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Un'occasione persa

Giuliano Amato, presidente della Corte costituzionale (agf)
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La sentenza con cui la Corte Costituzionale ha cancellato alcuni referendum, proprio quelli che avevano acceso la speranza di un avanzamento dell’Italia sul piano dei diritti, lascia l’amaro in bocca ai promotori e ai tantissimi cittadini, particolarmente i giovani, che erano accorsi a firmarli in massa ai banchetti anche “virtuali”. La delusione è forte e comprensibile, specie dopo che le parole del neo presidente della Consulta Amato — quell’invito ai giudici a non cercare il “pelo nell’uovo” pur di cassare i quesiti — avevano lasciato sperare in un esito diverso. È certamente un’occasione persa, che alimenterà la distanza di molti cittadini dalle Istituzioni, ma le regole democratiche sono queste e bisogna accettarle. È la Costituzione ad affidare alla Consulta il giudizio di legittimità e non ci si può spellare le mani quando la Corte produce una sentenza a suo modo “r…

La sentenza con cui la Corte Costituzionale ha cancellato alcuni referendum, proprio quelli che avevano acceso la speranza di un avanzamento dell’Italia sul piano dei diritti, lascia l’amaro in bocca ai promotori e ai tantissimi cittadini, particolarmente i giovani, che erano accorsi a firmarli in massa ai banchetti anche “virtuali”. La delusione è forte e comprensibile, specie dopo che le parole del neo presidente della Consulta Amato — quell’invito ai giudici a non cercare il “pelo nell’uovo” pur di cassare i quesiti — avevano lasciato sperare in un esito diverso. È certamente un’occasione persa, che alimenterà la distanza di molti cittadini dalle Istituzioni, ma le regole democratiche sono queste e bisogna accettarle. È la Costituzione ad affidare alla Consulta il giudizio di legittimità e non ci si può spellare le mani quando la Corte produce una sentenza a suo modo “rivoluzionaria” sul suicidio assistito (la sentenza Cappato-DjFabo), salvo poi tacciare quegli stessi giudici di voler soltanto conservare solo lo status quo. Soppesando le parole pronunciate ieri da Giuliano Amato, appare oltretutto chiaro che questa Corte, sui temi etici e dei diritti, non è un Cerbero a guardia di un’altra epoca, tutt’altro.


Al di là delle discussioni tecniche sull’ammissibilità del quesito sull’omicidio del consenziente e dell’altro sulla cannabis, che secondo la Corte avrebbe invece depenalizzato la coltivazione di papaveri da oppio e coca, resta dunque il messaggio politico sotteso alla decisione di ieri. A questo punto il Parlamento non può più sottrarsi al diritto-dovere di dare una risposta agli italiani sui cosiddetti temi di bio-politica. Una legge è in discussione sul suicidio assistito, si trovi dunque un compromesso che restituisca senso al Parlamento. Il luogo, come ha detto il presidente Mattarella nel suo discorso di re-insediamento, “dove la politica riconosce, valorizza e immette nelle istituzioni ciò che di vivo emerge dalla società civile”. Sempre che sia ancora capace di farlo, come ha dimostrato in passato sulle unioni civili.

Pensiamo dunque ai quesiti che restano in piedi, i cinque sulla giustizia che sono sopravvissuti. Li hanno promossi la Lega e il Partito radicale e di questi cinque superstiti, tre vanno a impattare sulla riforma del Csm su cui il Parlamento sta per legiferare: il numero di firme necessarie per presentare una candidatura all’organo di autogoverno della magistratura, la possibilità
per gli avvocati di dare il loro voto sulle “pagelle” dei magistrati, la separazione delle funzioni. Inutile dire che anche il loro futuro è a rischio, visto che il governo pretenderà che le Camere corrano per approvare le nuove norme in tempo per l’elezione del nuovo Csm. Significa che entro maggio dovranno vedere la luce, in questo modo fagocitando tre quesiti su cinque.


A quel punto ne resteranno soltanto due, quello sull’abolizione della legge Severino e quello che introduce limiti alla custodia cautelare. Due referendum iper-garantisti, sui quali non solo la maggioranza è divisa — Pd e M5S sono contrari nel merito — ma anche a destra i problemi non mancano vista l’ostilità di Giorgia Meloni. Molto difficile dunque che, senza il “traino” di referendum popolari come quelli su eutanasia e cannabis, i quesiti rimasti sulla giustizia riusciranno da soli a fare il quorum. L’ultima volta che accadde fu dieci anni fa, quando i referendum su acqua e servizi pubblici trascinarono alle urne la maggioranza degli italiani. Ma quello fu anche un voto politico, con una forte connotazione antigovernativa che andava oltre il merito dei quesiti.


È allora interessante, al di là della sorte che avranno questi referendum, capire la partita politica che si è aperta soprattutto a destra. Si è già notato un divaricamento importante tra la destra sovranista di Fratelli d’Italia e quella governativa di Salvini in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica. I referendum sulla giustizia non fanno che approfondire questo solco, spingendo Salvini a compiere un ulteriore passo in avanti. È un passaggio che non va sottovalutato. Con questa postura garantista, il leader del Carroccio si pone sempre più come erede non di Berlusconi (cosa impossibile), ma dello spazio politico di Forza Italia. Non a caso ieri, commentando la sentenza della Consulta, Salvini ha detto che dalla campagna referendaria può nascere “un centrodestra nuovo, liberale e garantista”. Un centrodestra, par di capire, che tiene fuori i Fratelli d’Italia, nipotini di quei militanti del Msi che tirarono le monetine a Craxi all’uscita del Raphael.