Crisi Ucraina-Russia, il Cremlino riscrive la storia
di Gianluca Di Feo , di Gianluca Di FeoIl dado è tratto. Vladimir Putin sfida il mondo e riscrive la storia, offrendo al suo popolo una visione imperiale per giustificare l’intervento militare. Non si limita a cancellare il capitolo aperto con la dissoluzione dell’Urss nel 1991: va indietro di un secolo esatto fino al 1922, arrivando a contestare le scelte bolsceviche che portarono alla nascita dell’Unione Sovietica. Tutto sbagliato, perché esiste una sola realtà: la Grande Russia, quella di cui l’Ucraina è sempre stata parte.
Alle spalle ha la bandiera dei Romanov, l’aquila bifronte con incastonata l’icona di San Giorgio che uccide il drago. Di mostri il nuovo Zar ne evoca in quantità, ricostruendo alla sua maniera quello che è accaduto negli ultimi cento anni: Lenin, Stalin, i loro eredi alla guida del Partito comunista. Li bolla come «nemici del popolo» — involontariamente citando proprio uno slogan della rivoluzione d&rsqu…
Il dado è tratto. Vladimir Putin sfida il mondo e riscrive la storia, offrendo al suo popolo una visione imperiale per giustificare l’intervento militare. Non si limita a cancellare il capitolo aperto con la dissoluzione dell’Urss nel 1991: va indietro di un secolo esatto fino al 1922, arrivando a contestare le scelte bolsceviche che portarono alla nascita dell’Unione Sovietica. Tutto sbagliato, perché esiste una sola realtà: la Grande Russia, quella di cui l’Ucraina è sempre stata parte.
Alle spalle ha la bandiera dei Romanov, l’aquila bifronte con incastonata l’icona di San Giorgio che uccide il drago. Di mostri il nuovo Zar ne evoca in quantità, ricostruendo alla sua maniera quello che è accaduto negli ultimi cento anni: Lenin, Stalin, i loro eredi alla guida del Partito comunista. Li bolla come «nemici del popolo» — involontariamente citando proprio uno slogan della rivoluzione d’Ottobre — dediti esclusivamente a tutelare i loro interessi personali. Una premessa che serve a introdurre il parallelismo con i governanti di Kiev: corrotti e mentitori, che hanno sfruttato i «cinquanta miliardi di aiuto concesso con generosità da Mosca» e si arricchiscono con i soldi dell’Occidente, ignorando i bisogni di una cittadinanza ridotta sul lastrico.
Crisi Ucraina, il presidente russo Vladimir Putin parla alla nazione
Il discorso è rivolto soltanto ai russi. La postura, la gestualità, lo sguardo: tutto ispira arroganza alla sensibilità occidentale ma risponde pienamente ai canoni decisionisti del potere autocratico, quello che finora ha sempre trovato il consenso dei suoi elettori. Non alza mai la voce. Con gesti severi e toni duri, ribadisce a chi è cresciuto attraverso lo sfacelo degli anni Novanta e alla generazione nata dopo la stagione sovietica che al Cremlino c’è un capo che si farà rispettare. A qualsiasi costo. Frase dopo frase, per convincerli della scelta drammatica che sta per annunciare, disegna un orizzonte cupo di tradimenti e minacce costruiti con l’unico scopo di soffocare la Russia.
Anzitutto si dilunga nello spiegare che l’Ucraina non esiste. È un errore di Lenin, portato avanti nei decenni successivi in cui il sistema comunista ha annichilito l’identità russa.
«È importante comprendere che non hanno mai avuto le tradizioni di una vera nazione, ma solo modelli esteri senza radici». Già, l’Ucraina per lui è un’invenzione di quegli stranieri che l’hanno trasformata in un’arma contro la Russia. Dichiara che Kiev è diventata un avamposto della Nato e poco importa quello che promette Biden sull’adesione che «al momento non è prevista»: ma vedrete — scandisce guardando negli occhi il suo pubblico — che invece verrà quel momento, perché ci sono state altre promesse in passato, lasciate poi cadere nel nulla. Sostiene che i missili americani siano già stati schierati, ci sono pure i cruise che «possono raggiungere Mosca in trenta secondi». Addirittura proclama che gli ucraini vogliono dotarsi di armi nucleari: «Gli Usa e la Nato hanno trasformato l’Ucraina in un teatro di guerra. L’obiettivo di tutto questo siamo noi».
Siamo già sotto attacco, è il messaggio trasmesso dalle sue parole. Con la Nato che favorisce il terrorismo islamico nel Caucaso, che alimenta i sabotaggi degli ucraini, che corre a riempire gli arsenali di Kiev, ma soprattutto che diffonde il «virus nazionalista» per distruggere gli interessi del popolo. «Gli ucraini si rendono conto di essere diventati una colonia, marionette nelle mani di altri che vogliono soltanto dividere la Russia». Di più: il governo li spinge persino a rinnegare la religione, la “dolce ortodossia” viene schiacciata per servire i padroni occidentali.
È l’appello alla “guerra patriottica”, lo stesso impugnato dal Cremlino nei momenti più drammatici della storia quando le armate di Napoleone o quelle di Hitler stavano marciando sul cuore della nazione. Putin non lo esplicita, ma ricorda che «abbiamo sempre vinto quando siamo stati attaccati». Lui ripete di avere cercato in tutti i modi una strada diplomatica: ha offerto negoziati alla Nato e all’Europa, ha invocato il rispetto dei trattati. Tutto inutile: le risposte sono state evasive, resta solo la forza. «Abbiamo il diritto di difendere la nostra sicurezza. Ed è quello che faremo». Con un colpo di scena, l’inquadratura si allarga al colonnato neoclassico del Cremlino e mostra in diretta il riconoscimento dell’indipendenza di Donetsk e Luhansk. L’Ucraina non esiste più, con una firma lo Zar del terzo millennio l’ha fatta a pezzi. E se Kiev proverà a reagire, allora ci penseranno i cannoni: la missione di peacekeeping nelle due repubbliche separatiste è cominciata, i carri armati stanno varcando la frontiera. Cosa intende per mantenimento della pace, Putin lo ha detto con chiarezza in un passaggio del suo intervento: «Siamo pronti a dimostrarvi cosa significa liberare completamente l’Ucraina».