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L'identità irrisolta dei Cinquestelle

(ansa)

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Lo scontro con Draghi sulle spese militari e il futuro del governo
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Forse era inevitabile che le polemiche sulla guerra in Ucraina, tenute sotto il tappeto durante le settimane più atroci dell'avanzata russa, uscissero fuori proprio ora ai primi, timidi, segnali di una schiarita diplomatica. Quello che è accaduto ieri, con il "franco" faccia a faccia tra Draghi e Conte e la salita del premier al Quirinale, è dunque la naturale conseguenza di un problema mai affrontato fino in fondo che ora si ripropone nella sua drammatica attualità: il tema dell'identità irrisolta del Movimento Cinque Stelle. È questo il vero elefante nella stanza che nessuno vuole nominare. La vicenda dell'aumento dei fondi per la Difesa è paradigmatica di questa natura doppia del movimento guidato da Conte, che sembra incapace di traghettare il M55 fuori dal recinto del vecchio poujadismo delle origini.
Gli argomenti per un possibile compromesso sul merito erano tutti sul tavolo, ma scientemente la leadership 5 …

Forse era inevitabile che le polemiche sulla guerra in Ucraina, tenute sotto il tappeto durante le settimane più atroci dell'avanzata russa, uscissero fuori proprio ora ai primi, timidi, segnali di una schiarita diplomatica. Quello che è accaduto ieri, con il "franco" faccia a faccia tra Draghi e Conte e la salita del premier al Quirinale, è dunque la naturale conseguenza di un problema mai affrontato fino in fondo che ora si ripropone nella sua drammatica attualità: il tema dell'identità irrisolta del Movimento Cinque Stelle. È questo il vero elefante nella stanza che nessuno vuole nominare. La vicenda dell'aumento dei fondi per la Difesa è paradigmatica di questa natura doppia del movimento guidato da Conte, che sembra incapace di traghettare il M55 fuori dal recinto del vecchio poujadismo delle origini.
Gli argomenti per un possibile compromesso sul merito erano tutti sul tavolo, ma scientemente la leadership 5 Stelle ha deciso di non approfittarne per inseguire un feticcio ideologico e puntare a scassare la maggioranza.


Occorre tuttavia mettere in ordine qualche fatto. L'impegno a portare gradualmente le spese militari al 2 per cento del Pil non è una risposta occidentale all'invasione dell'Ucraina. Nasce almeno tre lustri fa e nel 2019, guidando l'alleanza giallo-rossa, fu l'allora premier Conte, al summit Nato di Londra, a mettere la sua firma in calce alla dichiarazione finale che impegnava l'Italia ad aumentare le spese militari al 2% del Pil. "We must and will do more", dobbiamo fare e faremo di più, scriveva Conte. I massimi senatori 5S, da Taverna a Crimi, mettono oggi per iscritto che bisogna opporsi a questa "scelta scellerata", dimenticando che fu la stessa compiuta dal Conte II. Con una sottile differenza. Il governo Conte aveva aumentato la spesa militare più di quanto ha fatto il governo Draghi. Un calcolo che una manina di palazzo Chigi si è ieri premurata di mettere nero su bianco. I governi dell'avvocato fecero lievitare le spese militari del 17 per cento, con il governo Draghi questa voce del bilancio registra un aumento del 5,6%. È l'esempio di quello che George Orwell in 1984 definiva il bipensiero, il doublethink, tipico dei movimenti populisti. La verità non conta, si può sostenere l'esatto contrario di quello che si è predicato fino a poco tempo prima, certi che nessuno verrà mai a chiederne il conto.


Ma la politica estera e quella di difesa, il sistema di alleanze di cui l'Italia fa parte, non tollerano un tale livello di ambiguità. Se passasse la linea 5 Stelle del no all'aumento degli investimenti sulla Difesa, l'Italia sarebbe l'unico Paese Nato a disattendere clamorosamente a questo impegno, per di più in un momento di acceso confronto con il dittatore russo. La notizia che l'Italia rompe il fronte delle democrazie occidentali verrebbe festeggiata a Mosca con le fanfare, trascinando a picco la credibilità del Paese già compromessa dal putinismo di Salvini e Berlusconi, dalla lunga campagna gialloverde contro le sanzioni e da scriteriate operazioni di propaganda come la missione "anti-virus" dei militari russi in Lombardia.
C'è infine un problema bello grande che riguarda il Pd. Perché un conto è distinguersi sul superbonus, altra è strappare sulle strategie internazionali del Paese. Su quali basi si possa reggere un'alleanza senza un minimo di condivisione di temi così importanti resta un mistero. Il rischio per Enrico Letta è quello di pensare di essersi alleato con Di Maio e D'Incà e ritrovarsi poi sul palco con il "Che" Di Battista e la No Vax Raggi.


Il problema si ripresenterà tra pochi giorni, in maniera bruciante, quando il governo presenterà il Def. In quel documento ci sarà scritto infatti che la spesa per la Difesa aumenterà gradualmente. A quel punto il M5S voterà contro? Sarà quello il momento della verità per Conte. Ma anche per Draghi, che in caso di un no contiano sarebbe costretto a scendere dalla guida di un autobus impazzito.