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Lo scisma dell'Occidente

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La decisione russa di lasciare il Consiglio d’Europa non è un semplice gesto di ripicca per la sospensione dopo l’invasione dell'Ucraina
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La decisione russa di lasciare il Consiglio d'Europa non è un semplice gesto di ripicca per la sospensione che le era stata inflitta con un voto quasi unanime dopo l'invasione dell'Ucraina. Indica il cambiamento di postura e di identità che Putin vuole imporre al proprio Paese. Con un sol gesto il despota rinnega la natura europea dell'impero che vorrebbe ricostruire sulle macerie di Kiev e rigetta la Carta dei diritti umani la cui tutela è la ragion d'essere che tiene uniti i 46 Paesi che fanno parte del Consiglio. Una scelta coerente con il conflitto asimmetrico che si è aperto tra il Cremlino, che combatte con carri armati, missili e aerei da guerra, e l'Occidente che risponde con le armi della globalizzazione: sanzioni economiche, espulsione della Russia dai circuiti finanziari, esclusione del regime dalle manifestazioni sportive, artistiche, culturali, fuga da Mosca dei grandi brand del consumismo mondiale, progressivo isolament…

La decisione russa di lasciare il Consiglio d'Europa non è un semplice gesto di ripicca per la sospensione che le era stata inflitta con un voto quasi unanime dopo l'invasione dell'Ucraina. Indica il cambiamento di postura e di identità che Putin vuole imporre al proprio Paese. Con un sol gesto il despota rinnega la natura europea dell'impero che vorrebbe ricostruire sulle macerie di Kiev e rigetta la Carta dei diritti umani la cui tutela è la ragion d'essere che tiene uniti i 46 Paesi che fanno parte del Consiglio. Una scelta coerente con il conflitto asimmetrico che si è aperto tra il Cremlino, che combatte con carri armati, missili e aerei da guerra, e l'Occidente che risponde con le armi della globalizzazione: sanzioni economiche, espulsione della Russia dai circuiti finanziari, esclusione del regime dalle manifestazioni sportive, artistiche, culturali, fuga da Mosca dei grandi brand del consumismo mondiale, progressivo isolamento dell'autocrazia putiniana anche nel meta-universo del Web, totale apertura a milioni di profughi in fuga dalle bombe. Mentre in Ucraina si combatte e si muore, questa altra guerra è appena iniziata. Sarà lunga, e il suo esito ancora incerto potrebbe segnare il destino della globalizzazione, come anche il suo volto futuro.


In soli pochi giorni, quella che era cominciata come una "operazione militare speciale" del Cremlino è diventata, grazie alla reazione dell'Occidente che molti tendono a sottovalutare, un confronto ideologico a tutto campo. Lo dimostrano le frasi omofobe del Patriarca russo Kirill per giustificare la crociata di Putin. Lo confermano le parole con cui il ministro degli esteri russo, Lavrov, ha dato l'addio al Consiglio d'Europa: "Un luogo dove vengono esaltati i mantra della supremazia e del narcisismo dell'Occidente".
Il narcisismo dell'Occidente è, in realtà, il narcisismo sano del rispetto dei diritti umani, e dunque del rispetto di sé che connota le democrazie. Fondato nel 1949, ben prima della nascita della Comunità europea, il Consiglio d'Europa ha come ragione sociale proprio la difesa della democrazia, dei diritti umani e dell'identità culturale europea. Sono i principi inscritti nella "Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali", firmata nel 1950 dai tredici Paesi che per primi avevano dato vita all'organizzazione. Nel corso degli anni, la Convenzione è stata sottoscritta da 47 Paesi d'Europa, compresa la Russia che ha aderito nel 1996 a conclusione di un lungo e tormentato processo che era stato avviato da Boris Eltsin. Alla tutela dei diritti fondamentali previsti dalla Carta, lavora la Corte europea dei diritti dell'uomo che, come il Consiglio d'Europa, ha sede a Strasburgo e non ha nulla a che vedere con le istituzioni della Ue.


La partecipazione russa al consesso europeo è sempre stata problematica. Mosca venne sospesa dal 2000 al 2001 per le atrocità compiute da Putin nella guerra in Cecenia. Anche dopo l'occupazione della Crimea il suo diritto di voto è stato sospeso per tre anni. Ma il Cremlino, almeno a parole, non aveva finora mai rinnegato i principi della Carta, e la sua partecipazione dava almeno ai giudici della Corte un appiglio per difendere i diritti dei dissidenti perseguitati dal regime.


Oggi lo scisma è compiuto. L'abiura di Putin pone fine al travagliato percorso di avvicinamento all'Europa, ai valori dell'Occidente e ai benefici della globalizzazione che era iniziato con Gorbaciov e proseguito con Eltsin anche a costo di sacrificare l'impero sovietico. Ma gli orologi non si sono fermati al 25 dicembre del 1991, quando sul Cremlino è stata ammainata la bandiera rossa. Il processo di globalizzazione innescato dalla fine della Guerra fredda è ormai avanzato. Il presidente russo crede di poterlo fermare con i carri armati e di poter ricongelare il mondo con la minaccia nucleare. L'Occidente ha risposto proprio con le armi che la globalizzazione ha messo a sua disposizione. Dall'esito dello scontro dipenderà forse anche la scelta che altri attori, come la Cina o l'India che per ora stanno alla finestra, saranno chiamati a compiere tra un futuro di poteri militari contrapposti o di potenze economiche cooperanti nel nome dell'interesse comune.