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Dove può arrivare lo zar Putin

(agf)

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Gli scenari della crisi ucraina
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Il primo passo è stato compiuto e quello che conta, in questo stadio della crisi, non è tanto il peso delle sanzioni quanto la condivisione di un fronte allargato che comprende gli Stati Uniti, l'Unione Europea con un'appendice britannica, che accantona temporaneamente la Brexit in nome della alleanza transatlantica, e arriva fino al Giappone.
La punta di diamante, la vera carta che il giocatore di poker del Cremlino forse non si aspettava che fosse scoperta, è lo stop tedesco al gasdotto Nord Stream 2. Per niente scontato in un Paese che è sempre stato il più riluttante a inasprire le sanzioni verso Mosca e che in nome della sua storica Ostpolitik, inaugurata addirittura da Willy Brandt negli anni 70 del secolo scorso, si è sempre fatta carico di tenere aperto il dialogo con l'Urss prima e la Russia poi, al punto di avere un ex cancelliere, Gerhard Schroeder, nel consiglio di sorveglianza di Gazprom (maggiore sponsor, tra l'al…

Il primo passo è stato compiuto e quello che conta, in questo stadio della crisi, non è tanto il peso delle sanzioni quanto la condivisione di un fronte allargato che comprende gli Stati Uniti, l'Unione Europea con un'appendice britannica, che accantona temporaneamente la Brexit in nome della alleanza transatlantica, e arriva fino al Giappone.
La punta di diamante, la vera carta che il giocatore di poker del Cremlino forse non si aspettava che fosse scoperta, è lo stop tedesco al gasdotto Nord Stream 2. Per niente scontato in un Paese che è sempre stato il più riluttante a inasprire le sanzioni verso Mosca e che in nome della sua storica Ostpolitik, inaugurata addirittura da Willy Brandt negli anni 70 del secolo scorso, si è sempre fatta carico di tenere aperto il dialogo con l'Urss prima e la Russia poi, al punto di avere un ex cancelliere, Gerhard Schroeder, nel consiglio di sorveglianza di Gazprom (maggiore sponsor, tra l'altro, della Champions League di calcio, la cui finale quest'anno dovrebbe tenersi a San Pietroburgo, patria politica di Putin; difatti Boris Johnson ne ha chiesto ieri lo spostamento ad altra sede, come sanzione aggiuntiva).


Dalla proposta di inviare migliaia di elmetti a Kiev, che aveva irritato il presidente ucraino, alla sospensione di Nord Stream 2, ormai pronto a entrare in funzione, il passo per il governo tedesco è grande e basta da solo a dare peso alle misure europee, perché era la richiesta più insistita da parte di Biden verso la cancelleria di Berlino, Merkel prima e Scholz poi. Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri russo dotato di grande senso teatrale (basta rivedere il suo dialogo teletrasmesso con Putin a un tavolo lungo la metà di un campo di tennis) ha detto ironicamente: "Ci hanno minacciati con la madre di tutte le sanzioni. Ci siamo abituati". Ma quella tedesca se non è la madre è almeno la figlia di tutte le sanzioni.
Certo il pacchetto, varato da europei e americani, è nel suo insieme light, come è stato definito: gli obiettivi sono più di valore simbolico che sostanziale e, a parte il Nord Stream, fa poco male all'economia russa. Si può anche pensare che la montagna delle minacce a Mosca, se fosse entrata con scarponi e cingolati in territorio ucraino, abbia partorito un topolino. Ma in questo conflitto a geometria variabile anche le sanzioni devono essere improntate alla gradualità. Le reazioni debbono essere commisurate alle azioni e lasciare fino all'ultimo uno spiraglio per la diplomazia. E di opzioni, da una parte (le attività militari) e dall'altra (le sanzioni economiche), ce ne sono molte.


Fino a questo momento Putin sembra ripercorrere lo "scenario georgiano" del 2008, quando inviò le truppe in Abkhazia e Ossezia del Sud ma si fermò ben prima di marciare su Tbilisi. Anche quello era un anno di Olimpiadi, quelle estive di Pechino, e le analogie sono notevoli, salvo che stavolta la Russia ha atteso lo spegnimento della fiaccola olimpica in omaggio a una richiesta di Xi. Anche se la reazione cinese non è stata forse all'altezza delle aspettative dello zar. La telefonata del ministro degli Esteri Wang Yi al suo omologo americano Antony Blinken è stata un invito alla "moderazione", alla "soluzione diplomatica", ma senza neppure un cenno all'intervento nel Donbass. La Cina non vuole peggiorare i suoi già difficili rapporti con l'Occidente e non vuole creare allarmi su Taiwan.


Il decreto di riconoscimento delle repubbliche autoproclamate di Donetsk e Lugansk è stato copiato pari pari da quello per l'Abkhazia e l'Ossezia del 2008. A questo punto Putin potrebbe anche decidere di fermarsi. Ma il territorio controllato dai separatisti è soltanto un terzo del Donbass e il ministro dell'Interno russo ha ipotizzato invece un ritorno ai confini del 2014, quindi dell'intero Donbass. E le truppe russe sono già sul terreno sia pure travestite da "garanti di pace" anziché da "omini verdi" come era successo nel 2014. Di margini per azioni e reazioni ce ne sono ancora molti in questa crisi così fuori dagli schemi. E tutto dipende dallo zar. Se a prevalere, nella sua ossessione (della Nato) e nella sua ambizione (dell'impero) sarà lo statista, si fermerà come nel 2008 (quando l'Occidente fu troppo accondiscendente). Se invece vincerà in lui lo scacchista che vuole arrivare allo scacco matto, allora la reazione non potrà che essere molto più dura e unanime di quella che è stata finora. E deve davvero strangolare l'economia russa come lui ha strangolato l'Ucraina, quello Stato che Putin si rifiuta di riconoscere come tale.