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Un piano Marshall per Mosca

Da sinistra: Il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, i primi ministri Fumio Kishida (Giappone), Justin Trudeau (Canada), il presidente Usa Joe Biden, il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il primo ministro inglese Boris Johnson, il presidente francese Emmanuel Macron, il presidente del Consiglio Mario Draghi and il presidente del Consiglio europeo Charles Michel 

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Cosa servirà quando l'invasione dell'Ucraina sarà terminata
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Lavoriamo d’anticipo. Lavoriamo con molto anticipo perché questa guerra può durare ancora e prendere brutte pieghe, ancora più sinistre. Prepariamoci subito, però, fin da adesso, per il giorno in cui le armi taceranno, perché due precedenti ci obbligano a farlo.

Il primo è quello del Trattato di Versailles, quel madornale errore storico che indusse i vincitori della Prima guerra mondiale a imporre tali e tante condizioni di pace ai vinti che non vi fu pace e il mondo ne paga ancora adesso le conseguenze. Non fu soltanto l’onere dei risarcimenti imposti alla Germania ad aver contribuito in buona parte alla nascita del nazional-socialismo e quindi allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Ci furono anche uno smantellamento selvaggio e vere e proprie amputazioni fatte subire all’epoca all’impero ottomano e a quello austro-ungarico, che nei loro ex territori si stanno pagando ancora oggi con le sommosse o le nostal…

Lavoriamo d’anticipo. Lavoriamo con molto anticipo perché questa guerra può durare ancora e prendere brutte pieghe, ancora più sinistre. Prepariamoci subito, però, fin da adesso, per il giorno in cui le armi taceranno, perché due precedenti ci obbligano a farlo.

Il primo è quello del Trattato di Versailles, quel madornale errore storico che indusse i vincitori della Prima guerra mondiale a imporre tali e tante condizioni di pace ai vinti che non vi fu pace e il mondo ne paga ancora adesso le conseguenze. Non fu soltanto l’onere dei risarcimenti imposti alla Germania ad aver contribuito in buona parte alla nascita del nazional-socialismo e quindi allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Ci furono anche uno smantellamento selvaggio e vere e proprie amputazioni fatte subire all’epoca all’impero ottomano e a quello austro-ungarico, che nei loro ex territori si stanno pagando ancora oggi con le sommosse o le nostalgie.

 

In pratica, il mondo sarebbe stato decisamente più stabile se i vincitori fossero riusciti a trovare a Versailles l’intelligenza che li condusse, dopo la sconfitta di Hitler, a radicare i Paesi dell’Asse nella democrazia, invece che a vendicarsi di essi. Quando Putin avrà definitivamente perso la partita, arrivato quel giorno, quando non avrà più l’ascendente che ha oggi, sarà indispensabile ricordarsi dei vantaggi della mano tesa e delle deleterie conseguenze della vendetta. Ma c’è dell’altro.

 

Il secondo errore da non ripetere è quello commesso dai Paesi dell’Alleanza Atlantica dopo aver appreso, nel dicembre 1991, che Ucraina, Russia e Bielorussia seppellivano l’Unione Sovietica e prendevano le distanze da essa. I Paesi dell’Alleanza credettero di aver vinto la Guerra fredda, ma vinsero soltanto per abbandono dell’avversario, e non ne uscirono padroni del gioco al punto da doversi considerare in diritto di dettare le regole e disegnare il panorama politico una volta cessato il fuoco.

 

Tutto era da fare. I conflitti territoriali congelati dall’URSS e la Guerra fredda sarebbero risorti dal passato. La Russia sarebbe stata tentata di rinfocolarli per riaffermare la sua influenza regionale. Non furono soltanto i Paesi Baltici a venire a bussare alla porta dell’Alleanza Atlantica: presto sarebbero arrivate anche Ucraina e Georgia. Se lasciate irrisolte, queste questioni in pochi anni avrebbero condotto a nuove tensioni tra i belligeranti del passato, ma nessuno si è preso la briga di impedirlo, invece che uscirne.

