Dalla parte delle ragazze
di Elisabetta Camussi , di Elisabetta CamussiStudi all’università, superi gli esami bene, in fretta, con buoni voti. Ti laurei in corso, e molto spesso sei la prima della tua famiglia d’origine a raggiungere quel titolo (dati Alma Laurea). Non è comunque sufficiente per un buon lavoro, pertinente i tuoi studi e adeguatamente retribuito. Ti dicono che è perché hai voluto studiare quello che ti interessava, mentre avresti dovuto formarti nelle discipline Stem. Alcune intanto alle Stem si appassionano: trovano un lavoro più facilmente delle altre (bene), ma il gender pay gap con il compagno di corso è già evidente a 5 anni dalla laurea, anche se pesa un po’ meno che nelle altre professioni. Ti spiegano che la ragione è che le laureate cercano un lavoro stabile (richiesta singolare?) e che abbia un’utilità sociale: per questo, se lo troverai, sarà precario e sottopagato. Avresti invece dovuto aspirare al guadagno e alla carriera, come il tu…
Studi all’università, superi gli esami bene, in fretta, con buoni voti. Ti laurei in corso, e molto spesso sei la prima della tua famiglia d’origine a raggiungere quel titolo (dati Alma Laurea). Non è comunque sufficiente per un buon lavoro, pertinente i tuoi studi e adeguatamente retribuito. Ti dicono che è perché hai voluto studiare quello che ti interessava, mentre avresti dovuto formarti nelle discipline Stem. Alcune intanto alle Stem si appassionano: trovano un lavoro più facilmente delle altre (bene), ma il gender pay gap con il compagno di corso è già evidente a 5 anni dalla laurea, anche se pesa un po’ meno che nelle altre professioni. Ti spiegano che la ragione è che le laureate cercano un lavoro stabile (richiesta singolare?) e che abbia un’utilità sociale: per questo, se lo troverai, sarà precario e sottopagato. Avresti invece dovuto aspirare al guadagno e alla carriera, come il tuo compagno di corso (sempre rilevazione Alma Laurea). In realtà, come donna, in Italia, potresti anche finire per appartenere a quel 50% di genere femminile che un impiego non ce l’ha (un dato che l’Europa ci implora da anni di migliorare). Intanto, se tu ce l’hai fatta (ma in che modo? guardiamo i dati Istat sul part time involontario), dentro quella percentuale troveremo di sicuro tua madre, sorella, cugina, amica, vicina di casa. Tanto più se non risiedi, tu e le altre, al Nord.
Nel frattempo se vai ad una festa ti possono accadere cose orrende: se la festa è in casa, perché lì con te ci sono dei pari che pari non sono affatto; se la festa è in un palazzetto dello sport, perché può accadere che chi sta svolgendo il servizio di soccorso abusi di te. Se la festa poi è nella piazza di una grande città rischi che dei maschi (e poco importano l’età la classe sociale, le origini) pensino di avere il diritto di toccarti e di spogliarti. E l’unica ad intervenire rapidamente per porre fine a quello schifo finisce per essere un’altra ragazza, che non ti conosce ma capisce ed agisce: urla, si fa largo, ti copre con la sua giacca. Che è davvero un esempio perfetto di cosa vuol dire essere una donna dalla parte delle donne.
Se invece vai a scuola, puoi faticare a renderti conto che un docente, il più brillante, che è anche amico di famiglia ti sta sistematicamente molestando: la preside non ti crede, tu stessa non ti credi, e intanto le molestie vanno avanti, verso di te e molte altre studentesse.
Scenari sconfortanti, di cui però le ragazze e i ragazzi non sono i responsabili. Per fare infatti ordine in questa confusione, dobbiamo diventare capaci di riconoscere il peso e l’influenza della variabile genere su ciascuno di noi che siamo gli adulti. E farne oggetto di riflessione e di intervento, da maschi e da femmine. Che vuol dire agire con urgenza sulla nostra formazione, sugli stereotipi inconsapevolmente interiorizzati e sui comportamenti errati e discriminatori che ne derivano. Nel Pnrr si parla molto di “up-skilling”, ossia di crescita delle competenze, quale leva per rilanciare il Paese: bene, inseriamo tra le competenze indispensabili da acquisire la consapevolezza dei nostri stereotipi di genere e pregiudizi, e le modalità per superarli. E formiamo su questo la PA, le aziende, il privato sociale. Formiamo medici, manager, insegnanti, avvocati, magistrati, psicologi, educatori, assistenti sociali, personale sanitario, consulenti, giornalisti e comunicatori: tutte le persone e le professioni che in psicologia sociale si chiamano multipliers, perché nel loro agire quotidiano possono moltiplicare il cambiamento (o i pregiudizi).
Perché se oggi fossi una ragazza, mi verrebbe voglia di andarmene da qui, per vivere in un paese che mi permettesse di essere libera. Se fossi tutte le donne, e quei pochi tra gli uomini che hanno già capito la libertà che deriva, in primis per loro, dall’essere pari, vorrei vivere dentro un’altra versione, più giusta ed equa, della nostra storia quotidiana. Ma per costruire e realizzare una narrazione diversa, che sostenga e accompagni le spinte al cambiamento, ci vogliono le competenze. Ci vuole la cittadinanza. Ci vuole una politica sistematicamente dalla parte delle persone, non solo nelle dichiarazioni. E ci vogliono il desiderio e la capacità di realizzare, insieme, un’idea di società contemporanea e sostenibile. Che può attuarsi solo facendo concretamente pari opportunità, ossia cambiando, definitivamente, lo squilibrio di potere tra i generi. A partire dagli adulti, mentre i giovani ci guardano.