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È ora di riaprire tutto

(ansa)

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Perché le restrizioni anti Covid 19 non hanno più senso
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Nel marzo del 2020 scrissi che dovevamo "cancellare qualsiasi cosa" di fronte alla grave minaccia rappresentata dal Covid-19: gli eventi di massa dovevano essere rinviati, le aziende dovevano mandare i dipendenti a lavorare a casa e le scuole dovevano spostare le lezioni online. Rimango convinto che fosse la cosa giusta da fare. Nessuno era vaccinato e non avevamo i mezzi per curare la malattia, e queste erano misure necessarie per salvare vite umane ed evitare un tracollo del sistema sanitario. Quasi due anni dopo, abbiamo a disposizione vaccini altamente efficaci e gratuiti per chiunque voglia utilizzarli. Pillole antivirali diventeranno presto disponibili su larga scala. Finalmente abbiamo gli strumenti per convivere con il virus, eppure la vita rimane profondamente condizionata dalle precauzioni antipandemia.


All'inizio della pandemia siamo stati troppo lenti ad adattarci. Ora corriamo di nuovo il rischio di prolungare lo status quo più a lungo di quanto sia…

Nel marzo del 2020 scrissi che dovevamo "cancellare qualsiasi cosa" di fronte alla grave minaccia rappresentata dal Covid-19: gli eventi di massa dovevano essere rinviati, le aziende dovevano mandare i dipendenti a lavorare a casa e le scuole dovevano spostare le lezioni online. Rimango convinto che fosse la cosa giusta da fare. Nessuno era vaccinato e non avevamo i mezzi per curare la malattia, e queste erano misure necessarie per salvare vite umane ed evitare un tracollo del sistema sanitario. Quasi due anni dopo, abbiamo a disposizione vaccini altamente efficaci e gratuiti per chiunque voglia utilizzarli. Pillole antivirali diventeranno presto disponibili su larga scala. Finalmente abbiamo gli strumenti per convivere con il virus, eppure la vita rimane profondamente condizionata dalle precauzioni antipandemia.


All'inizio della pandemia siamo stati troppo lenti ad adattarci. Ora corriamo di nuovo il rischio di prolungare lo status quo più a lungo di quanto sia giustificabile. È ora di aprire tutto. Le restrizioni più severe imposte dal governo sulle attività quotidiane, adottate nel momento in cui la pandemia era ai suoi massimi, successivamente sono state rimosse. Quando dico "apriamo tutto", qualcuno potrebbe senz'altro rispondermi che "non siamo più chiusi".


Ma dire una cosa del genere equivale a ignorare che le misure adottate per fermare la diffusione del coronavirus continuano a influenzare profondamente la vita di tutti i giorni: molte persone che svolgono lavori di ufficio continuano a lavorare da casa; persistono restrizioni importanti sui viaggi internazionali; il "teatro igienico" resta diffuso, con imprese private e uffici pubblici che mettono in atto costose procedure di sanificazione.


Molte persone si spingono ancora più in là dei requisiti di sicurezza ufficiali. Molti di noi, ogni volta che c'è da uscire di casa, si sono abituati a effettuare un'analisi informale dei rischi e dei benefici. Molti continuano a chiedersi se quella puntata estemporanea in un bar vicino casa o quella vacanza a lungo rimandata "valgano davvero la pena". Nessuno di questi sacrifici è particolarmente oneroso preso singolarmente. Ma alcuni di essi, sommati, riducono notevolmente la qualità della vita e creano un profondo senso di malessere sociale. Un conto era accettare restrizioni quando sembrava che sarebbero state temporanee, un altro discorso è doverle sopportare a tempo indefinito. Per molti, la sensazione che vivremo in un purgatorio pandemico ancora per mesi o per anni rappresenta un pesante fardello psicologico.


Questo rende ancora più importante fissare un termine chiaro: per quanto ancora si protrarranno le restrizioni alla vita di tutti i giorni? A cosa servono ormai? Nel marzo del 2020 l'obbiettivo del distanziamento sociale era estirpare la malattia; all'epoca le autorità sanitarie speravano che un sistema di test, tracciamento e isolamento potesse riuscire a bloccare tutti i casi di trasmissione comunitaria. Quando il numero di casi è esploso e gli ospedali si sono ritrovati sotto pressione, la giustificazione per il distanziamento sociale è cambiata. Il suo scopo era fare in modo che le persone più malate potessero continuare a ricevere un'assistenza medica di alta qualità. L'obbiettivo era "appiattire la curva".
Nessuno di questi obbiettivi è applicabile oggi. Nessuno che rivesta un ruolo di potere pensa che stiamo per "sconfiggere" il virus. Azzerare il Covid non è un obbiettivo realistico. E gli ospedali non corrono un rischio imminente di collasso.


