La protesta di Amazon: lavoratori digitali unitevi
di Anna Lombardi , di Anna LombardiLavoratori Amazon di tutta l’America unitevi. Sì, perché è davvero una vittoria storica quella ottenuta nel grande centro di distribuzione di Staten Island, New York: dove i dipendenti hanno scelto di formare il loro primo sindacato all’interno del colosso dell’e-commercio. E pazienza se i lavoratori si sono spaccati, 2654 pro e 2131 contro. Il traguardo è comunque il frutto di una agguerrita battaglia, guidata da Christian Smalls, ex dipendente licenziato due anni fa per “aver violato le regole sul distanziamento”, proprio mentre tentava di organizzare una protesta per ottenere più protezioni antiCovid. Il presidente Joe Biden già plaude: ritenendo, lo ha ripetuto più volte, i sindacati essenziali al rilancio della classe media nel Paese (ma aggiungendo che non sta a lui dire se aderire o meno). Di sicuro, il voto dei lavoratori stanziati sull’isolotto a sud-ovest di Manhattan potrebbe avere ripercus…
Lavoratori Amazon di tutta l’America unitevi. Sì, perché è davvero una vittoria storica quella ottenuta nel grande centro di distribuzione di Staten Island, New York: dove i dipendenti hanno scelto di formare il loro primo sindacato all’interno del colosso dell’e-commercio. E pazienza se i lavoratori si sono spaccati, 2654 pro e 2131 contro. Il traguardo è comunque il frutto di una agguerrita battaglia, guidata da Christian Smalls, ex dipendente licenziato due anni fa per “aver violato le regole sul distanziamento”, proprio mentre tentava di organizzare una protesta per ottenere più protezioni antiCovid. Il presidente Joe Biden già plaude: ritenendo, lo ha ripetuto più volte, i sindacati essenziali al rilancio della classe media nel Paese (ma aggiungendo che non sta a lui dire se aderire o meno). Di sicuro, il voto dei lavoratori stanziati sull’isolotto a sud-ovest di Manhattan potrebbe avere ripercussioni più ampie sul futuro della rappresentanza sindacale nell’America intera.
Tanto più mentre nel capannone di Bessemer, Alabama, i loro colleghi sono invece più divisi che mai, e da 3 giorni ricontano i voti ma sembra proprio che la rappresentanza sindacale non entrerà nemmeno stavolta nel magazzino dove si affannano in 6mila. Con buona pace di un referendum che si è dovuto ripetere per le polemiche scoppiate a marzo, quando i promotori accusarono l’azienda fondata dall’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos, di aver intimidito gli impiegati, installando l’urna in cortile sotto gli occhi dei dirigenti (e qualche ragione dovevano averla visto che ora siamo al testa a testa e prima i no avevano superato il 70 per cento).
Ma perché uno strumento ottocentesco — la Union più famosa è quell’American Federation of Labor (Afl) fondata nel 1886 da Samuel Gompers che nel 1955 si fuse con il Congress of Industrial Organizations dando vita alla sigla internazionale ancora nota come Afl-Cio — è oggi così importante per i lavoratori americani? Certo, qui la storia del sindacato è lunga e travagliata, fatto di battaglie cruciali e persecuzioni cicliche (le più celebri, all’epoca del maccartismo), ma anche di legami pericolosi con la mafia. Far penetrare le union nelle aziende, soprattutto private, è sempre stato difficile. Ma è soprattutto a partire dagli anni 80, con l’avvento di quelle dottrine neoliberiste care a Ronald Reagan, l’idea di “trickle down economics” secondo cui l’economia beneficia della concentrazione di ricchezza tra Paperoni, piuttosto che dalla redistribuzione equa — nel tempo rivelatasi falsa — ad aver spinto il liberismo allo stremo. Svincolando sempre più il mercato del lavoro americano da ogni forma di controllo, con effetti devastanti sul potere contrattuale dei dipendenti, sulla loro salute e sul loro portafogli. I dati del Bureau of Labor Statistics sono chiari: nel 1983 il 20,1 per cento degli americani aveva ancora una tessera sindacale in tasca. Ma da lì il numero è andato sgretolandosi e nel 2019, quella quota era dimezzata: al 10,3 per cento.
Oggi va appena meglio, siamo al 10,8 e ci si auspica una risalita. È stata soprattutto la pandemia a far emergere con virulenza le profonde divisioni sociali ed economiche che tormentano l’America. Turni massacranti, paghe da fame, tutele sanitarie inesistenti. E pazienza se pur di evitare la creazione di presenze sindacali interne, Amazon qualcosa ha tentato: alzando il salario minimo a 15 dollari l’ora e offrendo una (modesta) assicurazione sanitaria, e (pochi) permessi retribuiti senza però invariato sui ritmi fordista dei suoi magazzini. L’alzata di scudi di Staten Island può sembrare poca cosa. Ma non è una tendenza isolata. Già a novembre i lavoratori manifatturieri della John Deere hanno incrociato le braccia per un mese, strappando un nuovo contratto, come ottenuto ad agosto pure dai dipenenti dell’azienda alimentare Nabisco. Serrate si sono visti alla Kellogg’s. E perfino i 24 dipendenti di uno Starbucks di Buffalo, hanno scelto l’adesione alla Union, 19 a 8. Di sicuro a dare una spinta in avanti ha contribuito pure lo sdoganamento della parola “socialista” imposto dal movimento creato da Bernie Sanders, mentre le proteste di Black Lives Matter hanno ribadito la forza della piazza. Di sicuro, ora il 58 per cento degli americani sostiene che il declino dei sindacati è un male per il paese (sondaggio del Pew Research Center di Febbraio). Non sarà il Sol dell’Avvenire. Ma qualcosa si muove.