Sulla guerra russa aleggiano nubi d'incensi. L'incenso antico del mito della Terza Roma, convinta di essere chiamata a salvare la vera fede. L'incenso acre della terra contesa fra il nazionalcattolicesimo polacco, l'uniatismo ucraino e l'ortodossia russa che si contendono i fiumi storici e mistici degli slavi.
Per questo si può dire che la guerra è stata combattuta nel perimetro delle Chiese ben prima che sui campi di battaglia. S'è rivelata incontrollabile davanti agli altari prima che sui confini. Ed è stata già perduta dalle Chiese, convinte di poter leggere il conflitto con parametri moralistici (la modernità, le armi, il relativismo) anziché cercare nel conflitto il nesso fra gli odi belluini che le dividono e che percolano negli episcopati, nei monasteri, nelle culture.
Perciò, più che l'obbedienza tardiva al precetto evangelico sulla preghiera, il digiuno che inizia la quaresima latina,…
Sulla guerra russa aleggiano nubi d'incensi. L'incenso antico del mito della Terza Roma, convinta di essere chiamata a salvare la vera fede. L'incenso acre della terra contesa fra il nazionalcattolicesimo polacco, l'uniatismo ucraino e l'ortodossia russa che si contendono i fiumi storici e mistici degli slavi.
Per questo si può dire che la guerra è stata combattuta nel perimetro delle Chiese ben prima che sui campi di battaglia. S'è rivelata incontrollabile davanti agli altari prima che sui confini. Ed è stata già perduta dalle Chiese, convinte di poter leggere il conflitto con parametri moralistici (la modernità, le armi, il relativismo) anziché cercare nel conflitto il nesso fra gli odi belluini che le dividono e che percolano negli episcopati, nei monasteri, nelle culture.
Perciò, più che l'obbedienza tardiva al precetto evangelico sulla preghiera, il digiuno che inizia la quaresima latina, al quale il Papa ha invitato i non cristiani, conterrà l'umile confessione della pochezza di fede e della miseria spirituale che ha travolto i discepoli di Gesù. Pronti a benedire le bandiere del nazionalismo o quelle del manierismo pacifista, pur di non guardare lucidamente alle proprie responsabilità.
La prima delle quali è essersi liberati dal postulato che lo scandalo della divisione dei cristiani e delle Chiese abbia un peso storico nel generare il male che avvelena il mondo di lutti e ingiustizie. Questo postulato aveva mosso le Chiese del Novecento a desiderare l'unità comandata loro dal Signore: oggi ne resta una certa cortesia fra capi di Chiese, alcuni intellettualismi teologici e alcune anti-intellettualistiche carità interconfessionali, compiute spesso a favore di telecamera. La comunione allo stesso calice fra Chiese riconciliate è stata archiviata con sofismi e realismi deludenti. E la guerra, in quella prospettiva, è tornata per questo; e per questo è intrisa di spessori "religiosi" antichi come i regimi di cristianità.
La guerra è tornata - miracolo di Giorgio La Pira - in una coincidenza con l'incontro di dialogo mediterraneo promosso dalla chiesa di Firenze, dove parleranno Mario Draghi, Sergio Mattarella e soprattutto Francesco. E lì il Papa farà accadere una di queste di queste cose.
È infatti possibile che il pontefice confezioni un vibrante appello alla pace - che sta alla Chiesa di Roma come il mito neo-costantiniano della Terza Roma sta alla Russia. Francesco potrebbe dunque limitarsi a citazioni classiche ("nulla è perduto con la pace" di Pio XII, "mai più la guerra" di Paolo VI) e rivendicare di aver parlato in tempi non sospetti della "terza guerra mondiale a capitoli". Oppure potrebbe tentare la via della profezia.
In una pagina negletta di Fratelli tutti Bergoglio ha coraggiosamente condannato il possesso delle armi atomiche (andando oltre Giovanni XXIII); e s'è appropriato della tesi che costò la sede al cardinal Lercaro secondo cui la via della Chiesa non è la neutralità, ma la "profezia". Profezia cristiana: che non tenta di indovinare il domani, ma applica intelligenza penitente alle cose di ieri e di oggi.
Sarebbe perciò "profezia" di ricordare che la guerra che solo oggi ci turba ha già ucciso 14 mila persone; sarebbe profezia riconoscere che quando Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, decise di disertare il concilio panortodosso di Creta del 2016 nessuno, salvo Bartholomeos, colse la portata tragica di quel gesto. È profezia dire che era già guerra la rottura della comunione fra Mosca e Costantinopoli dopo l'autocefalia concessa a Kiev e che la tragedia di quello scisma è stata minimizzata e sottovalutata dalle burocrazie ecumeniche anche a Roma.
La via della profezia richiede dunque di confessare che il modo in cui le Chiese hanno ignorato o assorbito la divisione, la brutalità, l'egolatria è parte della guerra, è porta della guerra. Ha inquinato i cuori, che non sono meno pericolosi dei cannoni e sono più difficili da disarmare.
Se Francesco prenderà la prima via, il mondo lo applaudirà: grazie al cielo questo Papa piace a tutti e a tutti i nemici della Chiesa piace che li sottovaluti. Se prenderà la seconda avrà inventato un modo di esercitare, avrà ridisegnato il ministero di Pietro e una via al perdono, alla pace. Quando chiede "pregate per me", Francesco ha ragione.