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Luci e ombre di un compromesso

Giuliano Amato 
2 minuti di lettura

È stata una novità inattesa e quasi rivoluzionaria la conferenza stampa del presidente della Corte per illustrare le ragioni delle sentenze e dialogare nel merito con i giornalisti. Una volontà di trasparenza che cambia un po’ l’immagine della Consulta. C’è da domandarsi, peraltro, se l’iniziativa di Amato servirà a disinnescare le polemiche sui due referendum rigettati: l’eutanasia (per la precisione: l’omicidio del consenziente) e la legalizzazione delle droghe leggere (la cannabis).
A giudicare dalle reazioni, si deve presumere di no, almeno non subito. I comitati promotori hanno speso tempo e passione per imporre i due temi e la loro delusione è cocente. Anche perché si è parlato di un errore materiale nel quesito sulla droga: una tesi che ha sparso altra benzina sul fuoco e naturalmente viene respinta dal radicale Cappato, il quale arriva a denunciare una ferita alla democrazia. Vedremo.

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È stata una novità inattesa e quasi rivoluzionaria la conferenza stampa del presidente della Corte per illustrare le ragioni delle sentenze e dialogare nel merito con i giornalisti. Una volontà di trasparenza che cambia un po’ l’immagine della Consulta. C’è da domandarsi, peraltro, se l’iniziativa di Amato servirà a disinnescare le polemiche sui due referendum rigettati: l’eutanasia (per la precisione: l’omicidio del consenziente) e la legalizzazione delle droghe leggere (la cannabis).
A giudicare dalle reazioni, si deve presumere di no, almeno non subito. I comitati promotori hanno speso tempo e passione per imporre i due temi e la loro delusione è cocente. Anche perché si è parlato di un errore materiale nel quesito sulla droga: una tesi che ha sparso altra benzina sul fuoco e naturalmente viene respinta dal radicale Cappato, il quale arriva a denunciare una ferita alla democrazia. Vedremo.


Quel che è certo, le scelte della Corte resteranno nella memoria del paese per un’altra ragione: l’aver ammesso cinque dei sei referendum sulla giustizia (è rimasto escluso il quesito sulla responsabilità del magistrato, comunque uno dei più significativi). Non era scontato. Con la sentenza si sottolinea ciò che non va nel sistema giudiziario e attende di essere corretto dopo anni di ritardi.

Ovviamente la Corte rifiuta anche solo il sospetto di agire per motivi politici o per influenzare la politica.
Le decisioni sono prese in base a un esame tecnico-giuridico delle questioni, all’interno dei margini costituzionali. Tuttavia esiste qualcosa che si definisce lo “spirito dei tempi”, ossia il mutare del senso comune a proposito di certi aspetti della vita nazionale. È la ragione per cui talune riforme, considerate in passato non prioritarie, diventano urgenti. Sotto tale profilo la Corte — s’intende nel suo ambito e con le cautele necessarie — può e forse vuole contribuire a modernizzare il paese in un’epoca in cui il Parlamento tende ad arenarsi sui provvedimenti chiave. Come la Corte Suprema degli Stati Uniti sa interpretare lo “spirito dei tempi”, così anche la Consulta può aiutare la modernizzazione.

È una tesi che non convince quanti hanno letto nella giornata di ieri e nelle parole di Amato solo un abile compromesso. Niente sul “fine vita” e sulla cannabis legale. Niente sulla responsabilità dei magistrati che sbagliano. E con il Parlamento che potrebbe vanificare uno o due dei quesiti ammessi. Ma chi invece vede il bicchiere mezzo pieno, pensa che la spinta verso una riforma generale della giustizia sia evidente, al di là delle prudenze della riforma Cartabia e del rischio che essa sia, ciò nonostante, annacquata. In fondo chi ricorda le dure parole del presidente Mattarella nel discorso inaugurale del nuovo mandato, si rende conto che il tema giustizia non può essere accantonato ancora una volta. Il che significa colpire il sistema correntizio e corporativo, nonché ridurre la tentazione di sovrapporsi alla politica da parte di alcuni magistrati. L’occasione c’è, bisogna capire se sarà sfruttata. Molto dipende da come si svolgerà la campagna elettorale. Già la destra si è divisa: Giorgia Meloni non intende lasciare a Salvini, promotore delle firme, il palcoscenico. Del resto, sarebbe un errore se la Lega si limitasse a sventolare una bandierina di partito. A sua volta il Pd è stato scavalcato dagli eventi su un tema cruciale, anzi quasi un tabù: appunto il rapporto con la magistratura.