Il paradosso del 1992
di Carlo Bastasin , di Carlo BastasinTrent’anni dopo Tangentopoli, rimane misconosciuto l’impatto che le vicende di quegli anni ebbero, e ancora hanno, sull’economia italiana.
Il 1992 fu il punto di incrocio di problemi che erano latenti nella società italiana da molti decenni, in alcuni casi fin dall’unificazione. La divergenza economica tra le regioni del Nord e del Sud stava tornando ampia come ai tempi del Regno d’Italia e trovava voce politica nelle richieste di secessione. Il debito pubblico era tornato sopra il 100 per cento del Pil, dopo 65 anni. Nel settembre, saltò l’ancoraggio della lira al Sistema monetario europeo facendo esplodere i tassi d’interesse. Per la prima volta da decenni, il bilancio dello Stato richiese ai cittadini più tasse di quanti servizi fornisse loro, come avrebbe fatto da allora in poi.
Ma proprio in quell’anno, scoppiò lo scandalo della corruzione diffusa che espose un sistema illecito di finanziamento dei par…
Trent’anni dopo Tangentopoli, rimane misconosciuto l’impatto che le vicende di quegli anni ebbero, e ancora hanno, sull’economia italiana.
Il 1992 fu il punto di incrocio di problemi che erano latenti nella società italiana da molti decenni, in alcuni casi fin dall’unificazione. La divergenza economica tra le regioni del Nord e del Sud stava tornando ampia come ai tempi del Regno d’Italia e trovava voce politica nelle richieste di secessione. Il debito pubblico era tornato sopra il 100 per cento del Pil, dopo 65 anni. Nel settembre, saltò l’ancoraggio della lira al Sistema monetario europeo facendo esplodere i tassi d’interesse. Per la prima volta da decenni, il bilancio dello Stato richiese ai cittadini più tasse di quanti servizi fornisse loro, come avrebbe fatto da allora in poi.
Ma proprio in quell’anno, scoppiò lo scandalo della corruzione diffusa che espose un sistema illecito di finanziamento dei partiti screditando l’intero Parlamento. Buona parte delle grandi imprese vide finire in prigione manager o proprietari. Si creò un collegamento tra la sfiducia dei cittadini nell’establishment politico ed economico e la fragilità dei conti dello Stato: un senso di precarietà che da quegli anni avrebbe portato i partiti al governo a uscire regolarmente sconfitti da ogni elezione.
Lo shock fu tale che nel ’92 la spesa per investimenti delle medie-grandi imprese si ridusse di quasi un quarto. I margini di profitto scesero ai livelli di un ventennio prima. Nel ’93, il reddito degli italiani scese per la prima volta dal 1975 e gli investimenti delle imprese calarono ancora di quasi il 9%. Le grandi imprese, fiaccate, approfittarono di alcune privatizzazioni, senza tuttavia saper rilanciare il sistema industriale. Infine, molte cedettero la proprietà a concorrenti stranieri.
In quegli anni, nel resto del mondo prendeva piede la rivoluzione informatica. Mentre nel ’92 George Bush premiava Bill Gates come imprenditore più innovativo d’America, le imprese italiane sotto shock frenavano gli investimenti.
A essere tagliati più di ogni altro furono proprio i settori della tecnologia e della ricerca. Le banche – anch’esse colpite dall’instabilità – preferirono infatti non finanziare investimenti a redditività ritardata e “immateriali” (come ricerca o software) da cui nulla avrebbero recuperato se i prestiti non fossero andati a buon fine. Da allora, la produttività italiana ha cominciato inesorabilmente a scendere. Il paese che ai tempi dell’unificazione aveva un reddito pro capite pari a un terzo di quello inglese, proprio in quegli anni aveva superato il livello dei britannici. Nel trentennio successivo, perse metà del guadagno di un secolo.
Nonostante le accuse all’euro, fu proprio dover lavorare in un ambiente competitivo senza contare sulle svalutazioni a costringere le migliori imprese a riorganizzarsi. Dal 2005, investimenti e produttività tornarono a crescere. Il processo fu purtroppo interrotto dalla crisi di Wall Street e poi da quella dell’euro a cui l’Italia arrivò con un rapporto debito/pil troppo alto. Se l’avesse ridotto come previsto, sarebbe arrivata alla crisi del 2010 con lo stesso quadro finanziario della Germania, rifugio sicuro dei risparmi globali.
La narrazione giudiziaria dell’economia creò l’aspettativa che tutti i guasti del paese fossero risolti nel lavacro del ’92. Ma per un paradosso delle rivoluzioni, i problemi dell’Italia - debito, mancanza di istruzione, divergenze regionali - sono invece tornati indietro di un secolo, lasciando ai cittadini un senso di disincanto, ingenuo e poco costruttivo per il paese.