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La crisi in Ucraina e il potere del ricatto

Carri armati russi (afp)
Non ci sono molte alternative al tentativo di stemperare la tensione. La posta in gioco è troppo alta: per la Russia, un prezzo in termini economici e finanziari; per l'Europa, il rischio di una crisi energetica insostenibile; per gli Stati Uniti, il saldarsi di un'alleanza russo-cinese complicata da gestire
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Per come si è messa, con le truppe russe ad un passo dall'entrata in Ucraina e l'Occidente fermo sui principi, non ci sono molte alternative al tentativo di stemperare la tensione. Troppo alta la posta in gioco: per la Russia, un prezzo altissimo in termini economici e finanziari; per l'Europa, il rischio di una crisi energetica insostenibile; per gli Stati Uniti, il saldarsi di un'alleanza russo-cinese assai complicata da gestire sul piano globale e nello scacchiere asiatico.

Per le parti in causa l'Ucraina ha un valore simbolico: minaccioso avamposto occidentale nella percezione russa, esempio di sovranità e autodeterminazione in quella occidentale. Il de-conflicting non può che iniziare da qui, anche se il destino ucraino è solo una parte di una sfida molto più ampia e complessa. Quella della ridefinizione dell'architettura europea di sicurezza. Sotto questo profilo, la candida ammissione del cancelliere Scholz, reduce da …

Per come si è messa, con le truppe russe ad un passo dall'entrata in Ucraina e l'Occidente fermo sui principi, non ci sono molte alternative al tentativo di stemperare la tensione. Troppo alta la posta in gioco: per la Russia, un prezzo altissimo in termini economici e finanziari; per l'Europa, il rischio di una crisi energetica insostenibile; per gli Stati Uniti, il saldarsi di un'alleanza russo-cinese assai complicata da gestire sul piano globale e nello scacchiere asiatico.

Per le parti in causa l'Ucraina ha un valore simbolico: minaccioso avamposto occidentale nella percezione russa, esempio di sovranità e autodeterminazione in quella occidentale. Il de-conflicting non può che iniziare da qui, anche se il destino ucraino è solo una parte di una sfida molto più ampia e complessa. Quella della ridefinizione dell'architettura europea di sicurezza. Sotto questo profilo, la candida ammissione del cancelliere Scholz, reduce da Washington, che Kiev non è destinata ad entrare nella Nato - poi ribadita dai toni concilianti della sua conferenza stampa con Vladimir Putin - aiuta a sbloccare lo stallo e avviare il dialogo.

Certo, al di là delle truppe, Mosca conserva un potere di ricatto assai significativo in Ucraina, fatto di attacchi cibernetici, soldati senza mostrine, propaganda destabilizzante, capacità di creare falsi pretesti per intervenire e di modulare gli interventi in modo da non rischiare ritorsioni troppo massive. Ma nel complesso, moderare almeno temporaneamente le ambizioni ucraine - come del resto si erano impegnate a fare con il presidente Zelenskyj molte cancellerie diplomatiche - attenua l'impasse.

Molti fattori fanno ritenere plausibile il consolidarsi di questo scenario: anzitutto, la compattezza mantenuta dall'Occidente - e ribadita da Joe Biden - a fronte dell'esibizione eccessiva di forza militare russa continua a fare la differenza. Poi, sul versante opposto, la dichiarata indisponibilità occidentale a impiegare le armi, la scarsa voglia americana di considerare Putin come un nemico credibile specie in uno scenario europeo ormai meno rilevante del pivot to Asia, come pure le dipendenze energetiche, possono far preferire ai russi il tavolo del negoziato.

Quest'ultimo non si presenta facile né privo di insidie. Va detto subito con chiarezza: per l'Occidente - e segnatamente per gli europei - qualsiasi nuovo assetto rischia di essere meno conveniente dell'attuale. Frutto com'è della sconfitta dell'Urss nella Guerra fredda e retaggio del mondo unipolare a guida americana.

In una realtà oggi profondamente diversa, dove nessun Paese da solo è più in grado di definire l'agenda globale, prevalgono gli equilibri di potenza, la disponibilità a minacciare l'uso delle armi, la disinvoltura nell'impiego di strumenti non convenzionali. Soprattutto, la crisi ucraina insegna che la Russia non è più disposta a considerarsi sconfitta dalla storia, ritiene la pace in Europa non scontata ma oggetto di negoziato e vuole condurlo in primis con gli Stati Uniti. Una questione di status e di potere reale.

Ancora pochi mesi fa, un simile scenario pareva impossibile: con tutta evidenza lo avevamo sottovalutato, nell'idea che bastasse ingaggiare selettivamente i russi in alcuni scenari di crisi e in qualche tematica globale. Siria, Libia, Bielorussia, Nagorno-Karabakh, Kazakistan, manifestazioni di una rinnovata assertività non sono state sufficienti.

Ingaggiare Mosca oggi rischia di essere più complesso: postula di trovare formule nuove e tutte da definire di rapporto tra l'Europa e i Paesi del suo "estero vicino" che non tocchino aspetti securitari; di intendersi conseguentemente sul significato del termine "minaccia" per evitare pericolose sottovalutazioni; di ridefinire il sistema pattizio che regola esercitazioni militari e forze missilistiche; di prevedere un sistema condiviso di misure di fiducia reciproca.

Giocare in squadra, europei e americani, Nato e Ue, sarà essenziale. Alla fine dei conti, infatti, Washington un'intesa di potenza con Mosca potrebbe trovarla: pericoloso per l'Europa disunirsi e rimanere indietro.