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Sui social l'elettrocardiogramma della guerra

(reuters)
Le storie, le immagini, i video e i commenti che arrivano da quelle reti sociali che ora Putin vorrebbe tagliare ci raccontano il nostro cuore globale spezzato dal conflitto in Ucraina
2 minuti di lettura

Sei il cittadino di Sudbury, Ontario, Canada, che protesta contro il sindaco perché la bandiera russa sventola ancora sul Ponte delle Nazioni. Oppure sei la persona che ha ideato quello stesso ponte, Ursula S., e allora rispondi che la bandiera rappresenta la comunità russa locale, non rappresenta Putin. Sei Jenson W., studente undicenne a Bolton, Regno Unito, portiere della squadra dei Bromley Cross Wanderers, e chiedi di appendere una bandiera ucraina alla porta per tutto il tempo della partita, perché hai una madre ucraina. O potresti essere Guillermo M., un ragazzo di Siviglia che fa l'Erasmus in Polonia e, attraverso una raccolta fondi tra gli amici, ha riempito quattro carrelli di provviste da fare arrivare a Leopoli. Sei Alisia B., che ha sentito il bisogno di pregare in una chiesa di Brighton Beach, il quartiere di Brooklyn chiamato anche Little Odessa.

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Sei il cittadino di Sudbury, Ontario, Canada, che protesta contro il sindaco perché la bandiera russa sventola ancora sul Ponte delle Nazioni. Oppure sei la persona che ha ideato quello stesso ponte, Ursula S., e allora rispondi che la bandiera rappresenta la comunità russa locale, non rappresenta Putin. Sei Jenson W., studente undicenne a Bolton, Regno Unito, portiere della squadra dei Bromley Cross Wanderers, e chiedi di appendere una bandiera ucraina alla porta per tutto il tempo della partita, perché hai una madre ucraina. O potresti essere Guillermo M., un ragazzo di Siviglia che fa l'Erasmus in Polonia e, attraverso una raccolta fondi tra gli amici, ha riempito quattro carrelli di provviste da fare arrivare a Leopoli. Sei Alisia B., che ha sentito il bisogno di pregare in una chiesa di Brighton Beach, il quartiere di Brooklyn chiamato anche Little Odessa.

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Se la geografia ti ha messo al riparo, sei comunque  - lo ha scritto Ian McEwan  -  uno spettatore. Il bambino che sul treno, un sedile oltre il mio, domanda ai genitori se gli ucraini vogliono davvero diventare russi. Poi si distrae, mentre i genitori cominciano a discutere della guerra, parlandosi con durezza. Il funzionario zelante di una università o di una qualche istituzione culturale, roso dai dubbi sbagliati. Il pacifista convinto o quello riluttante. Oppure sei, quasi certamente, uno che ha lasciato un commento su un social: come me. Uno che ha espresso indignazione, rabbia, condiviso qualcosa - un'opinione approssimativa, uno slancio di generosità, un ragionamento ambiguo, un distinguo penoso, o un più onesto e disarmato senso di impotenza. Sei, sono quello che indica col dito "il proprio cuore sanguinante", e poi?

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Le lacrime che qualcuno piange da lontano su TikTok si mescolano a quelle di chi piange da troppo vicino, il video della propaganda russa dà il cambio a quello della manifestazione per la pace; su Twitter i dispacci dal fronte si alternano alle indicazioni di chi offre alloggi per i profughi, tutto si impasta e si confonde - l'informazione in tempo reale, la nebbia della disinformazione, lo slancio generoso, lo sfogo emotivo, il "citizen journalism" e le tessere di un diario corale, immediato, fatto di milioni di voci.

La Rete globale  -  quella con cui Putin intende tagliare i ponti  -  lo raccoglie e lo alimenta. E ciò che poco più di un secolo fa uno scrittore come Stefan Zweig poteva evocare attraverso l'immaginazione letteraria - più breve è il sonno del mondo, e agitato; il tarlo delle preoccupazioni e dei pensieri che consuma dentro, "fino a quando il cuore non si affligge e si ammala" - , oggi è questo immenso, planetario elettrocardiogramma fatto di parole, ipervisibile, in cui è registrato il battito del cuore di chiunque. Anche il tuo, e il mio.

Gli storici del futuro avranno a disposizione, come per l'ultima pandemia, un macroscopico archivio di lettere spedite ai posteri senza volerlo; non faticheranno a restituire la parte legittima a un complesso contraddittorio di sentimenti, a ricostruire il percorso delle anime. Ma se è vero che nessuno è freddo in un mondo febbricitante, come scriveva Zweig nell'agosto 1914, se "essere lontani dai campi di battaglia non significa esserne estromessi", se nessuno ha il diritto di dormire sereno, è comunque ancora difficile dire con esattezza dove siamo in questa storia - se non siamo lì, nel cuore della distruzione. E così capire quale sia il posto preciso che la distruzione trova nella coscienza mia, tua, del mondo. E cosa da questo possa originare, determinarsi, se solo sconcerto, angoscia, o qualcosa di più forte e decisivo e utile; e se infine retorica, distacco, oblio, o che altro, dal tempo inquieto e arroventato dei nostri anni Venti.