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Referendum, il menù politico della Consulta

Bologna, flashmob a sostegno del referendum sull'eutanasia legale (fotogramma)

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Interpretare la Costituzione non è la stessa cosa che applicare il codice degli appalti o il diritto tributario. La prima detta norme generali, che conformano la nostra democrazia. Sicché i giudici costituzionali devono possedere sensibilità politica
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Se ciascun referendum fosse come un uovo (Giuliano Amato dixit), con 8 referendum potremmo farci una frittata. Sarà questo il menù che verrà servito in tavola dai giudici costituzionali? Sbatteranno le uova fino a romperle, negando agli italiani il voto? E che razza di decisione spetta alla Consulta? In punta di diritto o con un occhio rivolto alla politica, alla vita della polis?

Lui, il nuovo presidente della Corte costituzionale, ha invitato i suoi colleghi a non cercare il pelo nell'uovo, impegnandosi piuttosto per consentire il voto popolare. A prima vista, una bestemmia giuridica. La Consulta rappresenta la prima magistratura del Paese, non un super Parlamento, nonostante i timori espressi da Togliatti in Assemblea costituente. Le sue pronunzie sono vincolate da una norma (l'articolo 75 della Costituzione), si tratta semplicemente d'applicarla. E hanno forma di sentenza, non di legge. Quindi ogni valutazione politica rimane estranea all'ogge…

Se ciascun referendum fosse come un uovo (Giuliano Amato dixit), con 8 referendum potremmo farci una frittata. Sarà questo il menù che verrà servito in tavola dai giudici costituzionali? Sbatteranno le uova fino a romperle, negando agli italiani il voto? E che razza di decisione spetta alla Consulta? In punta di diritto o con un occhio rivolto alla politica, alla vita della polis?

Lui, il nuovo presidente della Corte costituzionale, ha invitato i suoi colleghi a non cercare il pelo nell'uovo, impegnandosi piuttosto per consentire il voto popolare. A prima vista, una bestemmia giuridica. La Consulta rappresenta la prima magistratura del Paese, non un super Parlamento, nonostante i timori espressi da Togliatti in Assemblea costituente. Le sue pronunzie sono vincolate da una norma (l'articolo 75 della Costituzione), si tratta semplicemente d'applicarla. E hanno forma di sentenza, non di legge. Quindi ogni valutazione politica rimane estranea all'oggetto del giudizio, altrimenti rischierebbe d'inquinarlo. E le conseguenze politiche della decisione sono affare dei partiti, non della Consulta.

Ma è un errore, anzi un abbaglio. I 15 membri dell'organo che deciderà sui referendum formano una categoria speciale, staccata dall'apparato giudiziario, benché indossino una toga nera lunga fino ai piedi. Ne è prova la stessa composizione della Corte: 5 giudici vengono scelti dalle magistrature superiori (Cassazione, Corte dei conti, Consiglio di Stato), ma gli altri 10 da organi rappresentativi (Parlamento e presidente della Repubblica). Dunque per due terzi la Consulta è figlia del potere politico, non di quello giudiziario. Per quale ragione? Perché interpretare la Costituzione non è la stessa cosa che applicare il codice degli appalti o il diritto tributario. La prima detta norme generali, che conformano la nostra democrazia. Sicché i giudici costituzionali devono possedere "sensibilità politica", come si legge nei manuali.

La valenza politica delle sentenze pronunziate in nome della Carta s'estende poi alla massima potenza, quando esse hanno per oggetto un referendum. Non a caso la Repubblica italiana venne battezzata da una consultazione popolare (nel 1946), mentre un altro referendum (nel 1993) ha schiuso i battenti alla seconda Repubblica. E non a caso la giurisprudenza costituzionale sull'ammissibilità dei referendum è ondivaga come una ballerina di flamenco. In mezzo secolo d'esperienza, vi si legge tutto e il suo contrario. Introducendo limiti ulteriori a quelli scolpiti dai costituenti, aggiungendo e poi negando criteri di giudizio talvolta scriteriati. Ma per lo più accendendo il rosso del semaforo: 67 referendum ammessi, molti di più bocciati.

Questa diffidenza verso il più antico strumento di democrazia diretta è in se stessa politica, riflette l'ostilità con cui la politica italiana ha sempre accompagnato i referendum. E infatti la sua storia comincia con 22 anni di ritardo sulla Costituzione (la legge istitutiva è del 1970). Continua frodando il voto popolare (fra gli episodi più vistosi: la consultazione sul finanziamento pubblico ai partiti, abrogato nel 1993 dal 90% dei votanti, ma riesumato otto mesi dopo sotto forma di "rimborsi elettorali"). Infine s'inabissa quando i partiti decidono d'organizzare l'astensione, facendo naufragare 25 referendum dal 1997 in poi.

Il vento tuttavia è cambiato. Ad annusare l'aria, ora s'avverte piuttosto un favor della politica italiana verso il referendum, se non un moto d'amore. Difatti l'anno scorso, con una legge approvata a voti unanimi, il Parlamento ha introdotto le firme digitali per sottoscrivere i quesiti. Ne hanno profittato i giovani, aderendo in massa ai referendum sull'eutanasia (un milione e 200 mila firme) e sulla cannabis (630 mila). Mentre il governo Draghi non è intervenuto dinanzi alla Consulta per sostenere l'inammissibilità dei referendum, come facevano i governi nel passato. Giusto così: quando l'affluenza ai seggi precipita all'11% - ha osservato giorni fa Francesco Bei, rispetto alle suppletive di Roma - le occasioni di partecipazione elettorale vanno assecondate, non certo negate. Vale per l'esecutivo, vale per le Camere, ma vale altresì per la Consulta.