Le garanzie che mancano
di Paolo Garimberti , di Paolo GarimbertiIn una giornata piena di segnali contraddittori da parte di Mosca, sia sul piano diplomatico che su quello militare, la telefonata di Draghi a Putin è arrivata al momento giusto: per fare chiarezza sulle condizioni che gli alleati occidentali pongono perché una trattativa di pace abbia un andamento meno ondivago di quello che c’è stato finora, prima ai confini con la Bielorussia e poi a Istanbul. Poiché l’Italia è tra i possibili garanti di un accordo, ed è ben accetta da entrambi i contendenti (come confermato in mattinata da Zelensky e ribadito in serata da Putin), la telefonata non è stata rituale. Come prova la durata di un’ora. D’altra parte, Draghi non fa tanti giri di parole, lo ha mostrato nelle critiche allo show dell’ambasciatore russo a Roma. E anche con Putin, a quanto si è appreso dalle fonti di Palazzo Chigi, è andato dritto al punto. «La chiamo per parlare di pace», …
In una giornata piena di segnali contraddittori da parte di Mosca, sia sul piano diplomatico che su quello militare, la telefonata di Draghi a Putin è arrivata al momento giusto: per fare chiarezza sulle condizioni che gli alleati occidentali pongono perché una trattativa di pace abbia un andamento meno ondivago di quello che c’è stato finora, prima ai confini con la Bielorussia e poi a Istanbul. Poiché l’Italia è tra i possibili garanti di un accordo, ed è ben accetta da entrambi i contendenti (come confermato in mattinata da Zelensky e ribadito in serata da Putin), la telefonata non è stata rituale. Come prova la durata di un’ora. D’altra parte, Draghi non fa tanti giri di parole, lo ha mostrato nelle critiche allo show dell’ambasciatore russo a Roma. E anche con Putin, a quanto si è appreso dalle fonti di Palazzo Chigi, è andato dritto al punto. «La chiamo per parlare di pace», ha esordito. Ma per parlare seriamente di pace occorre una de-escalation militare che non sia soltanto di promesse verbali, ma di fatti verificabili.
Un monito necessario visto che nel trentacinquesimo giorno di guerra i russi non hanno fatto nulla di quanto avevano promesso nel trentaquattresimo, dopo il primo round di negoziati in campo neutro a Istanbul con tanto di presenza del sempre più misterioso convitato di pietra, l’oligarca Roman Abramovich. Nessun allentamento della pressione militare sulla capitale Kiev e su Chernihiv, come annunciato da Mosca. Nessun riduzione del cannoneggiamento di Mariupol, dove sono stati colpiti anche il palazzo della Croce Rossa e quello dell’Unione Europea.
Non sappiamo se la promessa, arrivata ieri sera dalla Russia, di un cessate il fuoco, sia pure temporaneo, dalle 10 di stamane a Mariupol sia il frutto della telefonata di Draghi. Ce lo auguriamo. Vorrebbe dire che il presidente russo sa ascoltare. Anche se finora ha dato prova del contrario. Può darsi che Putin sia male informato dai suoi consiglieri, timorosi di dirgli la verità, come sostengono alcune fonti di intelligence. Oppure che a Mosca ci siano “colombe”, che vogliono negoziare, e “falchi”, che vogliono guerreggiare (e che sarebbero i mandanti del romanzesco avvelenamento di Abramovich).
Sia come sia, Putin deve capire, e Draghi ha fatto bene a dirglielo chiaramente, che per «parlare di pace» bisogna smettere di sparare, con un cessate il fuoco immediato e verificato. E altrettanta chiarezza occorre sul piano diplomatico, dove, sempre ieri, la Russia ha fatto il gioco delle tre carte. Il portavoce del Cremlino Peskov ha detto in mattinata che da Istanbul non è arrivata alcuna “novità promettente”. Nel pomeriggio il ministro degli Esteri Lavrov ha parlato di “progressi” importanti, ipotizzando addirittura un possibile accordo su Crimea e Donbass (mentre da parte ucraina è stato ribadito che se ne potrà parlare soltanto dopo il ripristino dell’integrità territoriale dell’Ucraina).
Lo stesso Putin, nel colloquio con Draghi, avrebbe mostrato soddisfazione per gli impegni di neutralità che sono venuti da Kiev. Ma il presidente del Consiglio avrà a sua volta spiegato al presidente russo che l’Italia e gli altri Paesi individuati come possibili “garanti” devono anche essere in grado di sapere quali impegni possono ricevere dalla Russia in cambio della neutralità ucraina. Che se non può essere protetta con un modulo simile all’articolo 5 della Nato (intervento automatico in caso di attacco a un membro dell’Alleanza), deve avere almeno una qualche formula di garanzia a protezione della sua indipendenza, oltre che comunque un suo esercito (come l’Austria o la Finlandia, esempi molto citati di neutralità armata).
Nell’ora di telefonata c’è stato anche spazio per la questione del pagamento del gas in rubli, come richiesto minacciosamente dalla Russia. Ma è stato un tema secondario. Non solo perché (come ha ribadito anche il cancelliere tedesco Scholz in un’altra telefonata a Putin) le due parti - Ue e Mosca - restano ferme sulle rispettive posizioni. Ma soprattutto perché, dopo una direttiva del Cremlino agli esportatori di gas di convertire immediatamente in rubli l’80 per cento degli incassi, il rublo, che aveva perso oltre il 40 per cento, ha recuperato su euro e dollaro. Quindi, per il momento, lo standby fa comodo a tutti e difficilmente la Russia ripeterà l’errore del 2006 e del 2009 di sospendere le forniture, che fu considerato “imbarazzante” dagli stessi economisti russi.