Riforma della giustizia, la paralisi si è interrotta
di Carlo Bonini , di Carlo BoniniHa ragione la ministra Cartabia nel dire che la riforma dell'ordinamento giudiziario e del Csm sia e resti "ineludibile" perché necessaria al "recupero di fiducia e credibilità da parte dei cittadini". Ed è intellettualmente onesta nell'aggiungere che le leggi camminano sulle gambe degli uomini e dunque che non c'è riforma che tenga senza una magistratura capace di interpretare la propria autonomia e indipendenza innanzitutto come "forma mentale" e "coscienza". Così come è onesto Mario Draghi nel riconoscere che l'unanimità con cui è stato licenziato in Consiglio dei ministri il testo di modifica delle norme sull'ordinamento giudiziario, sulla legge elettorale del Csm e sulle incompatibilità tra esercizio delle funzioni giurisdizionali e cariche elettive o incarichi politici, appartenga alla semplice categoria "dell'impegno corale" da parte della sua…
Ha ragione la ministra Cartabia nel dire che la riforma dell'ordinamento giudiziario e del Csm sia e resti "ineludibile" perché necessaria al "recupero di fiducia e credibilità da parte dei cittadini". Ed è intellettualmente onesta nell'aggiungere che le leggi camminano sulle gambe degli uomini e dunque che non c'è riforma che tenga senza una magistratura capace di interpretare la propria autonomia e indipendenza innanzitutto come "forma mentale" e "coscienza". Così come è onesto Mario Draghi nel riconoscere che l'unanimità con cui è stato licenziato in Consiglio dei ministri il testo di modifica delle norme sull'ordinamento giudiziario, sulla legge elettorale del Csm e sulle incompatibilità tra esercizio delle funzioni giurisdizionali e cariche elettive o incarichi politici, appartenga alla semplice categoria "dell'impegno corale" da parte della sua maggioranza.
Perché le differenze - e che differenze - restano. Dando dunque per assodato che il testo della riforma cambierà nella discussione che affronterà il Parlamento di qui a maggio prossimo (ultima deadline utile prima dell'elezione del nuovo Csm). E per acquisito il ruolo tutt'altro che scontato che avrà nella discussione politica la decisione che di qui ai prossimi giorni prenderà la Consulta sull'ammissibilità dei referendum sulla giustizia e - in caso positivo - il loro esito.
Ragioniamo dunque di una riforma che si muove su un terreno ancora piuttosto friabile. Di cui sono condivisibili tanto le premesse (il recupero di fiducia e credibilità, sia di fronte all'opinione pubblica che agli stessi appartenenti all'ordine giudiziario) che il principio che la ispira. Parliamo della rottura della commistione tra politica e magistratura nel senso più ampio del termine. Sia dunque della necessità di interrompere il meccanismo dei vasi comunicanti - o delle "porte girevoli" se si preferisce - che tutt'ora consente a un magistrato di vestire e svestire la toga senza soluzione di continuità nel passaggio da un'aula di tribunale a quella parlamentare, a un incarico di governo o sottogoverno, o, addirittura, di vestirla contestualmente a cariche elettive politiche in realtà amministrative locali. Sia della necessità di sottrarre l'equilibrio e il funzionamento dell'organo di autogoverno della magistratura, il Csm, all'abbraccio soffocante delle correnti nella loro contiguità (come il caso Palamara insegna) alla politica con la p minuscola. Quella del sottobosco e del mercato delle nomine negli uffici giudiziari che contano e a cui i partiti, da sempre, non riescono a restare mai indifferenti.
Da questo punto di vista, il testo della riforma (per altro sollecitata nel tempo da ampi settori dalla stessa magistratura) va nella giusta direzione e sembra al riparo anche da possibili obiezioni di costituzionalità. E colgono nel segno la definizione delle modalità (in ordine di vacatio dell'incarico) e della gerarchia e natura dei criteri di scelta del Csm per i cosiddetti "incarichi direttivi" (i vertici degli uffici giudiziari). O, ancora, la dichiarazione di incompatibilità, all'interno del Consiglio Superiore, tra il ruolo di consigliere della sezione disciplinare e quello di membro della commissione destinata a istruire la scelta degli stessi incarichi apicali.
C'è insomma, nelle norme del testo licenziato dal governo, un evidente e apprezzabile sforzo di introdurre meccanismi di trasparenza negli interna corporis della magistratura (come tali riconoscibili e conoscibili all'opinione pubblica), così come di rendere meno agevole il lavoro consociativo e correntizio tra le correnti nel definire la geografia degli incarichi dell'ordinamento giudiziario.
Più problematico, al contrario, resta il nuovo meccanismo di elezione del Csm. La nuova legge elettorale, almeno nella formulazione uscita da Palazzo Chigi, continua a presentare notevoli criticità. Non certo sotto l'aspetto della legittimità, ma all'obiettivo che dichiara di prefiggersi. Se infatti lo scopo della riforma è sottrarre al peso e all'organizzazione delle correnti la scelta della componente togata del Consiglio, il sistema maggioritario (pur temperato da un recupero proporzionale) e la possibilità di candidature "terze" formalmente sganciate dalle correnti, ma potenzialmente in grado di essere proprio da loro sostenute (un po' come accade con le liste civetta nelle elezioni politiche), rischiano di acuirne il peso. Soprattutto di correnti fortemente maggioritarie.
Insomma, come ogni riforma, anche quella licenziata venerdì 11 febbraio è e sarà perfettibile. La buona notizia è che la paralisi si è interrotta. Ne aveva e ne ha bisogno soprattutto e innanzitutto la magistratura. Con l'augurio che, in Parlamento, nessuno la confonda per l'occasione di una vendetta. Perché il conto lo pagherebbe solo il Paese.