In 75 anni di Repubblica, il nostro sistema politico è stato sostanzialmente bipolare, ossia destra contro sinistra, per appena 15 anni, dal 1994 al 2008. In tutto il resto della storia repubblicana, ovvero sia prima sia dopo il quindicennio bipolare, è stato altro. Dal 1948 al 1992, abbiamo avuto un regime di "bipartitismo imperfetto", secondo la felice definizione di Giorgio Galli: Dc sempre al governo, Pci sempre fuori. Dal 2013 ad oggi, invece, il sistema è stato sempre sostanzialmente tripolare: centro-sinistra, centro-destra, Cinque Stelle. Di qui l'instabilità delle maggioranze, fino agli sconquassi e ai paradossi di questa legislatura.
E l'anno prossimo, quando torneremo al voto, che sistema avremo?
Un po', anzi molto, dipenderà dalla legge elettorale. Se l'attuale legge ibrida (il cosiddetto Rosatellum) non verrà modificata, con ogni probabilità rivedremo il solito conflitto fra centro-destra e centr…
In 75 anni di Repubblica, il nostro sistema politico è stato sostanzialmente bipolare, ossia destra contro sinistra, per appena 15 anni, dal 1994 al 2008. In tutto il resto della storia repubblicana, ovvero sia prima sia dopo il quindicennio bipolare, è stato altro. Dal 1948 al 1992, abbiamo avuto un regime di "bipartitismo imperfetto", secondo la felice definizione di Giorgio Galli: Dc sempre al governo, Pci sempre fuori. Dal 2013 ad oggi, invece, il sistema è stato sempre sostanzialmente tripolare: centro-sinistra, centro-destra, Cinque Stelle. Di qui l'instabilità delle maggioranze, fino agli sconquassi e ai paradossi di questa legislatura.
E l'anno prossimo, quando torneremo al voto, che sistema avremo?
Un po', anzi molto, dipenderà dalla legge elettorale. Se l'attuale legge ibrida (il cosiddetto Rosatellum) non verrà modificata, con ogni probabilità rivedremo il solito conflitto fra centro-destra e centro-sinistra, magari un po' complicato dal fatto che i Cinque Stelle non si sa più che cosa siano, e Fratelli d'Italia lo si sa (o si crede di saperlo) più che bene.
Se, invece, la legge elettorale dovesse tornare proporzionale come nella prima Repubblica, il gioco si farebbe molto più complesso. Qualsiasi cosa si pensi dei cosiddetti centristi (o moderati, o "né di qui né di là"), sembra difficile immaginare che non abbiano una qualche significativa rappresentanza in Parlamento. Dopotutto, la spinta a cambiare la legge elettorale viene innanzitutto da loro, e sarebbe curioso che si lasciassero imporre una legge che li lascia a bocca asciutta (tradotto: scordiamoci una soglia di sbarramento al 5%, come in Germania).
Ma che cosa potrebbe diventare, in caso di legge proporzionale, il nostro sistema politico?
Qui le idee dei protagonisti si dividono. Una prima possibilità è che nasca un centro abbastanza ampio (e ben guidato) da permettergli di fungere da ago della bilancia. Se i due poli principali raccogliessero ciascuno intorno al 45% dei consensi, e il centro ne raccogliesse il 10%, in pratica il centro diventerebbe arbitro della situazione. Potrebbe scegliere con chi governare, e pure cambiare alleanze in corso di legislatura. In breve, saremmo governati dal centro-destra o dal centro-sinistra a seconda dell'umore dei centristi.
Questo primo scenario forse piace alle piccole formazioni politiche che, soprattutto negli ultimi mesi, stanno cercando di trovare uno sbocco elettorale, e quindi un ruolo nel futuro parlamento. Però, a giudicare dalle dichiarazioni e dalle interviste che si sono susseguite nelle ultime settimane, l'idea che oggi pare godere di maggiore favore nel ceto politico sembra tutta un'altra, e si riassume in uno slogan: maggioranza Ursula.
Con questa espressione si allude, a seconda dei casi, a varie formule politiche per l'Italia del futuro, tutte accomunate però dal medesimo nucleo comune: Pd e Forza Italia al governo insieme, esattamente come in Europa, da sempre, governano insieme socialisti e popolari (più i liberali, da noi praticamente inesistenti).
È una prospettiva realistica?
Probabilmente sì, ma è anche terribilmente indefinita. Nel Parlamento europeo i partiti che rappresentano le tre grandi tradizioni politiche dei popolari, dei socialisti e dei liberali sfiorano il 60% dei consensi, in Italia la somma fra Pd e Forza Italia raggranella a malapena il 30%, esattamente la metà, e comunque molto di meno di quel che occorre per governare. Dunque la domanda che si pone è: Pd e Forza Italia con chi?
Sul punto le opinioni non sembrano collimare. In una recente intervista a Repubblica, Renato Brunetta critica aspramente il "bipolarismo bastardo" della seconda Repubblica, troppo condizionato dalle forze estreme, e sembra auspicare una sorta di riedizione del governo Draghi, con Forza Italia rafforzata e i partiti "populisti di governo" (Lega e Cinque Stelle) ridimensionati elettoralmente, o ridotti a più miti consigli.
In un'intervista alla Stampa, invece, Carlo Calenda (leader di Azione), dopo aver rivelato che la parola centro gli "fa schifo", immagina che sia il proprio partito a fungere da "perno" riformista, che "stacca gli estremi e, con una maggioranza Ursula, porta di nuovo Draghi al governo". Con due importanti qualificazioni: né gli altri partitini centristi, né i Cinque Stelle sono ammessi al consesso dei riformisti doc.
La sensazione è che la via immaginata da Brunetta porti a una semplice riedizione del governo attuale (come escludere Salvini e Conte, dopo averli inclusi?), e che la via immaginata da Calenda presupponga, a premier invariato, la rottura della Lega e/o del Movimento Cinque Stelle, con conseguente separazione del grano riformista dal loglio estremista. In entrambi i casi, una sorta di capovolgimento del bipartitismo imperfetto, con Fratelli d’Italia nel ruolo (influente) che fu del Pci, e le formazioni di estrema sinistra nel ruolo (ininfluente) che fu del Msi.
Resterebbe solo un dubbio: e gli elettori? Siamo sicuri che agli elettori vada bene che la loro scelta si riduca a dare più forza al Pd o a Forza Italia dentro un governo che, con più o meno accortezza, si limita a gestire le risorse del Pnrr? Siamo sicuri che, dopo aver assaggiato il bipolarismo e il tripolarismo, siano pronti a tornare al monopolarismo della prima Repubblica, quando a governare erano sempre i partiti centrali, e le estreme (Pci e Msi) erano confinate permanentemente all'opposizione?
Sì, può darsi che siano pronti, stanchi di decenni di politica urlata. Ma può anche darsi che la risposta sia un’altra: un ulteriore allontanamento dalle urne.
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