Esiste un'alternativa alla logica delle armi? Se lo chiedono da sempre i pacifisti, il cui svantaggio politico, in tempo di guerra, è di cruda evidenza. Quando hai i cingoli sotto il balcone la bandiera della pace sembra un patetico orpello, quando i missili colpiscono la tua casa e i tuoi figli è l'istinto, ben prima della ragione, che ti dice di armarti per difenderti.
Eppure le pratiche di pace - il volontariato, l'assistenza alle vittime e l'accoglienza dei profughi, gli ospedali a ridosso dei vari fronti disseminati nel mondo - non solo esistono anche in tempo di guerra, ma alla guerra resistono, e nella guerra brillano anche di più, come falò nelle tenebre. Non sono pensiero astratto, non sono "belle parole", sono atti di persone e sono corpi di persone che occupano uno spazio fisico, nonché morale, sottratto alla guerra. E molto spesso lo fanno a rischio della propria incolumità, e al netto di qualunque i…
Esiste un'alternativa alla logica delle armi? Se lo chiedono da sempre i pacifisti, il cui svantaggio politico, in tempo di guerra, è di cruda evidenza. Quando hai i cingoli sotto il balcone la bandiera della pace sembra un patetico orpello, quando i missili colpiscono la tua casa e i tuoi figli è l'istinto, ben prima della ragione, che ti dice di armarti per difenderti.
Eppure le pratiche di pace - il volontariato, l'assistenza alle vittime e l'accoglienza dei profughi, gli ospedali a ridosso dei vari fronti disseminati nel mondo - non solo esistono anche in tempo di guerra, ma alla guerra resistono, e nella guerra brillano anche di più, come falò nelle tenebre. Non sono pensiero astratto, non sono "belle parole", sono atti di persone e sono corpi di persone che occupano uno spazio fisico, nonché morale, sottratto alla guerra. E molto spesso lo fanno a rischio della propria incolumità, e al netto di qualunque interesse economico. Così come esistono gli speculatori di guerra, esistono persone che, proprio perché c'è la guerra, abbandonano ogni calcolo. Le donazioni "di massa" a organizzazioni come Emergency e Medici senza Frontiere dicono che non sono, queste effrazioni alla logica della violenza, occasionali o di élite. Sono presenza politica. Non piccola. Non ininfluente.
La guerra è al potere da millenni, ma ha di fronte un'opposizione stratificata e riconoscibile. Molto raramente riconducibile a Stati o a governi. Molto più spesso è un'opposizione animata e finanziata dalla società civile. Dai cittadini. Da organizzazioni religiose e laiche. Da noi. Proprio per questo è giusto chiedersi, almeno sul piano teorico, che effetto avrebbe, nella storia del mondo, se la pace assumesse un volto - come dire - istituzionale. Se lo stesso lavoro sul campo effettuato per libera scelta, nel mondo, da milioni di volontari, coinvolgesse direttamente almeno alcuni pezzi del potere politico.
Almeno sulla carta, i tempi sarebbero "giuridicamente" maturi: la Costituzione italiana, per fare un esempio a noi vicinissimo, "ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali". E l'Unione Europea, direi geneticamente, nasce con la vocazione della pace. La pace come esito obbligato, dopo secoli di sangue. La pace come condizione di sopravvivenza nel continente forse più bellicoso e aggressivo del pianeta, attore principale dell'imperialismo più esteso, della sottomissione di popoli lontani e lontanissimi, infine vittima al proprio interno di due guerre mondiali orribili e sanguinarie, parto di quel nazionalismo del quale la parola Unione è, proprio in sé, una smentita evidente.
Se dunque, per ipotesi utopistica fino a un certo punto, l'Unione Europea stabilisse che la propria presenza vale almeno quanto quella di migliaia di volontari, attivisti, operatori di pace; e decidesse che il prossimo Consiglio dei ministri d'Europa dovesse avere sede a Kiev; ospiti, i rappresentanti dei ventisette Paesi della Ue, non di un Paese membro, e nemmeno di un Paese "da annettere", ma semplicemente di un Paese martire alle porte orientali dell'Unione, un Paese bombardato nel quale uomini di Stato disarmati portassero la loro testimonianza di solidarietà; se ventisette ministri, nel caso in questione i ventisette ministri degli Esteri, o meglio ancora ventisette premier, facessero della propria presenza fisica un'arma, anzi una testimonianza ben più forte di un'arma: che effetto farebbe, sulla scena del pianeta? Sarebbe o non sarebbe un atto inedito, una novità assoluta nel copione?
Mettiamo nel conto gli ostacoli logistici, l'imprudenza del viaggio, le accuse di un puro atto di propaganda. Ma valutiamo, anche, gli effetti concreti di un così evidente ribaltamento di quanto già visto e già sentito: "scudi umani" sono sempre stati, fin qui, civili inermi, povera gente la cui carne vale, sul mercato mediatico, il tempo di una fotografia pietosa, di un elzeviro solidale. Ma se a fare da scudo agli ucraini sotto la tempesta di fuoco fossero capi di governo e ministri, fosse l'Europa nella sua rappresentanza materiale?
Ogni obiezione a questa immodesta proposta è perfettamente lecita. Per altro, in tempi di morte e di distruzione, è lecito anche pensare "diverso", perché le bombe, scacciando le idee, le spingono anche molto più in là della normalità. Però da laico ho un cruccio che adesso vi dico: perché solo dal Papa - uomo magnifico, in questa "legislatura" vaticana - ci si aspettano le parole altissime, il magistero super partes? Che cosa impedisce al mondo secolarizzato il coraggio, la tenacia, la fantasia che servono per sovvertire lo stato delle cose (a vantaggio del quale, va sottolineato, non gioca la presente situazione di guerra)? Sta scritto, dicono i credenti. Ma qualcosa sta scritto anche nelle carte che certificano la nascita dell'Unione Europea. Nel cui preambolo viene detto, e sono parole chiare: "I popoli d'Europa, nel creare tra loro un'unione sempre più stretta, hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni".
Proviamo a immaginare, anche solo per l'azzardo di un momento, che della "difesa comune europea", della quale ormai ovunque si parla come di una necessità vitale, l'atto fondativo sia la testimonianza disarmata di ventisette uomini di Stato che si riuniscono a Kiev.