Se i russi si risvegliano
di Paolo Garimberti , di Paolo GarimbertiQuando i primi soldati russi torneranno a casa dal fronte ucraino, chiusi in sacchi di plastica o amputati nel fisico e nel morale, allora neppure la più occhiuta censura sarà in grado di nascondere la verità su quello che accade in Ucraina. Sarà chiaro a tutti che si tratta di vera guerra e di un’invasione, parole probibite ai giornali e alla televisione di regime, che possono parlare soltanto di “operazione militare speciale”. Un vecchio detto al tempo dell’Urss ironizzava che non c’era “verità nelle Izvestija, né notizie nella Pravda”, gioco di parole sulle testate degli organi del Pcus (“Pravda” significa verità) e del Soviet supremo (“Izvestija” vuol dire notizie). Oggi la Russia è tornata a quei tempi.
Era successo così con l’Afghanistan, una guerra cominciata nel 1979. Anche quella mistificata nelle motivazioni dai media controllati dal Crem…
Quando i primi soldati russi torneranno a casa dal fronte ucraino, chiusi in sacchi di plastica o amputati nel fisico e nel morale, allora neppure la più occhiuta censura sarà in grado di nascondere la verità su quello che accade in Ucraina. Sarà chiaro a tutti che si tratta di vera guerra e di un’invasione, parole probibite ai giornali e alla televisione di regime, che possono parlare soltanto di “operazione militare speciale”. Un vecchio detto al tempo dell’Urss ironizzava che non c’era “verità nelle Izvestija, né notizie nella Pravda”, gioco di parole sulle testate degli organi del Pcus (“Pravda” significa verità) e del Soviet supremo (“Izvestija” vuol dire notizie). Oggi la Russia è tornata a quei tempi.
Era successo così con l’Afghanistan, una guerra cominciata nel 1979. Anche quella mistificata nelle motivazioni dai media controllati dal Cremlino, come sta accadendo per l’Ucraina, e sottaciuta nelle perdite per non turbare l’opinione pubblica. Finché nei più remoti villaggi di campagna arrivarono i cadaveri dei giovani di leva da seppellire, le comunicazioni alle famiglie che non avrebbero mai più rivisto il figlio caduto in combattimento, i reduci mutilati dalle mine anti-uomo. Allora perfino le babushke cominciarono a capire, i padri e le madri a porsi delle domande su quello che avevano letto o ascoltato in tv. Ma ci vollero dieci anni prima che Mikhail Gorbaciov decidesse di porvi fine: è rimasta iconica la fotografia del generale Boris Gromov, che attraversa con il suo carro armato il “ponte dell’amicizia” tra Afghanistan e Uzbekistan. Non si è mai saputo quanti militari sovietici siano morti in quello che fu chiamato “il Vietnam dell’Urss”. Secondo le stime ufficiose 14.453, ma incrociando i dati alcuni analisti sono arrivati fino a ipotizzarne 26.000.
La presa di coscienza popolare può ripetersi oggi con l’invasione dell’Ucraina. Nelle grandi città, come Mosca e San Pietroburgo, la sensazione dello stato di emergenza bellica può venire anche dalla chiusura dei grandi marchi del lusso o della voluttuarietà, che hanno segnato con la loro presenza la grande transizione dall’Urss alla Russia post-sovietica. Oggi i grandi magazzini Gum sulla Piazza Rossa assomigliano di nuovo a uno squallido mercato senza glamour, dopo essere diventati, dagli anni 90 in poi, scintillanti imitazioni delle gallerie Lafayette. Ma quando i primi corpi arriveranno nei sacchi di plastica anche nelle periferie e nelle campagne forse il russo medio, fin qui convinto sostenitore di Putin, potrebbe cominciare a chiedersi che cosa sia davvero, e dove porti, l’“operazione militare speciale” in Ucraina. Anche per questo, e non solo per i cattivi risultati sul terreno, Putin sembra essersi pentito di aver mandato ignari soldati di leva in Ucraina e ha richiesto ieri al Consiglio di sicurezza l’intervento dei “volontari” siriani, 16mila uomini formatisi, come ha garantito il ministro della Difesa Shoigu, a combattere l’Isis.
La differenza tra l’Afghanistan e l’Ucraina è nel tipo di potere che Putin ha costruito attorno a sé. Quello di Leonid Breznev, nel 1979, aveva comunque una forma di collegialità, dove il segretario del Pcus era il primus inter pares nel Politbjuro (fu un golpe ordito proprio da Breznev all’interno del Politbjuro che depose Nikita Krusciov nel 1964). Il potere di Putin è assoluto e solitario, come si è vistosamente capito nella riunione del consiglio dei ministri teletrasmessa due giorni fa anche sul circuito internazionale: dove i ministri sembravano sudditi impauriti, preoccupati soltanto di compiacere il loro capo. Quella del Politbjuro del Pcus era una nomenklatura, quella di Putin una dittatura. Che avrebbe un termine costituzionale nel 2034, ormai sempre più teorico che reale.
Il suo sistema di potere è stato equiparato a quello degli zar prima delle riforme di Alessandro II nel 1860. Si basa su quattro cerchi concentrici. Il primo è formato dai suoi ex colleghi del Kgb, in maggioranza di San Pietroburgo come lui, che hanno il controllo della sicurezza, dell’apparato statale e anche del sistema giudiziario. Il secondo è composto da boiardi a lui fedelissimi, che guidano le maggiori aziende di Stato. Il terzo è basato su oligarchi a lui legati dai tempi della gioventù nell’allora Leningrado, cui Putin ha consentito di arricchirsi in cambio dell’assoluta lealtà. Tutti hanno accumulato ingenti patrimoni, custoditi in paradisi fiscali (il quarto cerchio del potere putiniano). È un sistema dove tutti devono sorreggere il centro del cerchio, cioè lo zar, perché se cade lui cadono tutti. Non a caso i loro nomi compongono la lunga lista dei sanzionati dagli Stati Uniti, dall’Europa e dalla Gran Bretagna.
L’ossessione per la segretezza e la sicurezza, aggravata da due anni di isolamento per il Covid, sembra aver disconnesso Putin dal mondo e dalla storia e ha ristretto al minimo il cerchio degli uomini di cui Putin si fida (probabilmente gli unici al corrente da tempo dei suoi piani sull’Ucraina). Sono Igor Sechin, il boss di Rosneft; Nikolaj Patrushev, il direttore del Consiglio di sicurezza nazionale; Sergej Naryshkin, il capo dell’intelligence estera; e Sergej Shoigu, ministro della Difesa. Autentici cekisti, come si vantano di essere (Ceka era l’acronimo della prima polizia politica fondata nel 1917 ed è rimasto il marchio di fabbrica degli uomini dei servizi). Uniti da una fede ideologica nella grandezza della “Madre Russia”. E perciò convinti, per citare Zbigniew Brzezinski, il consigliere di Jimmy Carter grande esperto dell’Urss, che “senza l’Ucraina la Russia non sarebbe un impero euroasiatico”. Ecco perché è difficile fermare il nuovo zar e farlo desistere dai suoi disegni imperiali.