Gas, armi e geopolitica: il futuro che l'Italia e le democrazie devono scegliere
di Carlo Galli , di Carlo GalliIl dibattito sulla spesa militare cade in un momento speciale della politica interna e internazionale: le crisi, le emergenze, e soprattutto una guerra come quella in Ucraina, una classica guerra per la conquista dello spazio, stanno facendo riemergere i "fondamentali" della politica. Che non erano mai scomparsi, ma - tanto nella pubblica opinione quanto, almeno in parte, nel ceto politico - erano stati messi sottotraccia da altre preoccupazioni, da altre sfide, essenzialmente economiche, che oggi vengono ricodificate in un quadro concettuale strategico.
Ricompare la "grande politica", la lotta per l'ordine mondiale. È un dato di realtà, a cui nemmeno una pacifica democrazia come la nostra si può sottrarre. Quel dibattito esige pertanto ragionamenti argomentati, che entrino nel merito con un calcolo dei costi e dei benefici, tanto economici quanto politici - a una media potenza come l'Italia, membro di un'alleanza come la Nat…
Il dibattito sulla spesa militare cade in un momento speciale della politica interna e internazionale: le crisi, le emergenze, e soprattutto una guerra come quella in Ucraina, una classica guerra per la conquista dello spazio, stanno facendo riemergere i "fondamentali" della politica. Che non erano mai scomparsi, ma - tanto nella pubblica opinione quanto, almeno in parte, nel ceto politico - erano stati messi sottotraccia da altre preoccupazioni, da altre sfide, essenzialmente economiche, che oggi vengono ricodificate in un quadro concettuale strategico.
Ricompare la "grande politica", la lotta per l'ordine mondiale. È un dato di realtà, a cui nemmeno una pacifica democrazia come la nostra si può sottrarre. Quel dibattito esige pertanto ragionamenti argomentati, che entrino nel merito con un calcolo dei costi e dei benefici, tanto economici quanto politici - a una media potenza come l'Italia, membro di un'alleanza come la Nato, quale posizione conviene assumere se vuole avere qualche peso sulla scena internazionale? Ovvero: quali diritti e quali doveri pensa di far valere e di onorare? - .
L'irruzione nella politica di concetti come sovranità, minaccia, difesa, sicurezza, conflitto, strategia, geopolitica, va riconosciuta e pensata, ma non necessariamente temuta come qualcosa che sia di per sé antidemocratica, fatale per le libertà civili, per la nostra indipendenza intellettuale e morale.
È innegabile che una politica dominata da questi problemi rafforzi il ruolo degli esecutivi; ma da ciò non consegue l'obliterazione del Parlamento, se questo ha le competenze per farsi valere, la forza di non essere passivo. Nelle democrazie anglosassoni - spesso impegnate in guerre e in imprese militari - i legislativi non sono certo stati ridotti a casse di risonanza dei governi, a cui anzi hanno conteso iniziative e informazioni, di cui hanno discusso scelte e orientamenti. Anche le nostre Camere possono fare altrettanto, se davvero vogliono.
Come non è scontato che lo scenario internazionale di pericolo e di minaccia trasformi il nostro Paese in una caserma dove è vietato esprimere opinioni diverse da quelle dei "superiori", o al contrario nel campo di battaglia di una guerra civile intellettuale, condotta a colpi di delegittimazioni reciproche fra contendenti esasperati. Di solito il tono della voce troppo alto nasconde contenuti troppo bassi, mentre è interesse della democrazia una dialettica risoluta ma non manichea, che tenga aperto lo spazio del ragionamento ed eviti le superficiali prese di posizione preconcette.
È vitale eliminare stereotipi e pregiudizi, cattivi sostituti del pensiero: chi ragiona di sovranità non è un sovranista (forse che la sovranità dell'Ucraina non è la posta in gioco di questa guerra?), come chi mette un sistema d'allarme in casa propria non è un sociopatico. Chi si preoccupa della dipendenza energetica del proprio Paese non è un emulo dell'autarchia mussoliniana ma un cittadino (e, sperabilmente, un politico) normalmente prudente. Chi riflette sugli interessi strategici permanenti del Paese, per metterli in sicurezza, non sta contraddicendo le regole della convivenza fra le nazioni, non minaccia necessariamente la pace; "sicurezza" è un concetto non singolare ma intrinsecamente plurale, non esclusivo ma collettivo: è un disegno di ordine equilibrato e regolato fra le potenze, non l'esercizio di una prepotenza, ma anche un disegno di pace richiede energia e determinazione.
Insomma, introdurre nel dibattito pubblico i temi della difesa, e delle spese relative, non è un gesto estremista né occasionale - forse risultano tali le richieste di chi invoca guerre giuste e cambi di regime - ma è un sobrio levare lo sguardo all'altezza dei tempi. Per abitare la nuova età del ferro che bussa alle porte dell'Europa non è necessaria una democrazia armata, che comprima le nostre preziose libertà; è però richiesta una politica non distratta ma responsabile, che non faccia torto alla democrazia col dissociarla dalla serietà.