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I mercati senza bussola

(ansa)

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L'impatto economico delle nuove crisi
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I mercati si stanno disunendo. Magari non tutti gli investitori di Wall Street, Londra e Hong Kong hanno visto È stata la mano di Dio, ma il messaggio del mondo del denaro il giorno dopo la notte di Putin è inequivocabile: sono finite le certezze degli ultimi quindici anni. Da qui in poi siamo in acque inesplorate.

Non è solo la guerra, imminente o forse già iniziata, sul fronte ucraino, un conflitto che sconvolge l’equilibrio geopolitico mondiale cominciato con la caduta del Muro di Berlino. Ma è anche lo scemare di una pandemia portatrice di tragedia, morte e privazione nelle nostre vite ma che, per i mercati, ha innescato un’ondata di stimolo senza precedenti, offrendo la garanzia di un supporto quasi illimitato da parte di banche centrali e governi.

E poi c’è l’inflazione, che in Occidente non si vedeva da più di una generazione. Frutto acerbo degli scompensi economici creati dal Covid e delle politiche mon…

I mercati si stanno disunendo. Magari non tutti gli investitori di Wall Street, Londra e Hong Kong hanno visto È stata la mano di Dio, ma il messaggio del mondo del denaro il giorno dopo la notte di Putin è inequivocabile: sono finite le certezze degli ultimi quindici anni. Da qui in poi siamo in acque inesplorate.

Non è solo la guerra, imminente o forse già iniziata, sul fronte ucraino, un conflitto che sconvolge l’equilibrio geopolitico mondiale cominciato con la caduta del Muro di Berlino. Ma è anche lo scemare di una pandemia portatrice di tragedia, morte e privazione nelle nostre vite ma che, per i mercati, ha innescato un’ondata di stimolo senza precedenti, offrendo la garanzia di un supporto quasi illimitato da parte di banche centrali e governi.

E poi c’è l’inflazione, che in Occidente non si vedeva da più di una generazione. Frutto acerbo degli scompensi economici creati dal Covid e delle politiche monetarie libertine, il caro-prezzi resterà un problema ben oltre gli effetti della quarta dose del vaccino. Dove c’era pace, ora c’è guerra. Dove c’era crescita, ora c’è inflazione. Dove c’era stimolo, ora c’è austerità. Non c’è da meravigliarsi che gli investitori siano un pò imbambolati da questi cambiamenti repentini, epocali e duraturi.

Le convulsioni delle Borse di ieri — un po’ sono andate giù, un po’ sono andate su, un po’ sono rimaste al palo — vanno lette in questa chiave di dis-unione o, come dicono i trader, di “cambiamento di regime” dopo quasi due decenni di stabilità. Al di là dei movimenti, quasi obbligati, di giornata (segnalo il balzo nel prezzo del petrolio), bisogna capire quale regime sostituirà la dittatura illuminata del denaro a poco prezzo che aveva dettato legge sin dai tempi della crisi finanziaria del 2008-2009.

I temi che stanno emergendo sono tre. Il primo è che la nuova era esacerberà le differenze tra le grandi economie dell’Occidente. Questo trend è lampante nel caso della disputa in Ucraina: gli Usa non importano quasi niente dalla Russia mentre l’Unione Europea, ed in particolare l’Italia, ne dipende per gran parte delle forniture di energia. Un balzo nel prezzo del gas — causato sia dal nervosismo dei mercati sia dalla riduzione negli approvvigionamenti per via di sanzioni o ritorsioni — colpirebbe le aziende e i cittadini nell’Ue in maniera molto più dura che negli Usa. Vista la posta in palio, non è un caso che siano proprio i governi europei a voler procedere con cautela nel punire la Russia per l’aggressione del Donbass. Anche nel caso di un aumento sostenuto nel prezzo del petrolio, gli Usa avranno la meglio sull’Europa perché sono produttori di greggio. Anzi, un prezzo più alto permetterebbe a molti trivellatori americani, che pagano di più dei concorrenti mediorientali per estrarre il petrolio, di continuare ad operare.

Il secondo tema sono le ripercussioni sui mercati emergenti. La fine del periodo di bonaccia economica li aveva già messi in difficoltà perché ogni rialzo dei tassi americani provocherà scossoni nelle loro monete e porterà a fughe di capitali verso la sicurezza e gli alti rendimenti del debito Usa. L’Occidente potrebbe peggiorare la situazione se decidesse di imporre limiti alle esportazioni di materie prime da parte della Russia. L’incremento nei costi che ne risulterebbe sarebbe deleterio per le “fabbriche del mondo” — Paesi come il Vietnam, la Cambogia e la Thailandia che sono grandi utilizzatori di palladio, platino e nichel — e potrebbe spingerli ancor più verso l’abbraccio soffocante della Cina.

Il terzo trend, che avvolge gli altri due, sono le difficoltà sempre più grandi delle banche centrali. Anche queste sono di diverso tipo. In America, la Federal Reserve ha il problema di aver sottovalutato il caro-prezzi. Il conflitto ucraino non aiuta perché avrà sicuramente un effetto inflazionistico. Secondo alcune stime potrebbe addirittura portare il costo della vita Usa sopra il 10% annuo (dal 7,5% a gennaio).

Il pericolo, a questo punto, è che la Fed usi eccessiva forza per frenare l’inflazione — alzando i tassi troppo o troppo spesso — e faccia precipitare gli Usa nella recessione. In Europa, dove le autorità monetarie vogliono rimandare l’aumento dei tassi per alimentare la ripresa, il rischio è che il nuovo regime economico (basta guardare ai dati di ieri sull’inflazione italiana, al record da 26 anni) forzi la mano a Christine Lagarde e i suoi.

E allora, forse, bisogna ancora chiedere al film di Sorrentino di riassumere la situazione attuale per banchieri, consumatori e imprese: “La realtà non mi piace più. La realtà è scadente”.