L'atto di guerra della Russia ha fatto definitivamente emergere il consenso circa la necessità di ridurre la dipendenza dal gas russo. Ma getta anche una luce sulla più ampia fragilità della dipendenza europea dalle importazioni di gas e petrolio, che rende il continente altamente esposto alla volatilità dei prezzi, agli shock delle forniture e ai rischi per la sicurezza - alimentando in molti casi regimi antidemocratici.
La scelta di affrancarsi dal gas deve anche essere presa nel contesto dell'altra grande sfida del nostro tempo: il cambiamento climatico. Il nuovo rapporto Ipcc sugli impatti attesi mostra come il superamento della soglia di 1,5 gradi causerebbe una perdita irreversibile di interi ecosistemi e forti crisi alimentari e idriche, esponendo le persone e la natura a rischi a cui non saranno in grado di adattarsi. Uno scenario di crisi permanenti.
Abbandonare il gas russo deve andare allora in parallelo con il generale abbandono dell…
L'atto di guerra della Russia ha fatto definitivamente emergere il consenso circa la necessità di ridurre la dipendenza dal gas russo. Ma getta anche una luce sulla più ampia fragilità della dipendenza europea dalle importazioni di gas e petrolio, che rende il continente altamente esposto alla volatilità dei prezzi, agli shock delle forniture e ai rischi per la sicurezza - alimentando in molti casi regimi antidemocratici.
La scelta di affrancarsi dal gas deve anche essere presa nel contesto dell'altra grande sfida del nostro tempo: il cambiamento climatico. Il nuovo rapporto Ipcc sugli impatti attesi mostra come il superamento della soglia di 1,5 gradi causerebbe una perdita irreversibile di interi ecosistemi e forti crisi alimentari e idriche, esponendo le persone e la natura a rischi a cui non saranno in grado di adattarsi. Uno scenario di crisi permanenti.
Abbandonare il gas russo deve andare allora in parallelo con il generale abbandono dell'utilizzo delle fonti fossile per costruire una nuova resilienza geopolitica, economica e climatica che non generi un susseguirsi di crisi ma che ci metta al riparo da esse. Il gas è stata la fonte di transizione dal 1990 ai primi anni 2000, con un incremento di oltre l'80% che ha permesso di affrancarci da carbone e nucleare. Oggi la sfida dell'Italia è la transizione dal gas verso un sistema pulito.
Ma come può l'Italia sostenere, da qui al prossimo inverno, un possibile taglio delle forniture russe di circa 30 miliardi di metri cubi l'anno? Le ipotesi che abbiamo elaborato mostrano che azioni immediate, collettive e dirette da una campagna pubblica di risparmio energetico, combinate a uno sviluppo accelerato delle rinnovabili, possono sostituire nell'arco di un anno l'equivalente del 50% delle importazioni di gas russo (oltre 15 miliardi di metri cubi o bcm) con un risparmio di spesa equivalente a 14,5 miliardi di euro a costi correnti del gas.
Queste azioni includono l'autoriduzione e regole di risparmio sul riscaldamento e i consumi elettrici nel settore residenziale e terziario; la sostituzione di caldaie a gas con pompe di calore nel 10% delle abitazioni; nuove rinnovabili di rete (20 GW) e distribuite (5 GW); risparmi e rinnovabili (5 GW) nell'industria grazie al Pnrr; e una riduzione di gas nei trasporti. Le prime misure hanno un effetto immediato mentre l'adozione di nuove tecnologie richiede dai 6 ai 12 mesi. Facendo leva in parallelo sul maggiore sfruttamento della capacità annuale delle infrastrutture esistenti (gli stoccaggi dispongono di 18 bcm, i gasdotti "non russi" di oltre 110 bcm e i rigassificatori di circa 20 bcm), l'Italia riuscirebbe a gestire l'interruzione del gas russo.
Prima di invocare la corsa a nuove infrastrutture e la riapertura di carbone e nuovo gas nazionale, occorre dare massima priorità a tutte le alternative e allo sfruttamento delle infrastrutture esistenti. Il ricorso a nuove infrastrutture, come il Nord Stream 2, è stato completamente sovrastimato e controproducente. E non è più pensabile di creare nuova dipendenza e rischi con altri Paesi e regimi nel Mediterraneo senza un'analisi dei bisogni reali e delle alternative che soddisfino sia la sicurezza energetica che quella climatica di tutti i Paesi. L'incremento annuale previsto del gas nazionale di meno di 2 bcm, corrispondente a meno del 6% delle importazioni russe, non avrebbe un impatto significativo a fronte di costi di estrazione più elevati e un ingente intervento fiscale a carico di tutti per calmierare i prezzi. Oltre a contraddire gli impegni internazionali dell'Italia presi al G20 e alla Cop26.
L'opinione pubblica è pronta a fare la propria parte. È ora di costruire una nuova era di resilienza slegata dai combustibili fossili e di un coinvolgimento attivo della cittadinanza per un nuovo periodo di stabilità e pace per tutti.
L'autore è co-fondatore del think tank sul climate change Ecco