraina. Americani ed europei si sono ovviamente rifiutati di promettere di non espandere la Nato e di ricondurla dov’era ai tempi della Guerra Fredda, ma per il presidente russo l’alternativa ormai è terribile. O penetrerà in Ucraina esponendosi a sanzioni economiche molto dure, oppure si accontenterà delle proposte occidentali che gli permetteranno di salvare la faccia. O si lancerà in un’avventura politico-militare quanto mai incerta, oppure lascerà intendere di aver commesso un grave errore di valutazione contando sul mito della decadenza dell’Occidente. Quale che sia la scelta di Vladimir Putin, il suo potere non ne uscirà rafforzato proprio ora che il potere d’acquisto dei russi è in caduta, la sua popolarità regredisce, tutti i paesi usciti dall’Unione Sovietica e ancora legati a Mosca ambiscono alla democrazia e le nostalgie imperiali non riscuotono più favore tra le generazioni russe cresciute dopo la disgregazione sovietica.
Senza dubbio, questo non è ancora l’autunno di un presidente, ma una cosa è certa: non è nemmeno la sua primavera. È l’inizio della fine di un regno e non sarà di sicuro l’ufficialità del riavvicinamento tra Putin e Xi a poter cambiare granché le cose. Vladimir Putin sta obbligando il suo Paese a percorrere una strada che la Russia spera di non imboccare, perché non è asiatica ma europea. I suoi compatrioti non ne sono felici, tanto più che non è difficile capire chi, in un testa a testa tra una potenza povera e la seconda economia del mondo, è in grado di vincere. Insomma, Vladimir Putin dà l’impressione di avere dimenticato la regola d’oro degli statisti: saper anticipare quello che verrà dopo, perché c’è sempre qualcuno di più forte dell’ultimo alleato che la sua politica gli ha lasciato.
Xi sogna una presidenza a vita. Si vede nelle vesti di secondo Mao ma, per realizzare la sua ambizione, dovrà scongiurare il crollo del settore immobiliare prima che il prossimo autunno l’Assemblea di partito si riunisca. A disposizione non ha molto tempo, e oltretutto si è fatto tanti nemici nell’apparato di partito, i prezzi dei terreni e degli appartamenti precipitano, e le famiglie che hanno comprato sulla carta rischiano di perdere i loro risparmi di una vita.
Per quanto gigantesca e minacciosa sia questa bolla immobiliare, Xi potrà arrivare a impedirne l’esplosione prima del Congresso. Vi si applica attivamente ma, oltre al fatto che il prezzo da pagare è salato e aumenta sempre più, deve affrontare e risolvere altri due problemi. A breve termine, la produzione industriale, frenata in modo considerevole dalla politica “zero covid”, del confinamento inflessibile e immediato di intere regioni che fanno sorgere spontanee alcune domande sull’efficacia della copertura vaccinale. La crescita ne risente. A medio termine, invece, Xi dovrà affrontare e risolvere anche gli ostacoli nei quali si imbatte l’economia cinese, rallentata ancora più fortemente dall’indigenza delle politiche sociali che spingono le giovani coppie ad abbassare sempre più e in modo pericoloso il tasso di natalità del Paese.
La Cina invecchia e prima o poi le verrà a mancare la manodopera. Oltre a ciò, è isolata a causa della sua stessa aggressività sul piano internazionale, e non ha nulla di un lungo fiume tranquillo. Non sarà certo la Russia a esserle di grande aiuto.
Traduzione di Anna Bissanti