Dopo un mese di guerra in Ucraina l'Occidente celebra con tre vertici simultanei a Bruxelles la propria unità nel sostenere Kiev, politicamente e militarmente. Mentre le truppe di invasione russe si dissanguano assediando città che non riescono a conquistare, il G7, la Nato e la Ue confermano che l'alleanza delle democrazie ha raccolto la sfida lanciata da Putin alla loro stessa esistenza senza dare segni di cedimento. Le sanzioni che stanno mettendo in ginocchio la Russia sono confermate e, se sarà necessario, verranno ulteriormente indurite. L'oro delle riserve della Banca centrale russa sarà congelato. Le forniture di armi all'Ucraina aumentano e si allargano a droni e missili anti-nave. La diffida a Mosca perché eviti ogni ricorso ad armi chimiche o batteriologiche fissa una nuova linea rossa con cui la Nato previene le possibili tentazioni di un Putin sempre più in difficoltà.
Ma ieri a Bruxelles, attorno ai t…
Dopo un mese di guerra in Ucraina l'Occidente celebra con tre vertici simultanei a Bruxelles la propria unità nel sostenere Kiev, politicamente e militarmente. Mentre le truppe di invasione russe si dissanguano assediando città che non riescono a conquistare, il G7, la Nato e la Ue confermano che l'alleanza delle democrazie ha raccolto la sfida lanciata da Putin alla loro stessa esistenza senza dare segni di cedimento. Le sanzioni che stanno mettendo in ginocchio la Russia sono confermate e, se sarà necessario, verranno ulteriormente indurite. L'oro delle riserve della Banca centrale russa sarà congelato. Le forniture di armi all'Ucraina aumentano e si allargano a droni e missili anti-nave. La diffida a Mosca perché eviti ogni ricorso ad armi chimiche o batteriologiche fissa una nuova linea rossa con cui la Nato previene le possibili tentazioni di un Putin sempre più in difficoltà.
Ma ieri a Bruxelles, attorno ai tre tavoli su cui oltre trenta capi di Stato e di governo hanno cementato la loro alleanza di civiltà, si aggiravano non pochi fantasmi. Dopo trenta giorni di combattimenti, migliaia di morti, decine di città bombardate e distrutte e almeno dieci milioni di profughi, c'è ancora un pezzo di mondo che rifiuta di schierarsi. Dall'India al Sudafrica, dal Pakistan alla Cina troppi Ponzi Pilati restano alla finestra rifiutandosi di constatare la violazione delle più elementari norme del diritto internazionale e di qualsiasi principio umanitario da parte del regime putiniano. Una nuova risoluzione dell'Onu che condanna la Russia è stata approvata ieri con una schiacciante maggioranza di 140 voti favorevoli e solo 5 contrari. Ma 38 astensioni sono ancora troppe, soprattutto se i governi astenuti rappresentano poco meno della metà della popolazione mondiale. Il timore, espresso da numerosi leader sia al tavolo del G7 sia a quello della Nato, è che questa zona grigia che rifiuta di scegliere il proprio campo possa di fatto offrire a Mosca qualche scappatoia per eludere, o quanto meno affievolire l'effetto delle sanzioni occidentali.
Naturalmente il grande enigma su cui ieri si è concentrata l'attenzione di tutti è la Cina. All'inizio dell'invasione l'attendismo cinese era stato interpretato da molti come un segno di fiducia nella operazione-lampo militare promessa da Putin a Xi Jinping. Ora però, dopo un mese di massacri, il silenzio di Pechino rischia di diventare connivenza e di mettere in discussione quel che resta del processo di globalizzazione già seriamente compromesso dall'aggressione russa. "Esortiamo tutti gli Stati, inclusa la Repubblica popolare cinese, a rispettare l'ordine internazionale, compresi i principi di sovranità e integrità territoriale sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, ad astenersi dal sostenere in alcun modo lo sforzo bellico russo e ad evitare qualsiasi azione che aiuterebbe la Russia a eludere le sanzioni", è scritto nel comunicato finale del vertice Nato.
Secondo molti dei capi di governo che hanno parlato ieri, le chiavi per porre fine al conflitto si trovano a Pechino. "La Cina è il Paese più importante e può essere cruciale nel processo di pace. I cinesi hanno una forte leva e stiamo tutti aspettando che la usino", ha spiegato ieri Mario Draghi al termine della riunione con gli alleati. Sulla stessa lunghezza d'onda Macron: "La Cina ha un grande potere, che non può che essere un potere di mediazione e moderazione per convincere la Russia a fermare questa guerra. Xi Jinping condivide le nostre preoccupazioni e non approva la guerra in Ucraina", ha dichiarato il presidente francese.
Da parte europea, insomma, c'è ancora la speranza che l'intesa russo-cinese, cementata alle Olimpiadi invernali di Pechino, possa essere spezzata in nome dell'interesse che la Cina ha a non compromettere il processo di globalizzazione. Proprio ieri, infatti, l'Institute of International Finance con sede a Washington ha rivelato che, da quando è iniziata l'invasione della Crimea, è cominciata una fuga di capitali dalla Cina. I flussi in uscita "sono senza precedenti per dimensione e intensità, soprattutto perché non stiamo assistendo a simili deflussi dal resto dei Paesi emergenti", spiega il capo economista dell'Iif. L'idea di un mondo che torna a dividersi per faglie ideologiche lungo il crinale della democrazia e dei diritti fa evidentemente paura alla grande finanza internazionale, che finora aveva investito in Cina senza preoccupazioni per il futuro. Il comunicato della Nato approvato ieri non è ancora una minaccia, ma un avvertimento che quel futuro di prosperità e globalizzazione non può più essere dato per scontato, neppure a Pechino.