✕

Tutti uguali saremo più forti

(ansa)
Dalle lavoratrici agli asili nido, servono politiche sociali per aprire una nuova stagione
2 minuti di lettura

Se avessimo avuto sempre il timone dritto nella lotta alle diseguaglianze non saremmo a questo punto. E non c’è pandemia che tenga. La pandemia si è innestata in una situazione gravemente compromessa. Ne ho parlato ieri nella Lectio magistralis che ho tenuto alla Assemblea organizzativa della Cgil. “Il lavoro crea il futuro”. Dobbiamo avere fretta nel battere le attuali diseguaglianze perché, se non ci affrettiamo, nuove forme di sperequazioni si sovrapporranno alle vecchie. Non va bene accorgersi della gravità della situazione, quando questa esplode. Continuamente si creano nuove condizioni che possono far aumentare le diseguaglianze. Sta lì la capacità della politica, nel sapersi attrezzare in anticipo.

La rivoluzione tecnologica creerà diseguaglianze, i cambiamenti climatici anche. Lo sappiamo tutti. Soprattutto lo vediamo. Da noi o in altri Paesi. Ma che facciamo? Ci attrezziamo in qualche modo? Dobbiamo prevenire…

Se avessimo avuto sempre il timone dritto nella lotta alle diseguaglianze non saremmo a questo punto. E non c’è pandemia che tenga. La pandemia si è innestata in una situazione gravemente compromessa. Ne ho parlato ieri nella Lectio magistralis che ho tenuto alla Assemblea organizzativa della Cgil. “Il lavoro crea il futuro”. Dobbiamo avere fretta nel battere le attuali diseguaglianze perché, se non ci affrettiamo, nuove forme di sperequazioni si sovrapporranno alle vecchie. Non va bene accorgersi della gravità della situazione, quando questa esplode. Continuamente si creano nuove condizioni che possono far aumentare le diseguaglianze. Sta lì la capacità della politica, nel sapersi attrezzare in anticipo.

La rivoluzione tecnologica creerà diseguaglianze, i cambiamenti climatici anche. Lo sappiamo tutti. Soprattutto lo vediamo. Da noi o in altri Paesi. Ma che facciamo? Ci attrezziamo in qualche modo? Dobbiamo prevenire le nuove diseguaglianze oltre che contrastare quelle vecchie. E invece, per decenni non si è fatto né l’uno né l’altro. Pensando che tanto le cose si sarebbero aggiustate da sole. E invece non è affatto così. Pensiamo alle crisi che si sono succedute. 1992-1993, poi 2008-2009 dopo 16 anni. Poi 2013 dopo 4 anni, poi 2020 dopo 7 anni. Tempi ristretti tra una e l’altra. Non si fa in tempo a riprendersi da una che ne arriva un’altra.

Ma così si rischia di rimanerne travolti. E così le diseguaglianze si strutturalizzano, nel senso che diventano sempre più difficili da rimuovere. Tanto più in un Paese come il nostro caratterizzato da una scarsa fluidità sociale, dove cioè il peso delle origini sociali incide molto nel condizionare i destini e le condizioni di vita degli individui. Esiste una resistenza culturale profonda nella cultura politica di questo Paese ad assumere le politiche sociali con pari dignità di quelle economiche. Sono percepite come costi e non come investimenti in qualità della vita. Le prime a essere tagliate e le ultime a essere messe tra le priorità. E se invece avessero avuto il posto che meritano troppi guai sarebbero stati evitati.

Pensate se si fosse veramente investito in infrastrutture sociali pubbliche, come servizi educativi per la prima infanzia oppure servizi territoriali di assistenza per anziani o disabili, servizi sanitari sul territorio, welfare di comunità, quanto ci saremmo arricchiti come Paese. L’occupazione femminile sarebbe cresciuta di più, perché in quei settori lavorano soprattutto donne, il 18% delle lavoratrici in Europa il 12% in Italia. Le donne avrebbero avuto alleggerito il loro carico di lavoro non retribuito, sarebbero state meno costrette ad utilizzare part time o a rinunciare ad incarichi. I bambini avrebbero usufruito dei nidi, elemento fondamentale che aumenta la probabilità di successo nel percorso scolastico. Gli anziani e i disabili sarebbero diventati a loro volta meno diseguali. E anche avere un figlio sarebbe stato più semplice. Perlomeno nei casi in cui siano tali ostacoli ad agire da motivo di rimando o anche di rinuncia.

I circoli viziosi si interrompono innestando circoli virtuosi. Le politiche sociali, assai poco utilizzate nel nostro Paese in modo sistematico da decenni, servono a questo.

Creano tessuto sociale, coesione, valorizzano le relazioni, si concentrano sulla persona nella sua multidimensionalità di bisogni. Contribuiscono a costruire percorsi di solidarietà con l’aiuto della società civile. Vivificano la nostra democrazia, perché puntano ad abbattere muri e a costruire ponti. Puntano alla partecipazione dei cittadini e rendono vivi e fruibili i diritti.

Apriamo una nuova stagione di diritti. Non rincorriamoli quando è troppo tardi.

Linda Laura Sabbadini è direttora centrale Istat. Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità dell’autrice e non impegnano l’Istat