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Putin divide gli ortodossi

Il Patriarca Kirill (reuters)

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Si profila una grande crisi religiosa dopo l'appoggio del patriarca Kirill
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Si è aperto un ulteriore, problematico, fronte nella guerra russo — ucraina che rischia di erodere ulteriormente il consenso interno su cui ancora poggia il sostegno della maggioranza dei russi per il conflitto. L’aggressione all’Ucraina sta infatti letteralmente spaccando la Chiesa ortodossa ed i suoi 260 milioni circa di fedeli in giro per il mondo, la metà dei quali vivono tra Russia ed Ucraina, isolando la Chiesa ortodossa russa il cui Patriarca Kirill è alleato di ferro dell’inquilino del Cremlino di cui condivide una visione del “Russkiy Mir”, ovvero del “Mondo Russo”, che unisce l’unità spirituale degli ortodossi all’espansione territoriale verso le aree storicamente russe. Ciò che per Putin è una guerra di restaurazione politica, per Kirill è una crociata a salvaguardia dei valori ortodossi e dell’unità dei fedeli. Dall’inizio del conflitto Kirill, pr…

Si è aperto un ulteriore, problematico, fronte nella guerra russo — ucraina che rischia di erodere ulteriormente il consenso interno su cui ancora poggia il sostegno della maggioranza dei russi per il conflitto. L’aggressione all’Ucraina sta infatti letteralmente spaccando la Chiesa ortodossa ed i suoi 260 milioni circa di fedeli in giro per il mondo, la metà dei quali vivono tra Russia ed Ucraina, isolando la Chiesa ortodossa russa il cui Patriarca Kirill è alleato di ferro dell’inquilino del Cremlino di cui condivide una visione del “Russkiy Mir”, ovvero del “Mondo Russo”, che unisce l’unità spirituale degli ortodossi all’espansione territoriale verso le aree storicamente russe. Ciò che per Putin è una guerra di restaurazione politica, per Kirill è una crociata a salvaguardia dei valori ortodossi e dell’unità dei fedeli. Dall’inizio del conflitto Kirill, probabilmente per la prima volta nella storia della Chiesa russa, è oggetto di pesanti critiche sia dalle altre confessioni ortodosse che dall’interno della sua stessa Chiesa.

È notizia di pochi giorni fa la lettera aperta, scritta in russo arcaico e firmata da oltre 350 sacerdoti ortodossi russi, che chiede “...la fine della guerra fratricida” ed “un immediato cessate il fuoco e un processo di riconciliazione”, lamentando “le immeritate sofferenze subite dai nostri fratelli e sorelle in Ucraina” oltre al “golfo che i nostri figli e nipoti dovranno colmare per ripristinare amicizia, rispetto ed amore gli uni per gli altri”. In proporzione ai circa trentacinquemila tra sacerdoti e diaconi che conta la Chiesa ortodossa russa il numero dei firmatari è basso ma essi costituiscono l’avanguardia di un moto crescente di disagio all’interno dell’ortodossia, finora granitica e disciplinata, specie di quella russa che in conseguenza dell’appoggio acritico che il suo patriarca Kirill sta dando all’alleato Putin comincia già a perdere qualche pezzo. La rilevante parrocchia russo-ortodossa di Amsterdam ha in questi giorni lasciato il Patriarcato di Mosca per aderire ad un diverso patriarcato della complicata galassia ortodossa, e per i prossimi giorni si attendono ulteriori defezioni e prese di distanza da Kirill e dalla sua Chiesa. Sono tutti russi ed ortodossi i quali si allontanano dal proprio patriarcato; sviluppo doloroso per una Chiesa nazionalista che cerca di rafforzarsi ed unificare i fedeli e che invece, grazie all’appoggio alla guerra, vede vanificarsi gli sforzi dell’ultimo decennio, cosa che sta sollevando più di un interrogativo all’interno della gerarchia ecclesiastica russa. Che il patriarcato di Mosca sia uno stretto alleato del Cremlino e dei servizi di sicurezza russi non è una novità; è sempre stato così, dai tempi sovietici in cui si diceva che nel corso dei plenum del servizio di sicurezza russo il posto alla destra di Yuri Andropov, allora capo del KGB, spettasse all’allora Patriarca Pitirim. E del resto la contiguità al potere temporale è una delle caratteristiche di buona parte delle chiese ortodosse autocefale, di fatto indipendenti, dell’ex Unione Sovietica.

La scissione da Mosca all’interno della Chiesa ortodossa ucraina, nell’ottobre 2018 dopo 300 anni di sottomissione che scatenò, secondo gli osservatori di cose ecclesiastiche, la più grande crisi all’interno del mondo ortodosso dell’ultimo millennio, venne presa per motivi politici e non religiosi ed era volta a spezzare il legame spirituale tra i due Paesi rafforzando l’indipendenza politica di Kiev da Mosca. La cosa non andò giù a Kirill, che perse il controllo dei luoghi più sacri all’ortodossia russa, che originò a Kiev. Kirill perse anche la guida di circa settemila parrocchie ucraine, che aderirono alla neo formata Chiesa Ortodossa Ucraina, la cui indipendenza venne riconosciuta dal Patriarca di Costantinopoli, guida spirituale dell’ortodossia cristiana e unica autorità riconosciuta in materia. Al Patriarcato di Mosca, che non ha mai accettato la scissione, rimasero dodicimila parrocchie ucraine, riunite nella Chiesa Ortodossa Ucraina — Patriarcato di Mosca, la quale ha peraltro anch’essa preso decisamente le distanze da Kirill, condannando apertamente la guerra e l’invasione (termini che il patriarca moscovita non utilizza). Sarebbe anche in atto una ulteriore riflessione circa il futuro del rapporto con il patriarcato moscovita, sviluppo non previsto né dal patriarca né da Putin; eventuali ulteriori allontanamenti o decisioni drastiche avrebbero una ampia risonanza nella popolazione russa gettando ombre ancora più lunghe sulla guerra contro il “popolo fratello”. Il malcontento religioso, nel più grande schema della tragedia che si sta dipanando sotto i nostri occhi, può sembrare un fattore minore. Non lo è. Il 75% circa della popolazione russa si professa ortodossa, credente e praticante e la fede è parte integrante della identità nazionale russa, che si afferma per differenza di valori e tradizioni anche religiosi rispetto all’occidente. Non è un caso che il Patriarca Kirill richiami la difesa contro l’imposizione dei valori occidentali — con un accento particolare sul “gay pride” visto come massima espressione del decadimento del costume cristiano — per giustificare sia l’azione militare del 2014 che la tragedia di questi giorni. La Chiesa ortodossa è un fattore rilevante nella vita dei russi, che gode di un prestigio molto alto ai loro occhi, come ben sa Putin il quale, fin dall’avvio della sua avventura politica ha investito pesantemente nel rapporto con il clero ortodosso e con lo stesso Patriarca, ricevendone in cambio un appoggio politico incondizionato che ha pesato e pesa. La guerra ucraina, con i suoi riflessi sulla unità e stabilità della Chiesa russa, del clero e dei fedeli, sta minando uno dei pilastri della visione putiniana del “Russkiy Mir” e rischia di introdurre una vistosa ed insidiosa crepa nell’edificio che egli stesso ha costruito, oltre ad avere ripercussioni negative dirette sulla vita stessa della Chiesa ortodossa russa.