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La mano tesa dell'Europa

(ansa)

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L'accoglienza ai profughi ucraini
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L'ingresso dell'Ucraina in Europa viene indicato, da tutti i leader e da tutte le istituzioni del continente, come la sola prospettiva di lungo periodo capace di sconfiggere la guerra e di salvaguardare l'indipendenza di quella giovane repubblica dell'Europa orientale. E se invece l'Ucraina fosse già entrata in Europa, appena da qualche giorno, attraverso i passi di quanti, in fuga dalle città bombardate, hanno superato le frontiere nazionali e sono entrati in Polonia e, da qui, in Germania e in Italia? Insomma, l'ingresso dell'Ucraina in Europa è già ora: è già in quelle centinaia di migliaia di ucraini che hanno abbandonato, o stanno per farlo, il proprio Paese.

 

In altre parole, la futura appartenenza dell'Ucraina allo spazio istituzionale, politico, economico e culturale dell'Unione sarà determinata, in misura rilevante, da come verrà accolto oggi all'interno dell'Europa dem…

L'ingresso dell'Ucraina in Europa viene indicato, da tutti i leader e da tutte le istituzioni del continente, come la sola prospettiva di lungo periodo capace di sconfiggere la guerra e di salvaguardare l'indipendenza di quella giovane repubblica dell'Europa orientale. E se invece l'Ucraina fosse già entrata in Europa, appena da qualche giorno, attraverso i passi di quanti, in fuga dalle città bombardate, hanno superato le frontiere nazionali e sono entrati in Polonia e, da qui, in Germania e in Italia? Insomma, l'ingresso dell'Ucraina in Europa è già ora: è già in quelle centinaia di migliaia di ucraini che hanno abbandonato, o stanno per farlo, il proprio Paese.

 

In altre parole, la futura appartenenza dell'Ucraina allo spazio istituzionale, politico, economico e culturale dell'Unione sarà determinata, in misura rilevante, da come verrà accolto oggi all'interno dell'Europa democratica chi fugge dall'invasione russa. Quei profughi rappresentano, fin da ora, l'Ucraina democratica dentro una comune storia europea e dentro un sistema di valori condivisi. Dunque, l'adesione di quel paese all'Unione conoscerà modalità complesse e tempi lunghi, ma si realizzerà. A una condizione ineludibile: che il processo geopolitico, istituzionale e diplomatico sia preparato e accompagnato dalla capacità attuale dell'Europa di accogliere questo movimento umano, forzatamente disordinato e incontrollato, che preme alle nostre frontiere. Un movimento di profughi, non preceduto da missioni diplomatiche e funzionari di Stato, da delegazioni politiche e rappresentanze istituzionali, e nemmeno da associazioni imprenditoriali e gruppi economici. Piuttosto, un movimento costituito da profughi simili ai fuggiaschi e agli sfollati di tutte le guerre da quando se ne ha memoria, carichi di perdite e lutti, della desolazione dello sradicamento e, infine, dello spossessamento di ogni cosa, sentimento, relazione. Insomma, se i profughi della "guerra di Putin" non troveranno un'accoglienza dignitosa, parlare di allargamento dell'Europa suonerà come macabra retorica.

 

D'altra parte, in queste ore, fare previsioni sul numero dei profughi è un esercizio pericoloso, che rischia di diffondere cifre allarmanti sulla base di stime improvvisate: ma è certo che saranno molti coloro che abbandoneranno l'Ucraina e molti quelli che raggiungeranno l'Italia. Bisogna mantenere i nervi saldi e considerare quei fattori positivi che pure esistono. In Italia, la popolazione ucraina, composta all'80% da donne, è costituita da oltre 236.000 persone. Collaboratrici familiari, baby sitter, badanti e, sempre più, infermiere e assistenti socio-sanitarie; ma anche, commesse e impiegate, cassiere e addette ai servizi di ristorazione. In genere titolari di regolare permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Persone con un buon livello di conoscenza della lingua italiana e delle norme italiane, che hanno impedito al nostro traballante sistema di welfare di collassare e che hanno consentito alla nostra vita sociale di reggere gli urti della crisi economica e, in ultimo, della pandemia. Saranno loro a giocare un ruolo decisivo nel permettere - all'Italia e agli altri paesi della Ue - di assorbire, senza traumi laceranti, l'arrivo dei nuovi profughi. Perché una parte di questi potranno ricorrere al "ricongiungimento familiare", previsto dalle leggi sull'immigrazione, con parenti che li hanno preceduti in Italia; e perché questi ultimi, hanno tessuto, nel corso degli anni, una rete di relazioni, consuetudini e forme di socializzazione, che renderà più agevole l'inclusione nei nuovi arrivati nel nostro sistema di cittadinanza.

 

Sia chiaro: tutto ciò è una prospettiva realistica ma non semplice. E comporterà fatiche, sofferenze e conflitti, così come imporrà, a ciascuno di noi, una quota di sacrifici e una notevole capacità di adattamento. E sarà necessaria la mobilitazione di tutte le istituzioni italiane e di quella estesa organizzazione sociale e civile, rappresentata dagli enti locali e dalle organizzazioni sindacali, dall'associazionismo e dal volontariato, dalle chiese e dalle Ong, dalle strutture scolastiche di ogni grado e dai patronati, dai circoli sportivi e dalle biblioteche, dalla Croce Rossa e dalla Caritas, dall'Agesci e dalla Chiesa dei mormoni. Ma la storia non finisce qui. In primo luogo perché quanto è accaduto in Ucraina può accadere in altre regioni di confine del nostro continente, determinando ancora grandi movimenti di esseri umani, dovuti a emergenze di natura geopolitica, economica o ambientale. E questo richiede che l'Europa si doti di una strutturale e permanente capacità di accoglienza; e di una strategia lungimirante che intrecci le esigenze imposte dagli stati di emergenza con la domanda di manodopera che il suo sistema produttivo reclama.

 

C'è poi un ulteriore aspetto non meno delicato. In questi giorni le cronache dal confine ucraino-polacco raccontano che, tra quanti fuggono, sono numerosi gli studenti e i lavoratori di origine africana o asiatica che vengono respinti perché, inequivocabilmente, "non bianchi". Non c'è da stupirsi: perché mai la xenofobia non dovrebbe manifestarsi anche in tempo e in zona di guerra? Ma proprio per questo è urgente attrezzarsi. L'Europa più grande e più accogliente, quella che include l'Ucraina e chiunque voglia vivere in democrazia, sarà tanto più autorevole, sicura e potente - sì, potente - quanto più sarà in grado di rifiutare ogni forma di discriminazione.