È possibile che qualche variante futura di Covid possa rivelarsi più pericolosa della Omicron. Se un ritorno a misure di distanziamento sociale dovesse di nuovo dimostrarsi necessario, sarò fra i primi a dirlo. Ma in questo momento le restrizioni antipandemia che continuano a condizionare la vita di ogni giorno sono diventate inutili.
La fine del purgatorio pandemico implicherebbe la rimozione delle restrizioni che ancora permangono sulle attività quotidiane (che in ogni caso non sono riuscite a impedire il dilagare di casi Omicron questo inverno). Ci libereremmo di misure, come la sanificazione, che sono una pura e semplice esibizione. Politici e autorità sanitarie invierebbero il messaggio che la gente non deve più limitare le sue attività sociali, incoraggiando le persone a ricominciare a far incontrare i bambini e invitare gli amici a casa senza sensi di colpa. E tutti cercheremmo di vivere il più normalmente possibile.


Se i benefici di una piena riapertura sono evidenti, le controindicazioni quali sono? Per quelli che hanno completato il ciclo vaccinale, il rischio rappresentato dal Covid si è ridotto enormemente. Da ottobre a novembre dello scorso anno, ogni settimana sono morti di Covid 7,8 americani non vaccinati su 100.000, secondo i Centri per la prevenzione delle malattie. Durante lo stesso periodo, sono morti di Covid solo 0,6 americani vaccinati su 100.000, dato che scende ad appena 0,1 per i vaccinati con terza dose.
Oltre ai vaccini, ora abbiamo farmaci antivirali che secondo i test clinici riducono di quasi nove decimi le ospedalizzazioni o i decessi da Covid. Anche se sono stati approvati troppo tardi per poter essere usati sulla maggior parte dei pazienti durante l'ondata della variante Omicron, dovrebbero presto diventare uno strumento altamente efficace e largamente disponibile. Il rischio che rappresenta oggi il Covid per la società è molto più basso di quanto sia mai stato negli ultimi due anni.


La ragione più convincente per continuare con le restrizioni antipandemia è che alcune persone rimangono vulnerabili. I non vaccinati, per esempio, continuano a essere seriamente a rischio. Quali doveri abbiamo nei loro confronti? Il nostro atteggiamento attuale verso i non vaccinati è illogico: da un lato li trattiamo con disprezzo, dall'altro facciamo sacrifici enormi per proteggerli. I non vaccinati sono oggetto di una pressione e un'indignazione morale enormi. Governi e istituzioni private stanno facendo tutto il possibile per complicargli la vita. Molte persone praticano addirittura un'esplicita Schadenfreude ogni volta che un No Vax muore di Covid.


Questo è sbagliato: ogni vittima di questa pandemia merita compassione da parte nostra. Allo stesso tempo, va detto che i non vaccinati sono, implicitamente, la principale giustificazione per tenere in piedi le attuali restrizioni. Quelli che vogliono continuare con le restrizioni sottolineano che il bilancio di vittime del Covid resta alto, e queste vittime sono concentrate in larga misura fra i non vaccinati.
Questo è altrettanto sbagliato: non dobbiamo sospendere la nostra vita a tempo indefinito perché altri hanno deciso di rischiare la loro. I non vaccinati non sono l'unico gruppo vulnerabile: gli immunodepressi e gli anziani continuano a correre seri pericoli senza averne la minima responsabilità. Anche persone giovani e sane possono continuare ad accusare sintomi, come un persistente affaticamento, pure molto dopo essere guarite dal Covid.


La diffusione mondiale del coronavirus significherà probabilmente gravi sofferenze ancora per anni, e questa è una tragedia. Ma non è una ragione sufficiente per trasformare in modo permanente la nostra società in forme che la rendono meno libera, socievole e gioiosa. Così come siamo disposti a correre rischi calcolati in altri ambiti dell'esistenza dovremmo essere disposti a tollerare un certo rischio di malattie infettive. Quando partiamo per un viaggio in macchina attraverso il Paese, sappiamo che potremmo avere un incidente. Potremmo farci male e potrebbe farsi male un altro automobilista, o anche un bambino che attraversa la strada. Ma questo non crea l'obbligo morale di restarcene fermi immobili per il resto della nostra vita. Considerando che probabilmente il Covid rimarrà endemico anche nel prossimo futuro, rimandare il ritorno alla vita normale fino a quando il rischio che rappresenta non sarà stato eliminato del tutto non è semplicemente un piano realistico. Il rischio rappresentato da batteri e virus continua a essere, anche oggi, molto più basso che in quasi ogni altra epoca della storia umana. Nel 1900 ogni anno moriva per malattie infettive quasi l'1 per cento della popolazione, un ordine di grandezza superiore rispetto a oggi. Eppure, le persone esposte a questo pericolo sceglievano di praticare fino in fondo la loro vita sociale, valutando che il rischio di pestilenza non giustificava la rinuncia al bisogno di contatto umano.
Se nessuno andasse più al ristorante, se nessuno organizzasse più una festa, rallenteremmo la diffusione del Covid-19 e anche di tante altre malattie infettive. Ma sarebbe una cura peggiore della malattia.
È ora di aprire tutto.
(Traduzione di Fabio Galimberti)