 

“La famiglia”, come la chiamavano, quella di Eltsin, non pensava ad altro che ad arricchirsi, privatizzando le risorse più preziose della defunta Unione Sovietica. Convertiti dal canto loro al thatcherismo, gli Occidentali non credettero ai loro occhi vedendo la Mecca del Comunismo abbracciare un capitalismo che aveva una regola sola: quella del più forte.

 

Da tutte le parti ci fu una tale euforia, un tale accecamento, che è in questa incompetenza condivisa – e non nell’allargamento della Nato – che l’umiliazione russa degli anni 1990 e la guerra in Ucraina affondano le loro radici. Gli Occidentali non sono colpevoli, o per lo meno non lo sono più dei russi che preferirono a tal punto Eltsin a Gorbaciov. Ma, il giorno stesso in cui questa guerra finirà, dovremo essere pronti a gettare le basi del mondo che verrà dopo.

 

Se non ci preparassimo a questi negoziati con la Russia di domani sarebbe tanto più imperdonabile perché, così facendo, ci metteremmo nella condizione di non poter far altro che ripetere gli errori del 1920 o del 1991, proprio quando in verità non dovremmo fare altro che aggiornare quello che è stato fatto cinquant’anni fa con gli Accordi di Helsinki.

 

Le frontiere dei Paesi europei devono tornare a essere intoccabili e devono poter essere modificate soltanto previ accordi tra le parti interessate. La sorte dei territori contesi o annessi deve essere decisa nel corso di negoziati e con referendum. L’instaurazione di provvedimenti fiduciari dovrà dare una risposta alle preoccupazioni dei diversi Paesi in relazione alla sicurezza. Nessuno di essi dovrà vedersi vietare l’adesione a un’alleanza militare, ma ciascuno di essi dovrà dare ai Paesi suoi vicini tutte le garanzie possibili di non aggressione e non ingerenza, indispensabili per la loro sicurezza.

 

I Paesi europei saranno obbligati a rilanciare il processo di riduzione degli armamenti e, garantita così la stabilità, i negoziatori potranno passare ad esaminare la questione della prosperità, garantendo la trasparenza e la sicurezza degli investimenti. Tutti i Paesi del continente dovranno infine impegnarsi formalmente a rispettare la legalità e le libertà fondamentali sotto l’autorità di ultima istanza di un Consiglio d’Europa dai poteri realmente vincolanti.

 

Ciò che è stato fatto all’inizio degli anni Settanta può e deve essere ripetuto, ma molto meglio, agli inizi degli anni Venti del nostro secolo. È solo questione di tempo e di volontà politica ma, con l’aiuto degli Stati Uniti e dei Paesi del G-7, l’Unione europea dovrebbe spingersi ancora oltre.

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Pur continuando ad aiutare l’Ucraina ancora di più a respingere l’aggressione di Putin e a intavolare con essa negoziati per l’adesione, l’Unione dovrebbe pensare fin d’ora al dopoguerra. Senza indugi, dovrebbe delineare e proporre un piano di rilancio dell’economia russa, un Piano Marshall di nuovo tipo, finanziato dalle materie prime e sviluppato al ritmo del progresso dei negoziati politici perché, con la Russia non dobbiamo firmare soltanto una pace.

 

Dobbiamo fare di essa un partner al quale ribadire, passo dopo passo, che il continente europeo è un polo di ricchezza e di armonia, che potrebbe irradiare a tutto il Mediterraneo.

 

Non soltanto non vi è nulla di utopistico in questo. Non soltanto le regioni a nord, sud, est del mare nostrum vi troverebbero un equilibrio comune, ma oltretutto l’Unione potrà influire sull’andamento del suo vicino russo spalancando prospettive, inedite e tangibili, alle sue nuove classi medie urbane e a quella grande parte delle forze dirigenti che non vedono più un avvenire nel modello nord-coreano né in un testa a testa con la Cina.

 

Ai russi l’Unione deve proporre un avvenire condiviso e delinearlo a partire da oggi stesso per spalancare loro un orizzonte diverso dalla lunga discesa agli inferi lungo la quale la sconfitta di Putin ormai li trascinerà.

Traduzione di Anna Bissanti