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Afghanistan, il senso della scuola per tutti

Kabul, 23 marzo: in classe solo per poche ore (afp)

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L'istruzione è un diritto che deve essere garantito, indipendentemente da sesso, genere, classe sociale e geografia. E sul cui esercizio la comunità internazionale deve vigilare
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La scuola è la prima sorgente e il primo esercizio di civiltà e comunità. E per noi, anche di democrazia. Dunque, impedire l'accesso alle scuole significa, da parte di un governo, scegliere di limitare l'accesso alla civiltà e al senso di comunità - e per noi alla democrazia - a persone, gruppi, o generazioni. Io dell'Afghanistan conosco poco, tranne la geografia. E ciò che so dai romanzi di Atiq Rahimi (pubblicati in italiano da Einaudi e tradotti quasi tutti da Yasmina Melaouah).

E c'è una coincidenza perché è in libreria da pochi giorni, per i tipi di Feltrinelli, il libro postumo di Gino Strada, Una persona alla volta, dove l'Afghanistan, e l'esercizio del senso di comunità, sono centrali per la nascita di Emergency.

Così, quando leggo la notizia battuta dall'agenzia France Press (Afp) che ha filmato con le sue telecamere l'ingresso di una classe di ragazze al Liceo Zargh…

La scuola è la prima sorgente e il primo esercizio di civiltà e comunità. E per noi, anche di democrazia. Dunque, impedire l'accesso alle scuole significa, da parte di un governo, scegliere di limitare l'accesso alla civiltà e al senso di comunità - e per noi alla democrazia - a persone, gruppi, o generazioni. Io dell'Afghanistan conosco poco, tranne la geografia. E ciò che so dai romanzi di Atiq Rahimi (pubblicati in italiano da Einaudi e tradotti quasi tutti da Yasmina Melaouah).

E c'è una coincidenza perché è in libreria da pochi giorni, per i tipi di Feltrinelli, il libro postumo di Gino Strada, Una persona alla volta, dove l'Afghanistan, e l'esercizio del senso di comunità, sono centrali per la nascita di Emergency.

Così, quando leggo la notizia battuta dall'agenzia France Press (Afp) che ha filmato con le sue telecamere l'ingresso di una classe di ragazze al Liceo Zarghona di Kabul, e continuo a leggere che a quelle stesse ragazze è stato chiesto, da qualcuno del corpo insegnanti, di tornare ciascuna a casa propria, provo sconcerto.

La comunità internazionale, successivamente alla presa del potere in agosto da parte del governo talebano, ha posto al centro delle trattative per i negoziati sul riconoscimento del nuovo governo il diritto all'istruzione. Paesi e organizzazioni si sono offerti di sostenere economicamente gli insegnanti. Eppure, nonostante le scuole primarie siano state aperte da mesi dal nuovo governo, le ragazze delle superiori hanno potuto rientrare a scuola per poche ore solo il giorno 23 marzo.

I portavoce dei ministeri coinvolti e del governo hanno dato risposte vaghe, senza tuttavia negare l'accaduto. Risposte che, stando alla France Press, vanno da un "non mandiamo le persone a scuola per compiacere la comunità internazionale" a "vogliamo assicurarci che le ragazze dai 12 ai 19 anni siano ben separate dai ragazzi e siano educate secondo la legge islamica".

I diritti o esistono per tutti, o non esistono. Se non esistono per tutti si rivelano privilegi di natura culturale, sociale, economica. I diritti o esistono per tutti, o non esistono. Il diritto alla cura, di cui parla Strada nel suo memoir e che ha praticato da chirurgo e costruendo ospedali, è un diritto che va esteso anche all'istruzione. La cultura non è un diritto: è una scelta. Ma l'istruzione è un diritto che deve essere garantito a tutti gli esseri umani indipendentemente da sesso, genere, classe sociale, geografia. E sul cui esercizio la comunità internazionale, per quanto concentrata su altri conflitti, dovrebbe vigilare. Diritto all'istruzione e pace mi sono sempre sembrati quasi sinonimi.

Per un anno, alla fine degli anni Dieci del 2000, ho lavorato nel programma "Radio 3 Mondo", la rassegna stampa estera che precede Prima Pagina e segue Radio 3 Scienza nel palinsesto di Radio Tre. È stato un grande esercizio e una grande avventura. Uno dei conduttori, Emanuele Giordana, è stato a lungo in Afghanistan e, sull'Afghanistan, ha scritto libri e articoli e curato saggi sulla guerra (che va avanti dal 1979).

Una mattina di vento, fuori dalla radio, forse erano le sei, forse ancora prima, cercavo di accendermi una sigaretta e non riuscivo. Giordana, davanti a me, aveva una scatola di fiammiferi. Con un rapido movimento della mano - mentre ancora pensavo "non ce la farà mai con questo vento" - è riuscito ad accendere la sua sigaretta e a proteggere il fuoco del fiammifero fino ad accendere la mia. Come hai fatto?, ho chiesto ammirata. Mi ha sorriso Sono stato molti anni in Afghanistan. Così che io, da lì, l'Afghanistan me lo immagino un posto ventoso.

Quando ho letto delle scuole chiuse alle ragazze, ho sperato che quel vento si limiti a spegnere fiammiferi e accendini per chi come me non è abbastanza abile, ma non sia un vento che spegne le possibilità di esercitarsi al senso della civiltà e della comunità. Il senso della scuola.