Non tutti sono convinti che il governo Draghi si sarebbe davvero dimesso se fosse passato l’emendamento-stralcio sul catasto. Si trattava di un voto in Commissione, cioè un incidente non così irreparabile, soprattutto nella fase drammatica che stiamo vivendo per via della guerra nell’est europeo. Se è vero che è il momento di mantenere i nervi saldi, questo vale per tutti i protagonisti e i comprimari della commedia che si svolge tra le aule parlamentari, Palazzo Chigi e il Quirinale. Dove Mattarella segue con attenzione gli sviluppi e c’è da credere che non sia entusiasta di quel che vede.
Il fatto è che si è creato un doppio binario, condizione alquanto anomala, ed è lecito domandarsi fin quando potrà durare. Da un lato c’è una maggioranza che fa onore al suo titolo (“di unità nazionale”) e si manifesta quando c’è da condannare il conflitto in Ucraina: anzi…
Non tutti sono convinti che il governo Draghi si sarebbe davvero dimesso se fosse passato l’emendamento-stralcio sul catasto. Si trattava di un voto in Commissione, cioè un incidente non così irreparabile, soprattutto nella fase drammatica che stiamo vivendo per via della guerra nell’est europeo. Se è vero che è il momento di mantenere i nervi saldi, questo vale per tutti i protagonisti e i comprimari della commedia che si svolge tra le aule parlamentari, Palazzo Chigi e il Quirinale. Dove Mattarella segue con attenzione gli sviluppi e c’è da credere che non sia entusiasta di quel che vede.
Il fatto è che si è creato un doppio binario, condizione alquanto anomala, ed è lecito domandarsi fin quando potrà durare. Da un lato c’è una maggioranza che fa onore al suo titolo (“di unità nazionale”) e si manifesta quando c’è da condannare il conflitto in Ucraina: anzi, in quel caso si allarga fino a comprendere Fratelli d’Italia, partito guadagnato alla causa atlantista salvo qualche frangia. Peraltro questa stessa maggioranza si presenta divisa, o meglio lacerata, quasi su ogni questione domestica. La revisione del catasto, appunto; che non è una questione minore perché investe l’identità della destra, in quanto evoca in modo indiretto il tema del carico fiscale sulle case di proprietà. E infatti un’alleanza di centrodestra mai come ora in affanno si è ritrovata più o meno unita sul punto delle tasse. Una bandiera condivisa da sventolare nella prossima campagna elettorale.
Tuttavia non c’è solo il catasto. Le questioni destinate a scavare un solco tra gli schieramenti sono numerose e insidiose, dal Mes alle concessioni balneari, dalle riforme legate al Pnrr alla stagione post-pandemia resa più confusa dai nuovi profughi ucraini. Ieri Draghi è tornato a pronunciarsi sul conflitto con parole sdegnate a proposito dell’attacco alla centrale nucleare. Ogni giorno di più si consolida il vincolo tra Roma e i partner e questo ormai è evidente a tutti. È meno evidente invece la gestione delle crisi interne. Certo, il quadro internazionale contribuisce per ora a tenere incollati i vari tasselli della coalizione. Ma nessuno si stupirebbe se un giorno o l’altro il bandolo della matassa sfuggisse di mano. E in quel caso, nonostante la guerra vicina, la deriva verso le elezioni sarebbe lo sbocco più verosimile.
In fondo tra meno di due mesi Macron potrebbe essere rieletto presidente della Francia, il che darebbe una spinta alle ambizioni non dichiarate, ma sottintese, del Partito Democratico. Al punto in cui siamo Enrico Letta può a buon diritto considerare i 5S come un partito satellite. È vero che il “campo largo” per ora non sembra così largo, ma è sufficiente per alimentare le speranze elettorali rispetto a una destra priva di orizzonte strategico. In fondo anche il dibattito tra Letta e Marine Le Pen sulla tv parigina - evento senza precedenti - ha un risvolto interno. La campagna elettorale è francese, ma in prospettiva potrebbe essere italiana. Fino ad allora Draghi deve destreggiarsi tra le contraddizioni della maggioranza. L’attitudine del premier è sempre meno conciliante verso la destra di Salvini e forse anche di Berlusconi. E si capisce: non ha particolari motivi di gratitudine verso nessuno dei due. In un certo senso, la più leale è quella che sta all’opposizione: Giorgia Meloni. Chissà che non possa essere lei il colpo di scena negli equilibri di governo quando mancheranno pochi mesi al voto.