Marco Biagi, il dovere delle scuse
di Marco Bentivogli , di Marco Bentivogli"Ogni processo di modernizzazione avviene con travaglio, anche con tensioni sociali, insomma pagando anche prezzi alti alla conflittualità". Così Marco Biagi nell'editoriale pubblicato postumo due giorni dopo il suo omicidio, venti anni fa, sotto la sua casa, ad opera di un commando delle Br. Un tributo inaccettabile che non possiamo dimenticare.
Lo vediamo in questi mesi, ancora non abbiamo fatto i conti con quella che Biagi chiamava "modernizzazione", non solo del diritto, ma della cultura e dell'idea stessa del lavoro. Un prezzo troppo alto per Biagi e i riformisti italiani, per le loro famiglie e i loro allievi, ma anche un insegnamento alle nostre esistenze che sono piene solo se animate da valori e principi non sacrificabili sul piano delle "convenienze" e degli status quo.
Come ricorda sua moglie, Marina Orlandi, i pensieri dei giorni precedenti erano dedicati ai ragazzi, ai mutamenti del lavoro, a far sì che gli escl…
"Ogni processo di modernizzazione avviene con travaglio, anche con tensioni sociali, insomma pagando anche prezzi alti alla conflittualità". Così Marco Biagi nell'editoriale pubblicato postumo due giorni dopo il suo omicidio, venti anni fa, sotto la sua casa, ad opera di un commando delle Br. Un tributo inaccettabile che non possiamo dimenticare.
Lo vediamo in questi mesi, ancora non abbiamo fatto i conti con quella che Biagi chiamava "modernizzazione", non solo del diritto, ma della cultura e dell'idea stessa del lavoro. Un prezzo troppo alto per Biagi e i riformisti italiani, per le loro famiglie e i loro allievi, ma anche un insegnamento alle nostre esistenze che sono piene solo se animate da valori e principi non sacrificabili sul piano delle "convenienze" e degli status quo.
Come ricorda sua moglie, Marina Orlandi, i pensieri dei giorni precedenti erano dedicati ai ragazzi, ai mutamenti del lavoro, a far sì che gli esclusi dai contratti standard avessero diritti e la necessaria protezione sociale.
Il leader di una formazione politica ha, non molto tempo fa, definito "assassini politici" i fautori di una delle più recenti riforme del mercato del lavoro. Quanto sia grave la violenza politica è una lezione che il Paese non ha ancora imparato. L'odio non è eradicato ma, al di là di silenzi, ammiccamenti e parole gravi, le Br hanno perso. Ed è motivo di speranza quanto, ancora oggi, la vicenda umana e il contributo politico di Marco Biagi continuino a sfidare il Paese.
I nodi del lavoro in Italia sono tutti lì, forse ancora più stretti. Disoccupazione giovanile e di genere, 4 milioni di Neet (persone non al lavoro e fuori dai percorsi di formazione), periodo di transizione tra scuola e lavoro tra i più lunghi d'Europa (28 mesi), aumento delle dimissioni volontarie e skill mismatch. Scarsa attrattività, fuga di cervelli e imprese. Bassa produttività, orari elevati e bassi salari. Un sistema di protezione sociale che tutela in modo direttamente proporzionale alla forza del contratto di lavoro. Lo abbiamo visto: un milione di posti di lavoro persi post pandemia, nonostante blocco dei licenziamenti, ristori e cassa Covid. Tutto questo in un Paese in cui il 90% del dibattito sul lavoro è paradossalmente dedicato alla "liberazione" da esso attraverso le pensioni.
Il lavoro è il più impegnativo crocevia delle transizioni e dell'esistenza umana. Pensate a quanto la spinta delle nuove tecnologie "scongeli" spazio e tempo del lavoro e faccia emergere una dimensione che va oltre lo scambio prestazione-salario e sempre più verso un "progetto" che deve assicurare benessere alla persona. Biagi lo aveva capito prima degli altri. Come aveva ben compreso, del dovere di leggere i dati e monitorare i risultati. Proprio quanto ci è richiesto oggi per la valutazione del nostro Pnrr.
Come tutti i veri riformisti, Biagi era consapevole di essere solo, vittima dello stesso isolamento di cui parlava anni prima Federico Caffè, con lo stato d'animo di chi ha il coraggio di affrontare la realtà, ma è stigmatizzato da quanti, in nome dei "poveri", si accontentano di prospettare soluzioni vaghe, ma di impatto mediatico. Coloro che evocano gli ultimi, senza idee concrete per portarli fuori dal guado.
Proviamo a ripensare di quanta tenacia abbia avuto bisogno, consapevole di tessere una tela che altri prima delegittimavano e poi distruggevano. Spesso con l'accusa di puntellare un sistema in crisi e allontanare la trasformazione radicale del sistema. Le radici di quelle ostilità crescono negli ambienti chiusi, autoreferenziali. Ideologizzazione e conservatorismo, con il loro negazionismo (della realtà), hanno creato uno dei mercati del lavoro più diseguali dell'Occidente.
Biagi era, tuttavia, abituato alla incomprensione, prima di quella politica, arrivò quella del mondo accademico. Ancora oggi, il nostro Paese esita a riconoscere gli intellettuali e i riformisti indipendenti. Siamo passati dagli intellettuali organici ai partiti a quelli collegati al potente di turno.
Questo Paese deve ancora imparare a proteggere le persone libere e le loro idee. Dal conformismo dei veti sussurrati all'orecchio dall'establishment del chiacchiericcio e da qualsiasi violenza politica. Chi, ieri come oggi, ha adombrato una sua "connivenza con i padroni" o lo chiamava "padre del precariato" ha il dovere morale di riconoscere di aver sbagliato e chiedere finalmente scusa.