✕

Cosa vuol dire Resistenza

(ansa)

Ascolta l'audio

La difesa dell'Ucraina al di là dei paragoni
2 minuti di lettura

È possibile comparare la Resistenza europea al nazifascismo con quanto sta avvenendo in Ucraina? Con tutte le cautele e i distinguo del caso penso si possa rispondere in modo affermativo. Il prepotente ritorno delle armi, la forma distruttrice di un’aggressione violenta in una strategia di conquista di territorio sollecitano paragoni con altre pagine della storia europea. Il passato non offre lezioni, ma il suo lascito non si cancella, non scompare dentro le logiche della distruzione totale. Persino le parole possono divenire oggetto di una contesa, come “prove” da mostrare con tracotanza, pietre per la dialettica oggi e per una (speriamo) prossima ricostruzione domani. Il significato della resistenza ucraina va al di là della linea di demarcazione tra aggrediti e aggressore. I richiami al biennio della guerra civile italiana hanno assunto toni che sembrano riportare indietro gli orologi del confronto storiografico. Gli occhi della guerra in una propost…

È possibile comparare la Resistenza europea al nazifascismo con quanto sta avvenendo in Ucraina? Con tutte le cautele e i distinguo del caso penso si possa rispondere in modo affermativo. Il prepotente ritorno delle armi, la forma distruttrice di un’aggressione violenta in una strategia di conquista di territorio sollecitano paragoni con altre pagine della storia europea. Il passato non offre lezioni, ma il suo lascito non si cancella, non scompare dentro le logiche della distruzione totale. Persino le parole possono divenire oggetto di una contesa, come “prove” da mostrare con tracotanza, pietre per la dialettica oggi e per una (speriamo) prossima ricostruzione domani. Il significato della resistenza ucraina va al di là della linea di demarcazione tra aggrediti e aggressore. I richiami al biennio della guerra civile italiana hanno assunto toni che sembrano riportare indietro gli orologi del confronto storiografico. Gli occhi della guerra in una proposta incerta che negherebbe al coraggio degli ucraini ogni riferimento nobilitante alla stagione delle origini della nostra Repubblica. Strana parabola quella della Resistenza italiana: celebrata acriticamente, demolita e ridimensionata, colpevolizzata e proposta come termine di un presunto tradimento successivo. Il cammino della sua storicizzazione potrebbe tornare utile anche in queste ore, come antidoto alle facili semplificazioni. Provo a indicare tre piani sui quali gli studi degli ultimi decenni hanno consegnato pagine e interpretazioni ormai largamente condivisi.


Il primo riguarda la natura della Resistenza, il suo legame profondo e indissolubile con la seconda guerra mondiale: da qui i riferimenti a partigiani e alleati anche nella convergente e non sempre coordinata strategia bellica. Dal fondamentale libro di Claudio Pavone (Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, 1991) in avanti la stagione della resistenza è stata scomposta e interpretata a partire da tre aspetti qualificanti: la guerra patriottica, la guerra civile e la guerra di classe. Altro che distinzione invalicabile attorno a un presunto richiamo nazionale (non scevro da pulsioni nazionalistiche) che impedirebbe nello scontro in atto il riferimento terminologico alla Resistenza. Le tre guerre nel biennio cruciale 1943-45 sono combattute da uno stesso soggetto, multiforme e complesso attraversato da tensioni e contraddizioni che muovono individui e forze collettive. L’esito delle guerre in parallelo sul territorio della penisola tiene insieme prospettive e punti di vista: la sconfitta del nazifascismo, la costruzione della nazione, la spinta per un cambiamento sociale. In secondo luogo la Resistenza come scelta individuale, la messa in discussione della vita di prima per attraversare il confine delle certezze: resistere oggi per poter ricominciare domani, anche quando sembra difficile immaginare il futuro. La dimensione esistenziale della scelta come atto fondante di un percorso, condizionata da collocazione geografica, riferimenti biografici, ambienti familiari: i responsi del conflitto sono ipotesi da verificare, spesso le tempistiche non corrispondono alla diffusione delle “false notizie”, le priorità militari si muovono su altri scenari (preziosa in tal senso la recente ristampa delle memorie di Roberto Battaglia Un uomo, un partigiano, Mulino, 2004). La Resistenza non presuppone quindi un esercito in rotta né tantomeno un finale già scritto; faremmo un torto alle scelte di allora, alle difficoltà e alle incomprensioni di tanti: nella liberazione delle città, nell’attraversamento della linea Gustav, nei calcoli sui tempi di arrivo degli alleati nelle zone di crisi. Ma l’aspetto più innovativo e profondo del dibattito sulla Resistenza ha coinvolto il significato semantico del termine, la sua declinazione al plurale: resistenze come universo ampio di comportamenti che investono il vissuto di italiane e italiani. Una svolta che ha messo in primo piano la prospettiva delle vittime (sui rischi di una loro cancellazione ha scritto Luigi Manconi su queste pagine) allargando il perimetro dei potenziali resistenti, i partigiani della resistenza armata e consapevole a fianco di tanti altri: renitenti alla leva, militari internati dopo l’8 settembre 1943, circoli intellettuali che offrono ospitalità e aiuto, il nuovo protagonismo femminile delle staffette. Le resistenze civili radicate in comportamenti quotidiani: chi nasconde cittadini di religione ebraica o disertori, chi offre cibo e ristoro, chi apre porte, cantine e sacrestie a forme di solidarietà in tempo di guerra.


I paragoni sono rischiosi, spesso non reggono alla prova del tempo. Al di là delle valutazioni e le analisi sugli oltre trent’anni che ci separano dal 1989, sugli errori e le miopie della Nato e della comunità internazionale dopo il crollo del comunismo, dagli esiti della resistenza ucraina di queste ore dipende il futuro cammino dell’Europa.