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Economia dell'emergenza

(ansa)

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Bisogna fare tutto il possibile sapendo che i soccorsi finanziari stanno arrivando. Il rischio è ora e non deve diventare permanente
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"Emergenza”. È stata la parola-chiave dell’intervento di Mario Draghi alla Camera ieri. Il presidente del Consiglio, uomo pacato che non ama l’iperbole, l’ha usata non meno di sette volte, in contesti diversi, per sottolineare la natura poliedrica della tragedia ucraina.
Siamo di fronte ad una crisi geopolitica, umanitaria ed economica che è arrivata proprio quando la grande nube nera degli ultimi due anni - la crisi sanitaria del Covid - stava dissipandosi. Il risultato è uno stato di continuo cambiamento che porta governi, aziende e consumatori a riscrivere le regole, adattare comportamenti e inventare nuove strategie da un giorno all’altro.


L’effetto più immediato e visibile della guerra arriva nelle bollette, alla pompa di carburante e al supermercato. Ed è qui che bisogna correre ai ripari prima che sia troppo tardi. C’è chi, nel governo, parla di creare un’“economia di guerra&r…

"Emergenza”. È stata la parola-chiave dell’intervento di Mario Draghi alla Camera ieri. Il presidente del Consiglio, uomo pacato che non ama l’iperbole, l’ha usata non meno di sette volte, in contesti diversi, per sottolineare la natura poliedrica della tragedia ucraina.
Siamo di fronte ad una crisi geopolitica, umanitaria ed economica che è arrivata proprio quando la grande nube nera degli ultimi due anni - la crisi sanitaria del Covid - stava dissipandosi. Il risultato è uno stato di continuo cambiamento che porta governi, aziende e consumatori a riscrivere le regole, adattare comportamenti e inventare nuove strategie da un giorno all’altro.


L’effetto più immediato e visibile della guerra arriva nelle bollette, alla pompa di carburante e al supermercato. Ed è qui che bisogna correre ai ripari prima che sia troppo tardi. C’è chi, nel governo, parla di creare un’“economia di guerra”, in cui la filiera agroalimentare viene ricostruita con grandi aiuti ai produttori nostrani per evitare di rimanere ostaggi degli alti prezzi delle importazioni. E in cui l’utilizzo energetico viene ridotto, magari cominciando con l’invito a comuni ed enti locali di abbassare le luci di monumenti e piazze.


Ma gli effetti più duraturi arriveranno da provvedimenti sul piano internazionale. Su questo fronte, il governo italiano e gli alleati europei devono trovare accordi al più presto, a cominciare dal Summit informale dei leader di oggi a Versailles. La teoria è chiara: se siamo uniti sulle sanzioni dobbiamo essere uniti nella risposta agli effetti delle sanzioni.
In pratica, ciò vuol dire creare un network di stoccaggio comunitario e una “diplomazia energetica” comune per comprare gas e petrolio, (nella speranza che l’Unione Europea faccia la forza e convinca i Paesi produttori a farci uno sconto). L’obiettivo è ridurre la sciagurata dipendenza dal gas di Putin, che dal 2014, anno dell’invasione in Crimea, è addirittura aumentata.


Ma né queste misure né il comprensibile desiderio di accelerare la transizione verso l’energia rinnovabile basteranno. L’imperativo per tutti i governi europei, e soprattutto quello italiano, è mettere soldi nelle tasche di cittadini e aziende che devono far fronte a conti salati per beni di primissima necessità. Qui ci vogliono soluzioni europee, come il già discusso rilassamento del Patto di Stabilità, che rendano possibili interventi nazionali. Perché alla fine, quello che conta sono le famiglie e le imprese soffocate da prezzi molto più alti del previsto.


Draghi non l’ha detto esplicitamente ma sembra ormai inevitabile un altro intervento che si aggiunga ai 16 miliardi di euro già stanziati contro il caro-energia di prima della guerra. L’uomo che disse di voler fare “whatever it takes” - tutto il possibile - per salvare l’euro sa benissimo che all’emergenza si deve rispondere con aiuti massicci. E che le regole ferree di bilancio dovranno passare in secondo piano rispetto ai bisogni della gente.


Il vero pericolo - quello che spaventa gli addetti ai lavori e gli investitori - è che la combinazione di costi elevati e riduzione dell’attività di produzione e consumo spingano la zona euro nella stagflazione, la temutissima combinazione di inflazione rampante e crescita anemica. Per l’Italia, la stagflazione vorrebbe dire buttare via anni di grande lavoro economico e abbandonare la prospettiva di potenti cambiamenti strutturali finanziati dai fondi europei.


Ci sono dei barlumi di speranza, anche sui mercati. Ieri, per esempio, il prezzo di gas e petrolio è sceso, in parte perché l’Ue non seguirà gli Usa e il Regno Unito nel blocco delle esportazioni di greggio russo, e in parte perché l’Ucraina ha detto di non voler entrare nella Nato.
Ma agli italiani che ieri hanno trovato benzina carissima e gasolio ancora più caro ciò importa poco o niente. Per evitare una spirale di pessimismo di consumatori e aziende bisogna convincere il settore produttivo e il grande pubblico che, nonostante gli orrori del conflitto, questa situazione non durerà a lungo e che i soccorsi finanziari stanno arrivando. L’emergenza continua ma non può e non deve diventare permanente.