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L'interesse europeo

Il summit Ue a Versailles. In primo piano Ursula von der Leyen (ansa)

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Con il Consiglio di Versailles si è affermata la tendenza a rafforzare l'alleanza tra gli stati
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Il Consiglio Europeo di Versailles sul conflitto in Ucraina ha confermato una tendenza importante: l’attenzione crescente degli Stati a definire un interesse europeo prevalente rispetto a quelli nazionali. In sostanza, la disponibilità ad agire insieme per ridurre la vulnerabilità complessiva dell’Unione a beneficio di ciascun Paese. Interesse declinato dai Capi di Stato e di governo nei suoi tre aspetti principali — rafforzamento della difesa e sicurezza comuni, più indipendenza e resilienza energetica, più crescita e autonomia industriale e tecnologica — con sullo sfondo meno conflittualità sull’emergenza migratoria. Si direbbe quasi un’eterogenesi dei fini di Vladimir Putin.

Non mancano i distinguo,…

Il Consiglio Europeo di Versailles sul conflitto in Ucraina ha confermato una tendenza importante: l’attenzione crescente degli Stati a definire un interesse europeo prevalente rispetto a quelli nazionali. In sostanza, la disponibilità ad agire insieme per ridurre la vulnerabilità complessiva dell’Unione a beneficio di ciascun Paese. Interesse declinato dai Capi di Stato e di governo nei suoi tre aspetti principali — rafforzamento della difesa e sicurezza comuni, più indipendenza e resilienza energetica, più crescita e autonomia industriale e tecnologica — con sullo sfondo meno conflittualità sull’emergenza migratoria. Si direbbe quasi un’eterogenesi dei fini di Vladimir Putin.

Non mancano i distinguo, ma la minaccia russa appunto, l’emergenza umanitaria, costringono a non eludere i problemi. Potrebbero delinearsi a questo punto i contenuti essenziali di una sovranità strategica europea resa meno velleitaria dalle circostanze. Tesa anzi a consolidare la componente europea di un’alleanza transatlantica più salda di com’era dopo il precipitoso ritiro americano dall’Afghanistan. Mentre, viceversa, l’assenza di una definizione concreta dell’interesse europeo non ha finora consentito lo sviluppo di una politica estera e di difesa coerente, marginalizzando l’Unione e indebolendo i suoi membri. Le industrie del Continente da tempo scontano nei loro piani l’inevitabilità delle collaborazioni europee, i militari hanno già pronti pianificazioni e comandi. Mancavano i governi. C’è voluta una guerra per dare loro la percezione del pericolo condiviso, il senso della convenienza di un’azione coordinata.


Sembrano emergere al riguardo — non senza criticità — un ambito, delle modalità, dei protagonisti. L’ambito è definito dalle crisi geopolitiche e dalle sfide dei fenomeni globali. Che si tratti di mantenere salda la relazione con Washington (o di saperla puntellare se tornasse Donald Trump), di rimodulare credibilmente, a conflitto armato finalmente concluso, le relazioni securitarie ed energetiche con Mosca, di gestire nuove crisi balcaniche potenzialmente prossime, di poter decidere quanto nemico e quanto competitor sia la Cina, di bilanciare le aree di instabilità nel Mediterraneo allargato e fare i conti con un mai sopito terrorismo jihadista o di modulare la transizione energetica. Un contesto difficile da affrontare, senza essere pronti a decisioni che possono talvolta sconcertare le opinioni pubbliche. Quella di Berlino — rivoluzionaria per la tradizione post bellica tedesca — di inviare mezzi militari agli ucraini è una di queste.

Le modalità sono poi quelle codificate nello Strategic Compass, la bussola strategica dell’Ue in approvazione entro fine marzo, integrata da una Comunicazione della Commissione Europea: definisce le minacce, delinea programmi comuni, mette a sistema strumenti e risorse europee. Queste ultime in aumento, ma ancora insufficienti. Proposte più precise su difesa e energia seguiranno presto.
Gli attori, infine, sono ancora gli Stati. La sicurezza europea resta, in definitiva, affidata alla collaborazione tra i governi, è retta dal principio dell’unanimità, soprattutto non può prescindere dalla disponibilità di ciascuno di essi ad assumersi responsabilità in proprio e a partecipare, anche su base nazionale, agli oneri finanziari. La Francia ha qui una posizione preminente per forza militare, capacità nucleare, animus pugnandi: deve dimostrare di saper lavorare in squadra. La Germania marca la differenza con la recentissima determinazione — copernicana — di stanziare 100 miliardi di euro sul suo bilancio della difesa con l’obiettivo di portarlo al 2 per cento del Pil: deve evitare la tentazione di farne un uso solo autoreferenziale.


Insomma, un interesse europeo più definito, un’Unione meglio organizzata, i governi più consapevoli e disposti ad investire, un ruolo guida dei maggiori Paesi. Malgrado le problematicità, le premesse paiono finalmente incoraggianti. Sarebbe nell’interesse ad un tempo nazionale ed europeo se anche l’Italia continuasse a stare al passo. Dopotutto, la sicurezza, oltre che di energia, mercati e migranti, è fatta anche di presenza politico-diplomatica, di strumento militare e di responsabilità.