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Pechino a un bivio

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La Cina finora è rimasta sostanzialmente neutrale. Ma ora potrebbe usare la sua forza contrattuale per convincere Putin a mettere fine al conflitto
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La Cina, che è per ora rimasta sostanzialmente neutrale di fronte al conflitto in Ucraina, è a un bivio strategico: può appoggiare più attivamente la Russia, che secondo fonti americane (smentite dalla Cina) avrebbe chiesto a Pechino aiuti militari; o può invece spingere Putin a negoziare. Nel primo caso, la Cina verrebbe trascinata da Mosca nella nuova guerra fredda con le democrazie occidentali; nel secondo, si aprirebbe la possibilità di una cooperazione selettiva fra Cina e Stati Uniti. Come si vede, è una scelta destinata ad incidere profondamente sul futuro della Cina stessa e sugli equilibri globali del XXI secolo. Qualche indicazione sugli orientamenti di Pechino forse emergerà dall’incontro di oggi a Roma fra Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e Yang Jiechi, diplomatico di punta cinese. Ma esistono una serie di ragioni per cui la prima scelta appare improbabile; mentre la se…

La Cina, che è per ora rimasta sostanzialmente neutrale di fronte al conflitto in Ucraina, è a un bivio strategico: può appoggiare più attivamente la Russia, che secondo fonti americane (smentite dalla Cina) avrebbe chiesto a Pechino aiuti militari; o può invece spingere Putin a negoziare. Nel primo caso, la Cina verrebbe trascinata da Mosca nella nuova guerra fredda con le democrazie occidentali; nel secondo, si aprirebbe la possibilità di una cooperazione selettiva fra Cina e Stati Uniti. Come si vede, è una scelta destinata ad incidere profondamente sul futuro della Cina stessa e sugli equilibri globali del XXI secolo. Qualche indicazione sugli orientamenti di Pechino forse emergerà dall’incontro di oggi a Roma fra Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e Yang Jiechi, diplomatico di punta cinese. Ma esistono una serie di ragioni per cui la prima scelta appare improbabile; mentre la seconda è più rispondente agli interessi cinesi ma non pare facile da costruire.

Partiamo dalle premesse. Fonti di Pechino sostengono che esercito e servizi segreti cinesi abbiano creduto con troppa ingenuità alla versione iniziale dei loro colleghi russi:  un blitzkrieg, un’operazione-lampo e quasi indolore, in Ucraina. Il leader cinese, che guarda al suo terzo mandato al potere, sarebbe a questo punto assai preoccupato, temendo i riflessi economici di un conflitto che sta diventando molto più lungo e difficile di quanto previsto. Fino al punto da mettere in discussione il tempismo della scelta compiuta da Xi Jinping alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina, con la firma assieme a Vladimir Putin di un lungo documento sulla partnership “senza limiti” fra Pechino e Mosca.

In realtà, questa guerra pone dei limiti anche alla Cina. Perché ha rivitalizzato i rapporti fra gli Stati Uniti e l’Europa, che Pechino puntava invece a dividere; perché è un anticipo di future difficoltà su Taiwan; e perché rischia di mettere in crisi le fondamenta già fragili di un sistema finanziario e commerciale globale su cui la Cina ha letteralmente costruito la propria ascesa economica. Pechino può trarre qualche vantaggio dall’isolamento di Mosca: nuove forniture di gas e materie prime, ingresso a prezzi stracciati nei grandi conglomerati russi. Ma non ha nessun interesse a tagliare i ponti con il sistema economico occidentale; e teme l’effetto di sanzioni secondarie per le proprie imprese, oltre che i costi diretti (i miliardi di riserve in yuan della Banca centrale di Mosca) di un default della Russia. L’economia, nell’anno di un Congresso decisivo per Xi Jinping, è uno strumento essenziale di legittimazione politica della leadership cinese. Con previsioni di crescita al 5%, le più basse da decenni a questa parte, la stretta ancora dovuta al Covid, la crisi del sistema immobiliare e il picco dei prezzi energetici, Pechino non può semplicemente permettere che Mosca, ormai ridotta a un pariah internazionale, la trascini in una spirale negativa. Sul piano formale, Pechino confermerà la partnership con la Russia; su quello sostanziale, cercherà di condizionarla.

Questo calcolo costi-benefici conduce a due domande. La prima è se Pechino si deciderà ad usare la sua forza contrattuale per convincere Putin che è l’ora di smetterla. La seconda, più strutturale, è se una delle conseguenze dello shock in Ucraina sarà di spingere la Cina a contemplare un riavvicinamento con gli Stati Uniti, con l’obiettivo di salvare ciò che resta dell’economia globale. Naturalmente, sono domande collegate fra loro: se Pechino sceglierà di fare pressioni su Mosca, sarà anche nella posizione di trattare con Washington il futuro dell’ordine internazionale che deriverà dalla guerra in Ucraina.

Certo, Pechino trae anche dai vantaggi dalla situazione in Ucraina: se l’America verrà risucchiata dal fronte europeo, con tanti saluti per ora al famoso “pivot” verso l’Asia, la Cina potrà giocarsi meglio le sue carte per la futura supremazia nel Pacifico. Ma i rischi economici sembrano più rilevanti, in questo momento, dei possibili vantaggi strategici.

Se la Cina è a un bivio, l’America di Biden può a sua volta incoraggiare o sfavorire una delle due strade che Pechino dovrà imboccare. Dal punto di vista americano, esiste un interesse di fondo a fermare un conflitto in Ucraina che ha già isolato la Russia ma che continua a porre forti rischi per la sicurezza occidentale e per la ripresa economica globale. Il punto è che giocare una carta cinese significa modificare uno dei tratti essenziali della politica estera americana, per come si è sviluppata dagli anni di Obama in poi. Biden dovrebbe ripetere - nelle condizioni molto diverse di oggi, e sapendo che la Cina è comunque il vero competitore globale degli Stati Uniti - una svolta di tipo “real-politico”, che ricorda l’apertura di Nixon e di Kissinger a Pechino nei primi anni ’70 del secolo scorso. E quindi decidere, cosa niente affatto facile a pochi mesi dalle elezioni di mid-term, che conviene trattare con la grande potenza rivale, sugli equilibri regionali e sulle regole di gestione economica del mondo post-globale. Per la ragione molto semplice che l’America non può restare esposta su due fronti, quello europeo e quello del Pacifico; e che esiste un imperativo economico, consolidare la ripresa post-Covid. Una pace fredda con la Cina e una nuova guerra fredda con una Russia isolata e ridotta a vassallo di Pechino. La guerra in Ucraina può diventare in effetti una sorta di spartiacque degli equilibri del XXI secolo.

Per gli europei, ipotesi di accordo fra Cina e Stati Uniti  evocano sempre il rischio di un condominio sulla testa del Vecchio Continente. Ma dopo non essere riusciti a staccare la Russia dalla Cina (cosa forse possibile qualche decennio fa), gli europei hanno oggi interesse a staccare Pechino da Mosca: per tentare di arrestare una guerra tragica ai confini orientali dell’Ue e per rendere più efficaci sanzioni così costose anche per noi.