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Un nuovo nemico

Un nuovo nemico
(ansa)

Dalla pandemia alla guerra: torna la paura

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Aspettavamo il 31 marzo 2022, una data di primavera, per dirci finalmente fuori dalla pandemia. Simbolicamente fuori, perché sapevamo che sarebbe stato necessario mantenere le restrizioni in via precauzionale ancora per un po': ma i simboli contano, e una data che scrive "fine" a una grande paura è un bel respiro di libertà. La libertà non è durata: prima ancora che la conclusione dell'emergenza pandemica comparisse sui quotidiani, la radio, i tg e le dirette web hanno ricominciato la conta dei morti, le lacrime, la sofferenza, il male. Persino il freddo, che questa primavera inaspettata ci aveva fatto dimenticare.


È tornata l'angoscia, è tornato il nemico: che non è più invisibile come il virus, ma ha la faccia di un autocrate. Nel febbraio 2020 eravamo così lontani dall'idea di un pandemia da aver dimenticato nel cassetto i piani di emergenza (e non solo in Italia). Adesso eravamo così lontani dall'idea della guerra che tutto è di nuovo cominciato senza che ce ne accorgessimo. E senza che a questo fossero adeguatamente preparati i governi, i Paesi, i continenti. Ancora una volta, le donne, gli uomini, le famiglie, i bambini e gli adolescenti si sono ritrovate a guardare increduli le immagini, i video, le storie. E l'angoscia con cui per due anni abbiamo convissuto - angoscia che ha permeato le vite anche di chi non ha perso persone care, redditi, lavoro, attività, salute, ma non per questo ne è stato immune - è ritornata presente, quotidiana, palpabile. Traducendosi nel timore concreto che ci siano pesanti ripercussioni economiche sulle vite di tutti, nella paura indefinibile delle armi nucleari, nell'empatia con i padri che consegnano i propri figli a sconosciute nella speranza che li portino in salvo (e che ci ricordano quei bimbi e bimbe afghani quasi gettati oltre il confine nelle braccia dei soldati), nella sofferenza per i morti di tutte le età tra i civili, e in quella per i militari, nello sconcerto per le famiglie divise, per necessità, per scelta, per sopravvivenza.


Intanto le nostre, di famiglie, nella loro molteplicità di articolazioni e legami, sono ridiventate, in un attimo, quel luogo del privato nel quale, come in pandemia, bisogna dare forma alla realtà. E spiegare a bambini e bambine che le guerre sono parte della storia dell'umanità, ma questo non le rende buone. E che è un loro diritto - loro e di tutti - vivere in un mondo civile, in cui le parole, il confronto, il dissenso trovino modi di espressione costruttiva. Che le cose buone si fanno insieme, anche se significa rinunciare ad avere tutto quello che in quel momento vorresti: ma questo non vuol dire che tutti gli adulti si sappiano comportare così. Nello stesso tempo, dentro quelle stesse relazioni affettive, bisogna supportare le ragazze e i ragazzi che chiedono di parlare della guerra a scuola, e anche quelli che non chiedono di parlarne. E bisogna, attraverso figli e figlie, supportare i docenti, che nonostante tutto quello che è successo e succederà (Covid, Dad sì, Dad no, proteste, occupazioni, autogestioni) sono alle prese con la conta delle verifiche per le quali non hanno più tempo, guerra o non guerra. E fare tutto questo da adulti, da genitori, da donne e da uomini che vivono del proprio lavoro, magari avendo paura del presente e del futuro, e sapendo che probabilmente dovremo rinunciare a quei progetti di cambiamento, piccoli o grandi non importa, che la fine della pandemia credevamo ci avrebbe permesso.


Per due anni abbiamo provato a resistere, e per farlo abbiamo usato tutte le risorse psicologiche che possedevamo, siamo stati resilienti, ci siamo adattati, abbiamo sperato ed atteso che le cose cambiassero. Per qualcuno queste risorse interne sono finite prima, altri hanno avuto più fortuna, altri ancora hanno cercato supporto. Tutti e tutte abbiamo sperimentato una grande fatica e sentito che senza gli altri, senza le relazioni affettive, amicali, familiari, professionali, di vicinato nulla riusciva più a trovare senso.
La pandemia, separandoci, ci ha mostrato quanto le nostre vite fossero interconnesse. La guerra vorrebbe separarci proprio ora che stavamo ricominciando a nutrirci delle relazioni. Forse è adesso il tempo per dimostrare che a tutta questa imprevedibilità ed incertezza possiamo far fronte, ed uscirne come individui e società migliori, solo attraverso le relazioni: come studenti e studentesse avevano già cominciato a fare, insieme, da settimane, chiedendo alla scuola, prima che arrivasse la guerra, di stare dalla parte della vita quotidiana. E come le piazze di questi giorni, peraltro riempite di generazioni, identità e appartenenze molto diverse, ma unite nel ribadire la democrazia e i diritti, ci mostrano ovunque.
 

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