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La sinistra anti Nato. Più Pilato che Marx

Le decine di case incendiate durante la notte a Severodonetsk, Rubizhne e Lysychans (ansa)

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Ha ragione Michele Serra, ne ha scritto ieri su Repubblica, quando dice che le ambiguità e i pilatismi sull’invasione russa dell’Ucraina sono soprattutto affare della destra italiana. È a destra che Putin ha conosciuto la sua vera fortuna critica nel nostro Paese, prima l’ammirazione e l’amicizia di Silvio Berlusconi, poi le lodi sfrenate di Matteo Salvini e gli omaggi identitari di Giorgia Meloni. Putin è stato in realtà un punto di riferimento o interlocutore privilegiato per molte figure della destra anche a livello europeo e non solo di quella più estrema. Qualcuno dei leader infatuati dello zar ha provato a imboscarsi o rimuovere, altri sono corsi a riposizionarsi, ma non può certo stupire che in quest’area restino forme di imbarazzato equilibrismo sulle responsabilità della guerra e, soprattutto, sulle soluzioni per uscirne.

Però, qui invece dissento da Serra, non penso che l’impro…

Ha ragione Michele Serra, ne ha scritto ieri su Repubblica, quando dice che le ambiguità e i pilatismi sull’invasione russa dell’Ucraina sono soprattutto affare della destra italiana. È a destra che Putin ha conosciuto la sua vera fortuna critica nel nostro Paese, prima l’ammirazione e l’amicizia di Silvio Berlusconi, poi le lodi sfrenate di Matteo Salvini e gli omaggi identitari di Giorgia Meloni. Putin è stato in realtà un punto di riferimento o interlocutore privilegiato per molte figure della destra anche a livello europeo e non solo di quella più estrema. Qualcuno dei leader infatuati dello zar ha provato a imboscarsi o rimuovere, altri sono corsi a riposizionarsi, ma non può certo stupire che in quest’area restino forme di imbarazzato equilibrismo sulle responsabilità della guerra e, soprattutto, sulle soluzioni per uscirne.

Però, qui invece dissento da Serra, non penso che l’improvvisa amnesia di una intera parte politica sia ragione sufficiente a declassare o archiviare il dibattito su quello che sta accadendo in un pezzo della sinistra, certo minoritario ma consistente e molto inquinante, impegnato dallo scoppio della guerra a sfilare alla destra il primato del giustificazionismo pro Putin. A scanso di equivoci, non parliamo di chi si è sforzato di inquadrare geopoliticamente la vicenda, sottolineando anche gli errori strategici commessi dalla Nato e dall’Occidente nella gestione del dossier ucraino, sebbene sia evidente che ad alcuni studiosi sfugge la differenza tra comprensione e giustificazione, come se dopo gli oggettivi errori commessi dalle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale che minarono le fragili basi democratiche della Germania di Weimar qualcuno potesse snocciolare quegli errori nel dibattito pubblico del 1939 per sostenere: “Hitler ha le sue ragioni”. Parliamo infatti dei molti che hanno imbracciato questi argomenti per farne la base di teorie neutraliste (il famigerato né-né) o peggio filo-Putin (come se non lo fosse anche il né-né), peraltro rimproverando a chi resta sull’evidenza dei fatti — un paese aggredito e martoriato, un vicino aggressore e imperialista — di rifiutare “la complessità del reale”.

Non c’è da sforzarsi per capire perché un sovranista europeo guardi con favore a Putin e al suo rivendicato sprezzo per le democrazie liberali. Non mi pare invece secondario interrogarsi su cosa spinga alcuni politici, professori universitari, giornali e giornalisti, militanti di base — spesso sedicenti campioni della vera democrazia, della sinistra-sinistra, della giustizia sociale — a sperticarsi in bizantini distinguo, in rovesci logici pur di inchiodare l’Occidente alle sue presunte colpe. Non si tratta infatti solo di residuali estremismi — quelli dei partitini comunisti del tutto irrilevanti politicamente ed elettoralmente. C’è invece una melma ideologica che invade tutto il campo progressista, che sta anche nel cosiddetto campo largo evocato dal Pd. Basta osservare cosa accade dentro il Movimento 5 Stelle, certi silenzi oltre che le uscite più incredibili (l’ultima è il deputato Grimaldi il quale chiede che, per par condicio, dopo Zelensky si colleghi con le Camere italiane anche Putin). Quante ne abbiamo sentite e lette: “Putin assediato”, “Russia umiliata”, “E allora la Nato a Belgrado?”. Deplorare gli interventi militari occidentali del passato non diventa, come sarebbe logico, un incentivo a condannare in primo luogo chi, ammesso e non concesso che il parallelo regga, sta facendo altrettanto o peggio. No, è l’occasione per puntare il dito su chi è al fianco degli ucraini, curioso antimperialismo a senso unico, che non vede l’imperialismo russo o comunque vi riconosce solo il nemico del mio nemico, dunque non un mio nemico. Salvo poi piagnucolare se viene messo di fronte al comprensibile disprezzo che queste idee suscitano in chi ama democrazia e libertà e denunciare il “clima di maccartismo” (a proposito, il maccartismo perseguitava i comunisti, mica i narcisisti e i bastian contrari).

C’è chi, in quel delirio giustizialista che resta alla base della mutazione antropologica di un pezzo di sinistra, ha fatto la visura delle proprietà immobiliari di Zelensky, in sostanza per veicolare il messaggio che il mondo si sta schierando al fianco di un corrotto, come se la solidarietà al popolo ucraino dovesse essere subordinata alla specchiatezza morale o penale della sua classe dirigente, gente che avrebbe controllato il casellario giudiziario della famiglia Frank prima di condannare il dottor Mengele.

Dietro l’invocazione della pace, si chiede la resa degli ucraini e si spaccia per guerrafondai chi li aiuta. Il primato va allo storico dell’arte Tomaso Montanari, il quale nel disperato e grottesco tentativo di spezzare qualsiasi similitudine tra la Resistenza italiana e quella ucraina, necessario a contrastare la decisione di fornire armi a Kiev, ha spiegato che la differenza è che i partigiani combattevano un esercito in fuga, aiutati dagli Alleati e quindi destinati a sicura vittoria, ottenendo in un colpo solo, a parte la malferma ricostruzione storica, di presentare come pazzi suicidi i resistenti ucraini e degradare una delle più eroiche pagine di storia nazionale a comoda salita sul carro dei vincitori.

Sarebbe troppo facile — e sarebbe comunque preferibile — pensare che dietro certe posizioni ci sia solo la riproposizione nostalgica di vecchie battaglie, il riflesso anti-Nato degli anni Settanta e Ottanta. Invece il motore ideologico è tutto incistato nei nostri tempi sciagurati. A dirlo in sintesi estrema, ma senza banalizzare, il concetto è: non si può stare con gli ucraini perché questo vuole il “mainstream”, i giornaloni, il sistema, il mondialismo. Alcuni termini, non a caso, di derivazione neofascista. Per questo anche tutti i No Vax sono subito diventati putiniani, il meccanismo piscologico e politico è il medesimo e prospera nel cortile di casa nostra, non negli accampamenti barbari. Nel suo ultimo discorso pubblico Putin si è rivolto ai popoli occidentali spiegando che la verità sulla guerra è negata loro dalle élite, dalla “casta”. Non fosse Putin, in Italia avrebbe già una sedia in un talk tv o un posto in Parlamento e, potete giurarci, senza dover ricorrere ai voti di Salvini e Meloni.