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Un conto salato per Putin

(ansa)

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Le s anzioni all'economia russa dopo l'invasione dell'Ucraina
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Il presidente americano Joe Biden ha annunciato la fine delle normali relazioni commerciali con la Russia, dopo l'invasione del presidente Vladimir Putin in Ucraina. A Washington si associano i Paesi G7, cancellando lo status di "nazione più favorita" alla Russia, che autorizzava l'import-export con l'Occidente, secondo le regole dell'Organizzazione Mondiale del Commercio. Fondo Monetario e Banca Mondiale chiudono, a loro volta, le porte a Mosca. Stop all'importazione di caviale e vodka, icone nel lusso Usa, dallo storico ristorante Russian Tea Room, agli scaffali di Petrossian a New York. Neppure i diamanti verranno più trattati. I lettori viaggiano indietro nel tempo, al 1975 per esempio, quando Evgenii Trofimovich Usenko, giurista dell'Accademia delle Scienze in Unione Sovietica, lamentava sul Denver Journal of International Law & Policy che "per molti anni i rapporti commerciali Usa-Urss son stati pari a zero, perché …

Il presidente americano Joe Biden ha annunciato la fine delle normali relazioni commerciali con la Russia, dopo l'invasione del presidente Vladimir Putin in Ucraina. A Washington si associano i Paesi G7, cancellando lo status di "nazione più favorita" alla Russia, che autorizzava l'import-export con l'Occidente, secondo le regole dell'Organizzazione Mondiale del Commercio. Fondo Monetario e Banca Mondiale chiudono, a loro volta, le porte a Mosca. Stop all'importazione di caviale e vodka, icone nel lusso Usa, dallo storico ristorante Russian Tea Room, agli scaffali di Petrossian a New York. Neppure i diamanti verranno più trattati. I lettori viaggiano indietro nel tempo, al 1975 per esempio, quando Evgenii Trofimovich Usenko, giurista dell'Accademia delle Scienze in Unione Sovietica, lamentava sul Denver Journal of International Law & Policy che "per molti anni i rapporti commerciali Usa-Urss son stati pari a zero, perché l'assenza della clausola di "nazione favorita" a noi sovietici faceva sì che il commercio tra Mosca e Washington fosse solo una frazione di quello con Giappone e Germania Federale, malgrado potenzialità assai maggiori". E nel 1984, Abraham Becker di Rand Corporation calcolava che Germania Ovest, Giappone, Olanda, Francia e Regno Unito commerciavano con l'Urss appena il 4% dei loro prodotti, l'Italia il 5%, poca roba. Per questo, il 18 giugno del 1992, il New York Times celebrava, con un articolo a piena pagina di Stephen Greenhouse, l'accordo tra il presidente George Bush padre e il presidente russo Boris Eltsin che concedeva finalmente lo status di nazione favorita, applicando i dazi richiesti ai Paesi alleati e chiudendo la Guerra Fredda. I Putinversteher, analisti sodali del presidente russo che lamentano le "ingiustizie dell'Occidente contro Mosca", omettono, per ignoranza o interesse, la realtà storica: a meno di sei mesi dalla fine dell'Urss, George W.H. Bush azzera le tariffe alle aziende russe e le tratta con amicizia, come fossero inglesi, giapponesi, italiane.


Eppure, il ritorno al passato senza commercio tra le due grandi potenze, non coglie ancora, da solo, la portata epocale degli eventi che viviamo. Se le sanzioni esprimono la rottura tra Stati, a lungo nemici, poi in ottime relazioni e adesso di nuovo ostili, al contrario della Guerra Fredda anche il settore privato sceglie di ritirarsi dalla Russia, non perché obbligato dai governi, ma perché mosso dalla sensibilità dei cittadini che, in passato, non esisteva. Sarà dura gustare un Big Mac a Mosca, bere una Coca a San Pietroburgo, parcheggiare una Ferrari a Ekaterinburg, fare la spesa con Visa, Amex o Mastercard in Siberia, acquistare un'auto Stellantis, Volvo, Mercedes, o una classica moto Harley Davidson, tutti brand che prendono le distanze da Putin. Airbus e Boeing non concedono aerei al Cremlino e rifiutano la manutenzione. Le grandi dell'energia chiudono barili e gasdotti, Exxon, Shell, Bp. Disney ritira Topolino, Nike e Adidas scarpe, Apple computer e cellulari, Ikea mobili, H&M vestiti, Lauder cosmetici, Nestle dolciumi, le rock band e il Metropolitan Theatre musica. La lista include ogni brand cruciale, dopo scelte sofferte di amministratori delegati e azionisti. Se sono state prese, coinvolgendo ogni marchio nobile di Wall Street, è perché lo Spirito del Tempo, all'insaputa dei parrucconi, muta corso.

 

La responsabilità delle aziende, sviluppata dalla sostenibilità ecologica, cresciuta con il rispetto dei diritti civili, umani, gender, con il movimento Black Lives Matter antirazzista, con le posizioni femminista #MeToo, interviene in difesa dell'Ucraina non per spirito militante, ma perché non farlo implica prezzi enormi di reputazione sul mercato. L'amministratore delegato di McDonald's, Chris Kempczinski, scrive ai lavoratori degli 850 ristoranti appena lasciati in Russia riconoscendo come la situazione ponga "una sfida straordinaria ai brand globali", consci sì di pagar penali, ma anche che "il conflitto in Ucraina e la crisi umanitaria in Europa causino sofferenze atroci a popolazioni innocenti e quindi, come sistema, ci si debba unire al mondo, nel condannare aggressione e violenza, pregando per la pace". Richard Edelman, del gigante delle consulenze Edelman che ha lasciato Mosca già nel 2015, annota dal suo blog che "la geopolitica è il nuovo test per la fiducia delle aziende, lo avevamo imparato con gli abusi cinesi sui diritti umani in Xinjiang, lo vediamo anche nella guerra Russia-Ucraina... nel nostro futuro lavoratori, consumatori, investitori motiveranno le aziende ad agire nell'interesse più ampio delle comunità". Putin non l'ha compreso e pagherà duro dazio, le aziende che si faranno mal consigliare lo seguiranno.

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