"In guerra, lo spionaggio è forza secondaria... perché, alla fine, l'intelligence funziona solo attraverso la forza" ammoniva lo studioso David Kahn, autore del classico La storia dei codici segreti (Mondadori), e lo stratega inglese John Keegan gli fa eco dal saggio Intelligence in war: "La guerra dei servizi segreti è sempre debole forma di attacco contro il nemico". Il presidente russo Vladimir Vladimirovic Putin, tenente colonnello dello spionaggio Kgb, crede invece, come tradizionalmente gli uomini dei servizi, all'onnipotenza del conflitto di informazione e psicologico e, scatenando l'assedio dei 130.000 militari all'Ucraina, era persuaso che la sciarada di mobilitazione in campo, disinformazione, diplomazia, cannonate dei mercenari in Donbass, ricatto del gas, perfino le ambasciate di Mosca ridotte a troll, con i meme fanciulleschi di John Travolta, vincesse la partita, riducendo alle corde il leader ucraino Volodymyr Zel…
"In guerra, lo spionaggio è forza secondaria... perché, alla fine, l'intelligence funziona solo attraverso la forza" ammoniva lo studioso David Kahn, autore del classico La storia dei codici segreti (Mondadori), e lo stratega inglese John Keegan gli fa eco dal saggio Intelligence in war: "La guerra dei servizi segreti è sempre debole forma di attacco contro il nemico". Il presidente russo Vladimir Vladimirovic Putin, tenente colonnello dello spionaggio Kgb, crede invece, come tradizionalmente gli uomini dei servizi, all'onnipotenza del conflitto di informazione e psicologico e, scatenando l'assedio dei 130.000 militari all'Ucraina, era persuaso che la sciarada di mobilitazione in campo, disinformazione, diplomazia, cannonate dei mercenari in Donbass, ricatto del gas, perfino le ambasciate di Mosca ridotte a troll, con i meme fanciulleschi di John Travolta, vincesse la partita, riducendo alle corde il leader ucraino Volodymyr Zelensky.
Putin non si aspettava che, a sorpresa, l'anziano presidente americano Joe Biden reagisse con l'inedita strategia di Radical Transparency, trasparenza totale, mettendo a disposizione degli alleati, Unione Europea, Nato, come dei cittadini, riservati dispacci, incluse foto dallo spazio, collazionati da Nsa e Cia e da Osint, l'intelligence collettiva dei social media. Nei sondaggi interni il presidente è malmesso, il record di nuovi posti di lavoro e la pandemia che recede, perfino i guai giudiziari e fiscali del rivale Donald Trump, non gli ridanno vigore in vista delle elezioni di Midterm a novembre. Eppure, come capitò nell'inverno del 2020, quando l'autorevole The Economist lo diede per spacciato, spiegando in copertina che per la Casa Bianca si sarebbero affrontati Trump e il senatore socialista Bernie Sanders, nel momento più oscuro, il veterano della politica Usa riparte. "La tecnica della Radical Transparency - spiega a Repubblica un diplomatico americano che dialoga ogni giorno con gli alleati sulla crisi Ucraina - consiste nel condividere i nostri dati con i partner occidentali. Il presidente Biden, e i massimi consiglieri per la sicurezza, ogni poche ore, hanno conversazioni, di persona, al telefono, online, con i colleghi internazionali, dall'Italia, alla Germania, Francia e Regno Unito. La Nato non è mai stata così viva e il vostro Paese, dal presidente Mattarella, al premier Draghi, al ministro Di Maio, ai diplomatici, lo sa bene".
Domina però, nei commenti sulla crisi in Ucraina, il riflesso obsoleto e fuorviante di citare i precedenti della Guerra Fredda, accoppiato a un'amnesia da social media effimeri, sul presente. Sentire che, sotto Biden, "la Nato non è mai stata così viva", vi colpisce, se pensate che, giusto un paio di anni fa, il presidente Emmanuel Macron liquidò l'Alleanza Atlantica come "affetta da morte cerebrale", mentre l'Italia firmava i protocolli filocinesi Cintura-Strada.
La "trasparenza radicale", e l'ottimismo della generazione di Biden nei valori democratici, relegano Putin in un dilemma strategico di difficile soluzione: se rompe gli indugi e invade Kiev, si ritrova fuorilegge internazionale, con una guerriglia ai confini da far impallidire l'Afghanistan, i russi scontenti per le spese e il presidente cinese Xi Jinping, che furioso per la festa Olimpica rovinata dal vassallo indisciplinato, in caso di guerra, teme per l'economia interna, nel difficile anno del Congresso comunista. Se invece, come qualcuno dei siloviki, gli oligarchi un po' spie un po' affaristi, gli suggerisce, Putin finge di accontentarsi di una vaga promessa che l'Ucraina, per ora, non entrerà nella Nato, sarà difficile evitare che il merito del disgelo vada alla forzatura di Biden. L'ingresso di Kiev nella Nato, lo ricordino i lettori contro la disinformazione, non è affatto all'ordine del giorno, ma l'effetto del raid di Putin è, annota l'ex premier svedese Carl Bildt, che Svezia e Finlandia dibattono se entrare nel Patto Atlantico, spaventate, come i Baltici, dal Cremlino, mentre gli altri Paesi riarmano e invitano truppe e mezzi statunitensi.
Biden può ancora perdere la esile maggioranza al Congresso a novembre e per i democratici la Casa Bianca 2024 sarà dura battaglia. Ma l'affabile disponibilità con gli alleati, l'inflessibile giudizio su Putin, "un killer", impongono alla Russia uno showdown non previsto, guerra o ritirata, che i meme pagati in rubli non basteranno a nascondere. Zar Vladimir, solo al bivio, vede la sua incertezza strategica denudata, e deve considerare l'antica, spietata, domanda di ?ernyševskij e Lenin: che fare?
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