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Doppio cognome, picconare il patriarcato

(ansa)

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Il Parlamento si trova di fronte a un'occasione di riscatto per riequilibrare le normative sui diritti: deve approvare una legge che disciplini l'attribuzione del cognome dei figli, escludendo l'automatismo di quello paterno. Non possono essere le donne a pagare le incertezze della politica, o le sue arretratezze
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È di nuovo una corsa a ostacoli. Ai blocchi di partenza c'è il Parlamento che si trova di fronte a un'occasione di riscatto per riequilibrare le normative sulla parità di genere. Deve approvare una legge che disciplini l'attribuzione del cognome dei figli, escludendo l'automatismo di quello paterno. La Consulta si è già espressa in materia: dare di default il cognome del padre non rispetta la Costituzione. Ora serve che i legislatori si affrettino a sanare questo vulnus dell'uso del patronimico.

È una prerogativa, anzi un dovere del Parlamento, che non può, per colpa di un insano immobilismo sui temi dei diritti, farsi superare dalle decisioni degli ermellini. L'ossatura democratica del nostro Paese e del suo diritto di famiglia deve essere sostenuta da leggi approvate nella loro sede naturale e dagli eletti del popolo: non è accettabile, per un sistema sano, che venga costruita a colpi di sentenze.

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È di nuovo una corsa a ostacoli. Ai blocchi di partenza c'è il Parlamento che si trova di fronte a un'occasione di riscatto per riequilibrare le normative sulla parità di genere. Deve approvare una legge che disciplini l'attribuzione del cognome dei figli, escludendo l'automatismo di quello paterno. La Consulta si è già espressa in materia: dare di default il cognome del padre non rispetta la Costituzione. Ora serve che i legislatori si affrettino a sanare questo vulnus dell'uso del patronimico.

È una prerogativa, anzi un dovere del Parlamento, che non può, per colpa di un insano immobilismo sui temi dei diritti, farsi superare dalle decisioni degli ermellini. L'ossatura democratica del nostro Paese e del suo diritto di famiglia deve essere sostenuta da leggi approvate nella loro sede naturale e dagli eletti del popolo: non è accettabile, per un sistema sano, che venga costruita a colpi di sentenze.

Il lassismo normativo o, peggio, l'attività legislativa costruita sulla base di logiche da campagna elettorale hanno spesso preso di mira le donne. Che poi devono ricorrere ai tribunali per veder riconosciuti i propri diritti. Com'è accaduto con la contestatissima legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita emanata nel 2004, ai tempi del governo Berlusconi, e poi modificata più volte da sentenze della Corte costituzionale e dei tribunali amministrativi che hanno dato una nuova fisionomia all'impianto normativo iniziale.

Non possono essere le donne a dover pagare le incertezze della politica, o le sue arretratezze. E il cognome materno per i figli non deve rimanere un tabù. Le traversie burocratiche finora affrontate dai genitori benché consenzienti per completare l'identità del bambino con il doppio cognome (la presentatrice tv Emanuela Folliero lo racconta al nostro giornale) non sono da democrazia compiuta. Meno ancora lo sono gli ostacoli a una piena rivendicazione di un ruolo della mamma, anche dove non vi sia accordo tra i coniugi. Continuare a considerare la madre come una fattrice senza diritti riconosciuti dallo Stato è antistorico e non risponde neppure più al sentimento popolare, soprattutto quello delle giovani generazioni.

È proprio interpretando questo spirito dei tempi che l'intergruppo delle donne di Palazzo Madama ha dato impulso alla discussione sui cinque diversi disegni di legge depositati in Senato (tra i quali quelli firmati da Simona Malpezzi, capogruppo Pd, e Alessandra Maiorino, dei Cinquestelle) con lo scopo di arrivare all'approvazione di un unico testo entro la fine della legislatura.

Il percorso iniziato questa settimana fa ben sperare, perché c'è una disponibilità chiara del governo e della presidente del Senato, anche se i rischi che il provvedimento non veda la luce ci sono. Le dichiarazioni del ben noto senatore leghista Simone Pillon ("la madre dona il corpo, il padre consegna l'appartenenza a una storia, a una comunità, a una famiglia") sono l'indice di un retaggio culturale che ancora s'annida in Parlamento, e quindi rappresentano un ostacolo.

Nella trasversalità dell'iniziativa parlamentare, però, c'è tutta la sua nuova forza dirompente. Non esiste opportunità più ghiotta per abbattere un simbolo della disparità tra i generi che superare l'arcaico modus di assegnare ai figli il cognome del padre. Per dare una picconata all'insegna al neon del patriarcato basta prendere la rincorsa. E superare, appunto, l'ultimo ostacolo.