Quel treno che sfida l'assedio
Andrea Bonanni , Andrea BonanniIl treno per Kiev su cui un pezzo di Europa ha attraversato l’Ucraina in guerra trasfigurandosi in scudo umano contro le bombe di Putin ha molti vagoni. Il primo vagone porta un messaggio non simbolico ma fattuale: dopo quasi tre settimane di invasione e migliaia di morti l’ obiettivo principale delle forze russe, la capitale da occupare per installarvi un regime fantoccio, è ancora libera e raggiungibile. Il presidente Zelensky è al suo posto, riceve i colleghi europei, cerca perfino di organizzare conferenze stampa, sia pure sotto le bombe. “L’operazione militare speciale” di Putin, almeno finora, è fallita. La morsa di acciaio, di cannoni e di carri armati che stringe la grande città bianca sulle rive del Dniepr non è neppure in grado di intercettare un treno civile che arriva da Leopoli con carrozze, si suppone, di prima classe. Oppure, e questo sarebbe forse anche più grave per la reputazione dell&rsquo…
Il treno per Kiev su cui un pezzo di Europa ha attraversato l’Ucraina in guerra trasfigurandosi in scudo umano contro le bombe di Putin ha molti vagoni. Il primo vagone porta un messaggio non simbolico ma fattuale: dopo quasi tre settimane di invasione e migliaia di morti l’ obiettivo principale delle forze russe, la capitale da occupare per installarvi un regime fantoccio, è ancora libera e raggiungibile. Il presidente Zelensky è al suo posto, riceve i colleghi europei, cerca perfino di organizzare conferenze stampa, sia pure sotto le bombe. “L’operazione militare speciale” di Putin, almeno finora, è fallita. La morsa di acciaio, di cannoni e di carri armati che stringe la grande città bianca sulle rive del Dniepr non è neppure in grado di intercettare un treno civile che arriva da Leopoli con carrozze, si suppone, di prima classe. Oppure, e questo sarebbe forse anche più grave per la reputazione dell’uomo forte del Cremlino, non osa farlo.
Il secondo vagone contiene, come è ovvio, un messaggio politico. Che a ben vedere non riguarda solo l’ovvia vicinanza dell’Europa all’Ucraina invasa. C’è di più, nell’impresa compiuta dai premier di Polonia, Cechia e Slovenia: c’è la stessa disponibilità a sfidare la prepotenza del tiranno già dimostrata non solo con le sanzioni, ma anche e soprattutto con la fornitura di armi letali ai resistenti ucraini, armi che portano la bandiera di ogni Paese dell’Unione ma anche quella collettiva delle dodici stelle europee. Questa è una reazione che Putin verosimilmente non si aspettava, sopratutto dopo che aveva fatto precedere i suoi carri armati da una esplicita minaccia nucleare. Il viaggio di Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa è la prova che anche l’Europa può alzare la posta in gioco pur restando nel perimetro di un “soft power” che è comunque in grado di assestare colpi duri a chi lo sfida. E’ evidente che Putin, se avesse voluto, avrebbe potuto colpire quel treno. Il fatto che non abbia osato farlo dimostra che anche la prepotenza e le minacce del despota russo si fermano di fronte alle “linee rosse” dell’Occidente.
Il terzo vagone è carico di simbolismi emotivi. Nel viaggio dei tre premier c’è infatti tutta la disperazione di chi, assistendo al martirio ucraino, vorrebbe fare di più, ma si rende conto di avere le mani legate dalla scelta dell’Occidente di non farsi coinvolgere direttamente in un confronto armato con Mosca. Questa lacerazione è particolarmente sentita dal governo polacco. Se ne è avuta prova con la vicenda dei Mig, gli aerei da combattimento che Varsavia vorrebbe regalare all’ Ucraina ma che non sa come mandare senza violare i paletti che la Nato e la Ue si sono fissati. E’ quasi come se Morawiecki offrisse al governo di Kiev la propria persona fisica come un’arma, uno scudo di carne in sostituzione di quell’aiuto militare che non ha potuto dare.
E qui bisogna notare che, sul treno per Kiev, c’è anche un vagone carico di rivalsa, il cui messaggio è in realtà diretto a Bruxelles. Con il loro gesto plateale i tre capi di governo dell’Europa orientale mettono i loro colleghi di Francia, Italia, Germania di fronte ad un fatto compiuto. Dicono di «agire in nome del Consiglio europeo», anche se non hanno ricevuto nessun mandato in questo senso, perché sanno bene che nessuna capitale oserà smentirli. Per i leader sovranisti polacchi e sloveni, ripetutamente accusati di populismo e di scarsa democraticità, la crisi scatenata da Putin è anche l’occasione per prendersi una rivincita sullo scetticismo con cui i governi della Vecchia Europa ascoltavano i loro allarmi riguardanti la minaccia russa. Vista da Varsavia, ma anche da Lubiana, la ritrovata unità della Ue di fronte all’aggressione di Putin è un venire a Canossa, un implicito riconoscimento che la politica di distensione verso Mosca si è dimostrata un grave errore. Ora che la Storia dà loro ragione in politica estera, la tentazione di sfruttare questo successo anche per mettere in secondo piano le divergenze di politica interna sulle loro deviazioni autoritarie e anti-europee è troppo forte per potervi resistere. Fino a metà febbraio la Polonia era pericolosamente sull’orlo di una espulsione di fatto dall’Unione europea, e ancora non ha ricevuto i fondi del piano Next Gen Eu. Oggi può presentarsi a Kiev in nome di tutta l’Europa intestandosi una leadership che nessuno le ha dato ma che nessuno, in questo momento, è in grado di contraddire. Nella sfida a Mosca, dunque, c’è anche una implicita sfida a Washington e a Bruxelles costrette in queste ora a pregare per l’incolumità dei tre capi di governo che hanno messo in gioco, con le loro vite, anche il vincolo di solidarietà dell’Europa e dell’Occidente.