Forza e diritto
di Corrado Augias , di Corrado AugiasSe si scruta nel fondo della Storia si vede che la tentazione di trasformare la forza in diritto ha sempre guidato le azioni di ogni grande potenza. Un esempio remoto è quello dell'assedio assiro di Gerusalemme narrato nella Bibbia (Libro dei Re, cap.18) Siamo nel 701 aev, il potente re assiro Sennacherib manda i suoi ambasciatori a dire ai Giudei che la loro resistenza è inutile; non hanno calcolato la superiore potenza militare assira e contare sull'aiuto divino aiuta poco quando è in gioco un potente esercito: "Pensi forse che la semplice parola possa sostituire la forza della guerra?".
Sono sostanzialmente gli stessi argomenti che troviamo in un altro possibile esempio, molto più famoso, raccontato da Tucidide ne La guerra del Peloponneso. È un dialogo, che Nietzsche definì "terribile, tra i governanti dell'isola di Melos (i Melii) e alcuni ambasciatori ateniesi che rappresentano la grande potenza egemone - sia…
Se si scruta nel fondo della Storia si vede che la tentazione di trasformare la forza in diritto ha sempre guidato le azioni di ogni grande potenza. Un esempio remoto è quello dell'assedio assiro di Gerusalemme narrato nella Bibbia (Libro dei Re, cap.18) Siamo nel 701 aev, il potente re assiro Sennacherib manda i suoi ambasciatori a dire ai Giudei che la loro resistenza è inutile; non hanno calcolato la superiore potenza militare assira e contare sull'aiuto divino aiuta poco quando è in gioco un potente esercito: "Pensi forse che la semplice parola possa sostituire la forza della guerra?".
Sono sostanzialmente gli stessi argomenti che troviamo in un altro possibile esempio, molto più famoso, raccontato da Tucidide ne La guerra del Peloponneso. È un dialogo, che Nietzsche definì "terribile, tra i governanti dell'isola di Melos (i Melii) e alcuni ambasciatori ateniesi che rappresentano la grande potenza egemone - siamo nel 416 aev. Il loro scopo è convincere i Melii, fino a quel momento neutrali, a scendere in campo al loro fianco. Le forze sono impari. Atene è Atene, i Melii sono una minuscola popolazione isolana. L'apertura di gioco degli ateniesi è brutale: "Pensiamo che voi non vi dobbiate illudere di convincerci dicendo che non vi siete schierati al nostro fianco perché eravate coloni di Sparta e che, in fin dei conti, non ci avete mai fatto torto. La verità è che da una parte e dall'altra si deve fare ciò che ognuno ha la capacità di fare quale risulta da un'esatta valutazione della realtà. Sapete benissimo, come noi, che nei ragionamenti umani, si tiene conto della giustizia quando, tra le parti, esiste una sostanziale parità di forze. In caso diverso, i più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano".
Chi è forte comanda, chi è debole obbedisce, questo il tremendo dettato che gli ambasciatori ateniesi sono venuti a comunicare. Il seguito del dialogo non è meno "terribile". Quando i Melii tentano di giocare la carta della convenienza, gli ateniesi subito ribattono che sono proprio le loro proposte ad essere vantaggiose per entrambe le parti: "Vogliamo estendere il nostro dominio su di voi senza correre rischi e nello stesso tempo salvarvi dalla rovina, nell'interesse di tutti". Obiettano i Melii: "Come potremmo avere lo stesso interesse noi a diventare schiavi e voi ad essere padroni?". Ateniesi: "Perché voi avrete interesse a sottomettervi prima di subire gravissimi danni e noi avremo il nostro guadagno a non distruggervi completamente".
Ultima obiezione dei Melii: "Sicché non accettereste che noi restassimo in buona pace, amici anziché nemici, conservando la nostra neutralità?". Sembrerebbe una proposta ragionevole ma la risposta ateniese è feroce: "La vostra amicizia ci danneggerebbe più di un'aperta ostilità. Agli occhi dei popoli che dominiamo, l'amicizia diventerebbe una prova di debolezza da parte nostra mentre il vostro odio testimonierebbe la nostra potenza". Alla fine, gli Ateniesi ovviamente prevalsero. I Melii dovettero arrendersi senza condizioni, gli uomini validi vennero passati a fil di spada, donne e bambini fatti schiavi; sull'isola, Atene inviò 500 coloni.
La logica della forza come regolatrice dei rapporti politici, ha trovato la sua sistemazione per dire così scientifica nel capitolo XV del Principe di Machiavelli. Sarebbero "terribili" anche le parole del genio fiorentino se non fossero invece, lette correttamente, il lucido specchio di ogni realtà politica in ogni tempo dall'antichità biblica alle cronache dei nostri giorni.
Il capitolo XV apre la parte più cruda dell'opera, quella dove Machiavelli analizza quale comportamento un capo di Stato debba tenere se vuole conservare il dominio. Il mio scopo, dice, è quello di descrivere quale dovrebbe essere il comportamento di un sovrano se si tiene esclusivamente conto delle circostanze esistenti e non di quelle immaginate: "L'intento mio [è] scrivere cosa utile a chi la intende; mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa". Il definitivo suggello che separa la morale dalla politica si trova nel periodo conclusivo del capitolo: "\[Il sovrano\] non si curi di incorrere nella infamia di quelli vizii sanza quali è possa difficilmente salvare lo stato; perché, se si considerrà bene tutto, si troverrà qualche cosa che parrà virtù, e, seguendola, sarebbe la ruina sua; e qualcuna altra che parrà vizio, e, seguendola, ne riesce la securtà e il bene essere suo".
In italiano corrente: ci sono comportamenti che paiono virtuosi ma portano un capo di Stato alla rovina; altri che sembrano viziosi (cioè malvagi, immorali) e invece procurano sicurezza e benessere.
Nessuna potenza egemone vuole vedere presenze pericolose sulla soglia di casa. Quando Cuba fu sul punto di disporre di missili sovietici gli Stati Uniti reagirono; lo stesso fecero quando Salvador Allende era sul punto di istaurare un governo socialista nel suo Paese. Così ha fatto oggi Putin con l'Ucraina, ma le conseguenze potrebbero essere diverse. Anche la trasformazione brutale della forza in diritto richiede sagacia. È probabile che Vladimir Putin, ragionando in termini di pura capacità militare, inseguendo il suo sogno neo-zarista o pan-slavo, non abbia calcolato bene le conseguenze anche psicologiche del suo attacco sul popolo ucraino, sulla stessa gioventù del suo Paese, su buona parte del mondo.