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Il dovere delle democrazie

(afp)

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L'Occidente, l'Ucraina e Putin
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In questa sorta di "guerra di attrito", insieme antica e modernissima, che si sta "combattendo" nel cuore dell'Europa, ieri la Russia di Putin ha ottenuto un chiaro successo tattico. Obbiettivo di ogni strategia della tensione e della pressione è spostare, progressivamente, il confine di quello che è possibile e concesso riducendo al minimo il prezzo da pagare. Con il riconoscimento unilaterale del Donbass la Russia ha spostato di centinaia di chilometri i propri confini. Con una sola mossa ha inferto un drammatico e poderoso colpo all'integrità territoriale dell'Ucraina e stracciato gli accordi di Minsk che pure rappresentavano il più avanzato approdo negoziale dopo l'attacco del 2014. Considerati, tra l'altro, molto importanti dallo stesso Putin che, anche, in questi giorni ne aveva reclamato la piena applicazione.

 

È evidente che tra il riconoscimento di un'autonomia federale per le regioni del D…

In questa sorta di "guerra di attrito", insieme antica e modernissima, che si sta "combattendo" nel cuore dell'Europa, ieri la Russia di Putin ha ottenuto un chiaro successo tattico. Obbiettivo di ogni strategia della tensione e della pressione è spostare, progressivamente, il confine di quello che è possibile e concesso riducendo al minimo il prezzo da pagare. Con il riconoscimento unilaterale del Donbass la Russia ha spostato di centinaia di chilometri i propri confini. Con una sola mossa ha inferto un drammatico e poderoso colpo all'integrità territoriale dell'Ucraina e stracciato gli accordi di Minsk che pure rappresentavano il più avanzato approdo negoziale dopo l'attacco del 2014. Considerati, tra l'altro, molto importanti dallo stesso Putin che, anche, in questi giorni ne aveva reclamato la piena applicazione.

 

È evidente che tra il riconoscimento di un'autonomia federale per le regioni del Donetsk e del Lugansk all'interno di una Ucraina unita e l'annessione, di fatto, annunciata ieri c'è la stessa differenza che passa tra il giorno e la notte. Si è così colpito al cuore, forse non casualmente lo sforzo negoziale di questi anni di Francia e Germania che del così detto "formato Normandia" insieme, appunto a Russia ed Ucraina, erano state ispiratrici ed insieme protagoniste. Francia e Germania, proprio quei due Paesi che di più si sono spesi per la soluzione diplomatica. La sensazione che si è avuta in questi lunghi giorni era che ci si trovasse, da parte russa, di fronte ad un copione già scritto. Sceneggiato fino al dettaglio con una sola imperfezione: gli orologi al polso dei protagonisti che segnavano un'ora differente a quella annunciata dell'evento. Una piccola ed ostinata eredità dell'Unione Sovietica. L'imponente dispiegamento militare ai confini con l'Ucraina. Poi le manovre in Bielorussia. L'apertura di possibili canali diplomatici con l'idea di accentuare le differenze nel "fronte avverso" e nello stesso tempo consumare tempo. Per evitare che il picco della tensione avvenisse durante le Olimpiadi invernali di Pechino. Con il rischio di immediate ritorsioni occidentali che potevano minarne il successo. Terremotando, così il rinnovato patto di amicizia con la Cina di Xi. I tavoli degli incontri che si allungavano e si accorciavano a secondo della sintonia politica con gli interlocutori. Poi, ieri, il colpo di teatro nel corso della riunione del Consiglio di Sicurezza. Una scenografia studiata nei minimi dettagli che rendeva evidente il distacco, quasi la solitudine dell'"ultimo decisore".

 

È possibile, anzi probabile, che nel nucleo, anche più ristretto si siano manifestate differenze. Tra falchi e colombe. Senza, tuttavia, dimenticare che soprattutto nel nucleo di comando che guida la "sicurezza nazionale" i rapporti sono antichi, indiscutibili, inscalfibili. Come lo sono quelli tra Vladimir Putin e Nicolai Patrushev (il suo consigliere per la sicurezza nazionale) insieme da sempre dal Kgb degli anni Ottanta alla Russia di oggi. Ed infine il discorso alla Nazione. Semplicemente inaccettabile. Un tentativo, abbastanza approssimativo, di riscrivere la storia che, con la denuncia della "storica colpa" di Lenin sull'Ucraina, rende evidente che l'obiettivo di Putin non è una riedizione dell'Unione Sovietica. La stella polare dell'oggi è l'ambizione imperiale. Un "nazionalismo imperialista". Dall'Ucraina al Mediterraneo, dalla Siria alla Libia, dal Centrafrica al Sahel. Una sfida senza precedenti dalla fine della guerra fredda che va affrontata con fermezza e determinazione dalle grandi democrazie occidentali.

 

Non hanno giovato in queste settimane esitazione e distinguo. Si è trasmesso il senso di una fragilità e di una debolezza in una partita in cui i rapporti di forza sono decisivi per gli stessi esiti negoziali. L'Ucraina non può, non deve essere lasciata sola. La reazione forte e coordinata di queste ore dà il senso che la lezione è stata appresa. Non sappiamo, ancora, cosa farà Putin non conosciamo l'ultimo capitolo della sceneggiatura. Forse ci si è lasciato, come in tutti i gialli che si rispettano, lo spazio per due finali. Ma non tutto dipende da Putin. Decisiva sarà la tenuta e la implementazione delle sanzioni, anche individuali. Se la Russia dovesse invadere l'Ucraina ed arrivare a Kiev la "guerra d'attrito" giungerebbe ai confini diretti dell'Europa e della Nato. Con esiti assolutamente imprevedibili. A quel punto nulla sarebbe come prima, anche per la Russia. Non è la prima volta nella storia che un successo tattico si trasforma prima in un drammatico azzardo, poi in un rovescio. La storia è maestra di vita.