✕

Convivere con un'ombra sulle spalle ai Mondiali del Qatar

Ascolta l'audio

2 minuti di lettura

Il sorteggio è andato molto bene. Abbiamo un cammino abbastanza delineato fino alla semifinale: certo, nel girone dovremo guardarci da Lewandowski e dal Messico, ma a Spagna e Germania è andata assai peggio, visto che si affrontano tra loro. Poi possiamo ipotizzare la Danimarca negli ottavi e l’Olanda nei quarti, impegnative ma non impossibili. Di lì in poi solo grossi calibri, okay, ma non è che in una semifinale mondiale puoi pretendere la Macedonia. Ehm, esempio sbagliato…


Come dite? Di chi stiamo parlando? Ma di noi argentini, che domande. Se è vero che in fisica ogni vuoto è destinato a essere riempito, la voragine affettiva che si è aperta qualche sera fa a Palermo ci (ri)chiama a una scel…

Il sorteggio è andato molto bene. Abbiamo un cammino abbastanza delineato fino alla semifinale: certo, nel girone dovremo guardarci da Lewandowski e dal Messico, ma a Spagna e Germania è andata assai peggio, visto che si affrontano tra loro. Poi possiamo ipotizzare la Danimarca negli ottavi e l’Olanda nei quarti, impegnative ma non impossibili. Di lì in poi solo grossi calibri, okay, ma non è che in una semifinale mondiale puoi pretendere la Macedonia. Ehm, esempio sbagliato…


Come dite? Di chi stiamo parlando? Ma di noi argentini, che domande. Se è vero che in fisica ogni vuoto è destinato a essere riempito, la voragine affettiva che si è aperta qualche sera fa a Palermo ci (ri)chiama a una scelta forte e responsabile sulla nazionale da adottare ai Mondiali. Sono decisioni che un tempo non avremmo mai pensato di dover prendere, perché a parte l’Umberto Bossi del periodo secessionista nessuno s’era mai preoccupato di cercare un’alternativa all’Italia con gli azzurri presenti. Ora che purtroppo sta diventando un’abitudine, il giochino del “dimmi per chi tifi e ti dirò chi sei” sarà il classico della prossima estate: passato il tempo del provolone di destra e del gorgonzola di sinistra, potremo dichiarare un europeismo attivo prendendoci la Francia, oppure sfogare il nostro atlantismo sostenendo gli Stati Uniti, o ancora rifugiarci nel terzomondismo implicito dell’Uruguay, o — perché no? — allontanarci dal seminato per le frequenze distanti del Giappone.


Il “noi” è quindi un maiestatis che indica la mia personale preferenza per l’Argentina: un po’ perché in gran parte sono italiani che parlano spagnolo, e dunque volergli bene è nelle cose, un po’ perché l’idea che Leo Messi concluda la sua carriera senza vincere un Mondiale mi disturba fisicamente. Parlare di armonia generale delle cose in un periodo come questo può sembrare ridicolo — anzi, lo è — ma ancorando per un istante il ragionamento al microcosmo del calcio, l’eventualità (ormai molto probabile, perché Messi è invecchiato) che un simile artista si ritiri senza il trofeo più importante sarebbe uno sfregio ulteriore di questi tempi vigliacchi. Uno dei tanti ormai, ma se ce lo potessimo risparmiare sarebbe meglio: una piccola cosa del mondo andrebbe al suo posto, in attesa che succeda anche alle grandi.


Palliativi, nessuno lo nega. Da qui a Natale — la finale è in calendario il 18 dicembre — dovremo abituarci a convivere con un’ombra: la nostra passione nazionale più diffusa, che proprio ai Mondiali oltrepassa i già vasti confini degli innamorati per divenire un fatto di popolo, frustrata da un’assenza assurda. Assurda, sì. Dopo la settimana del cilicio, nella quale dall’ago all’elefante abbiamo analizzato al microscopio le molteplici ragioni della qualificazione mancata, sarà anche il caso di rimarcare il corteo di gatti neri che ha accompagnato l’autunno azzurro: non per perdonare qualcuno, giammai, ma per sottolineare come l’altra volta l’Italia anticipò allo spareggio un’eliminazione che in Russia non sarebbe tardata molto, mentre in Qatar la squadra di Mancini avrebbe ambito a ben altro destino. Com’è quella storia delle camere d’albergo che — pagando un doveroso sovrapprezzo — puoi sfasciare a martellate? Qualcuno ha il numero?


Che poi il primo week-end di calcio con l’ombra sulle spalle (immaginate la vecchia in nero che al posto della falce imbraccia un pallone sgonfio) è da sottolineatura rossa: c’è un Juventus-Inter a eliminazione diretta, preceduto dall’assalto del Napoli a Bergamo e seguito dal tentativo di fuga del Milan. Un campionato tecnicamente modesto, impoverito dalle troppe partenze della scorsa estate, ma vitale e appassionante nella sua incertezza. Peccato che già a metà settimana l’assenza delle nostre squadre dai quarti di finale di Champions ci ricorderà la persistenza dell’ombra.
Abbiamo interpretato la vittoria agli Europei, e in genere tutti i successi dello straordinario 2021, come un risarcimento alle sofferenze della pandemia. Ragionamento un po’ grottesco: il covid ha colpito il pianeta, mica solo l’Italia. Ma la leggerezza che avvertivamo la scorsa estate, da Wembley a Pechino, ricordava quel romanzo trascurato eppure stupendo di Primo Levi, La tregua, nella quale il picaresco ritorno a casa degli scampati dai lager assumeva appunto un tono sollevato e sospeso, un ristoro del quale godere perché poi la memoria ti avrebbe riportato lì. E fra la guerra in Europa e il virus che non se ne va, persino il pallone ci ricorda che la tregua è finita.